mercoledì 23 luglio 2014

La ragazza dei sogni . La storia completa


Dimenticando la cena


L’alta marea avanzava e la schiuma delle onde lambì i loro piedi facendoli alzare di scatto, mentre i sogni dei due venivano bruscamente interrotti.
“Oh, ma che ore sono Gian?”
“Mmmm, mi sono addormentato” rispose il ragazzo infilando una mano tra i neri capelli, arricciati dalla salsedine. Si guardò intorno e vide solo qualche pescatore solitario sulla spiaggia rosata, mentre l’afa aveva ceduto il posto ad una piacevole brezza marina “Cazzo Max, è tardissimo, stavolta mia madre mi lascia senza cena!” disse poi svegliandosi completamente, mentre l’amico spolverava grossolanamente la sabbia dai piedi infilando le scarpe da ginnastica di tela logora, saltellando su un piede.
Corsero sulla sabbia ormai fresca e si inerpicarono per il passaggio, che conduceva alla strada due metri più in alto. Gianluca mise in moto la vespa e Massimo salì dietro allargando le lunghe gambe magre, a vederlo di spalle sembrava una rana. Si reggeva dietro sulla sella, guardando serio le strade semi deserte del paesello, che si accingeva a cenare. Immaginò le imprecazioni del padre, così diverse da quelle della madre di Gian, scosse la testa cercando di ricatturare il sogno che stava facendo, cercando un appiglio che lo portasse lontano da lì almeno con la mente.
“Ciao Max, ci si vede alle nove in piazzetta? Sempre che mia madre non mi metta agli arresti domiciliari”, un sorriso delinquente illuminò il suo bel volto abbronzato.
“Credo di non aver problemi” rispose serio Max, che immaginava di dover solo aspettare il momento giusto per sgattaiolare via da casa.
La porta era aperta, scostò la tenda di perline ed entrò percependo subito il forte odore di alcol, guai in vista! Si paralizzò, in un istante comprese e ricordò: non si sentiva odore di cucinato, l’orologio a pendolo all’ingresso, cimelio di famiglia di gusto barocco, che sembrava così ridicolo in casa sua, segnava le 20:30
‘Oh, no! Maria doveva andare da zia Agostina per il fine settimana!’ il suo cervello cercò una soluzione, ma nulla si poteva fare, il silenzio e l’odore dicevano che il danno era ormai fatto. Avanzò incerto nelle gambe, sperando che lui fosse già in stato comatoso e non lo notasse
Entrò in cucina, il padre era lì seduto su una seggiola di impiallacciato, con i gomiti poggiati sul tavolo, una radiolina sull’orecchio che però ormai doveva essere scarica e una bottiglia di liquore trasparente quasi finita.
Alzò su di lui gli occhi gonfi, iniettati di sangue, dapprima non parve riconoscerlo, poi lo sguardo si allargò, le sopracciglia si alzarono ed infine si corrugarono in un’espressione di rabbia crescente.
“P-preparo subito la cena, io non pensavo…”
Si alzò di scatto, ma dovette poggiare le grosse mani callose sul tavolo per non cadere, a causa di un capogiro.
“Brutto figlio di…” scagliò contro di lui il bicchiere vuoto, che colpì le ante della credenza dietro le spalle di Max che non parlò più, capì che era inutile, fu grato che sua sorella Maria non fosse lì, si strinse nelle spalle e rimase immobile guardando il pavimento, non bisognava mai guardarlo negli occhi quando era così, si doveva cercare di rendersi il più possibile invisibili ai suoi occhi.
“Dov’eri delinquente!” gridava l’omone “Ho fame io che credi, ho lavorato tutto il santo giorno, torno e neanche una ciotola di minestra in tavola!” la voce stonava qua e là, indicando che il livello di alcol in circolo aveva superato da un pezzo la soglia del consentito. “Dov’è tua madre? Dov’è finita quella puttana?”
Ora Max sentì serpeggiare il terrore dentro di lui, solo un’altra volta era accaduto che suo padre credesse che la moglie fosse ancora viva e quella volta lui, la sorella e sua nonna erano finiti all’ospedale. Nonna Annamaria era morta un anno prima e lui era solo, valutò la possibilità di difendersi, in fondo aveva 15 anni, era alto già un metro e settantacinque, però pesava appena 60 chili, un solo ceffone dalle mani enormi del padre poteva scaraventarlo chissà dove o mandarlo in coma. Era stato un pugile da giovane Sandro Masseino e aveva ancora un bicipite che non si poteva cingere neanche con due mani, ora era uno dei pochi contadini rimasti, povero in un paese di poveri, solo e senza speranza.


D’un tratto decise, aspettò che il padre afferrasse la bottiglia e gli si avvicinasse con sguardo omicida, poi quando iniziò a sentire il suo fetido alito soffiare sul suo volto si abbassò schivando il colpo e corse, corse senza fermarsi a prendere fiato, corse finché il cuore non sembrò scoppiargli nel petto, poi crollò stremato in mezzo a spighe e papaveri a guardare il tramonto estivo e i gabbiani che volavano in cerca di cibo, incuranti di tutto.


L’incontro

Il respiro iniziava a calmarsi e Max si ritrovò a guardare la forma delle nuvole multicolori, si sorprendeva della propria capacità repentina di dimenticare il presente per volare con la fantasia, era una cosa da bambinetti, ma in giornate come quella serviva bene allo scopo.
C’era stato un tempo in cui non serviva fingere, ricordava le serate sulla spiaggia con la mamma e Maria, ad aspettar il padre al rientro dalla pesca. Poi come un lampo la fortuna girava e il grande burattinaio, o il destino, o quel che era, si riprendeva tutto con gli interessi: la mamma era morta di parto, chi accidenti moriva di parto nel XXI secolo? E perché diavolo fare il terzo figlio se si riescono appena a sfamare quelli che si hanno già? Sua madre era morta, lui aveva 9 anni, Maria 7, il bambino nato vivo era stato messo in un istituto, il padre non l’aveva voluto nemmeno vedere, Max non sapeva neanche il suo nome.
Lui e Maria erano stati in una casa famiglia per qualche mese, poi nonna Annamaria si era trasferita col padre e loro due erano potuti tornare a casa. Nel frattempo però suo padre aveva perso la licenza di pesca e gli avevano bruciato la barca e il capanno con tutte le attrezzature. Aveva pestato i piedi a qualcuno e si era trovato senza niente, con due mocciosi da sfamare e il cuore in frantumi, i cui pezzi dolevano ad ogni singolo battito.
C’era la pensione della nonna che li sfamava, ma Sandro non poteva sopportarlo. Annamaria non l’aveva mai digerito: di 20 anni più vecchio della figlia aveva un anno in più della sua stessa suocera e lei sotto, sotto, non sopportava l’idea che a morire fosse stata prima la sua bambina, la giovane bellissima Rosa.
Sandro aveva iniziato a bere, a bere sempre di più, fino a perdere la cognizione della realtà, fino a confondere i suoi incubi con ciò che succedeva in casa, fino a far morire tre anni dopo la nonna di crepacuore, a seguito di numerosi patimenti e percosse.
Max e Maria erano rimasti lì, lei povera donnina di casa da quando aveva 9 anni, lui che si arrabattava tra la scuola e mille lavoretti per tirare avanti. Scosse la testa per distogliere ancora una volta la mente da pensieri cupi.
Un’ombra gli si piazzò davanti coprendogli la visuale. Si mise a sedere di scatto, il cuore in gola, mai sogno era stato tanto vivido: una ragazza con occhi da cerbiatta, castano scuro, sorriso dalle labbra lucide e lunghi capelli bruni.
La sconosciuta taceva, mise una ciocca dietro l’orecchio fissandolo. Il ragazzo deglutì, aprì la bocca per parlare, la richiuse, poi l’aprì ancora. Non poteva essere un sogno perché ragazze così belle non ne aveva mai incontrate. La sua immaginazione, seppur fervida, non avrebbe potuto partorire tale visione, inoltre percepiva il suo fresco profumo floreale, si diede comunque un pizzicotto, tanto per essere sicuro.
“Ehi, hai perso la voce? Ciao, mi chiamo Rosa e tu?”
Rosa, il nome di sua madre, non poteva essere una coincidenza, lei era lì per salvarlo, per portarlo via dalla sua personale prigione.
“Allora? Il tuo nome?”
“Oh, io, io mi chiamo” lei faceva cenno di continuare col capo, Max rimase sempre più stordito dal suo profumo, sembrava provenire dai suoi capelli. “Mi chiamo Massimo, Max”
“Max” sorrise “è un bel nome. Che fai qui tutto solo?”
“Guardo le nuvole” ‘stupido, stupidissima risposta’ si rimproverò mentalmente.
“Posso guardarle insieme a te?”
“Oh, beh sì, certo!”
Lei sorrise ancora e Max sentì una morsa nello stomaco e un leggero capogiro, pensò fosse il troppo sole o l’assenza di cibo.
Lei si sdraiò, stettero in silenzio per alcuni minuti, Max era teso, pensò addirittura che lei potesse percepire il rumore del suo cuore, che martellava minacciando di fuggire dal petto. ‘Imbranato, imbranato, dille qualcosa’ continuò a parlare a se stesso, ma le parole non venivano, più il silenzio si prolungava, più la lingua sembrava incollata al palato.
D’improvviso sbarrò gli occhi e quasi gemette di terrore, lei gli aveva preso la mano, la sua stupida mente non riusciva a far altro che pensare alla candida, morbida mano delicata di lei stretta nella sua, ancora sporca di sabbia e sudaticcia. Ma Rosa non sembrò farci caso, si alzò sul gomito e lo fissò dritto negli occhi.
“Sei molto carino”
Lui annuì come avesse detto ‘bella serata! ’.   Non si era mai sentito carino: alto, allampanato, con una zazzera biondo rossiccia e un naso un po’ incurvato. Non aveva ancora avuto una ragazza, aveva un’amica, Marta, quando avevano 10 anni gli aveva dato un bacio in cambio della manciata di ciliegie che portava nella maglietta, ma la cosa non si era ripetuta e loro erano cresciuti insieme senza pensarci su. Lei una maschiaccia dai capelli corti e i jeans strappati, lui sempre troppo preso dal suo personale dramma familiare per occuparsi di altro.


“Perché non mi baci?” esordì lei lasciandolo senza fiato. Come primo istinto voleva scappare a gambe levate o alternativamente farsela sotto, letteralmente, la vescica rischiò di cedere lì, rovinando per sempre e del tutto la propria autostima.

Volando tra le nuvole

Rosa non gli diede tempo di rispondere, avvicinò il volto al suo, inumidendosi le labbra. Max ringraziò di non essere in piedi, altrimenti era sicuro che le gambe non avrebbero retto. Improvvisamente iniziò a immaginare la faccia di Gian nel sapere di quell’incontro, avrebbe pensato che si fosse inventato tutto. Doveva concentrarsi, non poteva perdersi in fantasie proprio ora, quando la realtà superava ogni sogno. Cosa avrebbe fatto Gian, il rubacuori? Pensò a qualche suo racconto sulle ragazze. D’impulso poggiò la bocca su quella di lei, che attendeva ad occhi chiusi.
Le sue labbra, stranamente fresche nella calda sera estiva, si mossero socchiudendosi. Sapeva di pesca, di fragola, sapeva di vita. Max chiuse gli occhi e si abbandonò. Con mani tremanti carezzò timidamente i capelli vellutati, mentre lei allacciava le dita dietro la sua nuca.
Si staccò da lui troppo presto, Max era boccheggiante, prese fiato e il suo volto s’illuminò di un largo sorriso ebete. Lei era seria, puntava ancora gli occhi nei suoi, non vi si scorgeva timidezza o pentimento
 “Non avevi mai baciato prima, vero?” quelle parole colpirono come un pugno il suo orgoglio.
“Io, beh ecco, veramente”
Lo interruppe stampandogli un altro bacio sulle labbra, questa volta Max sapeva cosa aspettarsi e la strinse, senza alcuna intenzione di lasciarla.
“Rosaaa” chiamò una voce infantile. Lei lo spinse giù, tappandogli la bocca con il palmo della mano e portandosi un dito sulla propria in segno di silenzio.
“Mio fratello” sussurrò “Devo andare, non alzarti prima che sia andata via” lui annuì, ancora completamente sopraffatto dalle emozioni.
“Ciao” disse piano, Max annuì ancora una volta, stupidamente.
Appena se ne fu andata si sentì svuotato. Leggera come piuma la sua anima galleggiava in aria, per ripiombare a terra non appena lo colse il pensiero di quanto era stato imbranato. Non le aveva chiesto nemmeno dove abitava, certo in quel buco di paese non era difficile scoprirlo, di sicuro non era del posto, pensò che fosse la prima turista da ché si ricordava.
Rimase lì, accompagnato dal frinire dei grilli, finché le stelle spiccarono nette nel cielo nero e le zanzare iniziarono a banchettare con il suo sangue. Ma non gli importava, aveva dato il suo primo bacio e non ad una qualsiasi, alla più bella ragazza dell’intero pianeta. Che suo padre l’avesse colpito forte e la fuga se la fosse solo sognata? Era in coma in un letto d’ospedale?
Si decise finalmente ad alzarsi, incamminandosi a ritroso nel piccolo sentiero che costeggiava i campi. Mezz’ora dopo il cane dei Panieddo abbaiò, una luce si accese, poco dopo una canna di fucile spuntò nel riquadro della finestra illuminata al piano superiore.
“Vedi di levare il culo di qui in meno di un secondo o lo ritroverai pieno di pallettoni!” urlò il vecchio Pasquale.
“Sono il figlio di Masseino” urlò.
“E vai in giro a quest’ora! Tornatene a casa che tuo padre ha fatto un casino da svegliare tutto il vicinato!”
Non rispose, accelerò il passo, ma nulla poteva scalfirlo quella sera, nemmeno le botte del padre, nemmeno le umiliazioni e gli sguardi della gente.
La luce era accesa, la porta aperta, silenzio nel vicolo, tranne il borbottio delle vedove sedute fuori dalla porta della signora Dora, una bella fila di seggiole e ferri da maglia, più di 300 anni in un solo marciapiede. Incurvò le spalle ed aspettò l’attacco inevitabile.
“Di chi sei figlio?” iniziò la signora Dora
Lui sbuffò “Sono Massimo Masseino, mi conosce da quando sono nato e sa benissimo di chi sono figlio!” sorrise inorridito ed esaltato al contempo per aver infranto la regola e aver risposto male ad un anziano.
Le donne mugolarono all’unisono, neanche le avesse picchiate. La più giovane, la vedova Tarantini, 75 anni di cattiveria sbottò:
“Abbiamo chiamato i carabinieri, ha tirato tutto all’aria, per poco non mi colpiva con la caffettiera!” disse indicando una cesta per i panni piena di cianfrusaglie, per lo più rotte. Max si chinò e la raccolse.
“Scusate” disse con aria umile, ma in realtà la sua mente era lontana e doveva concentrarsi per reprimere un sorrisetto, che continuava a spuntargli sulle labbra.
Scavalcò quel che restava della seggiola preferita del padre, riversa sul prato incolto e con una gamba spezzata.
Un sonoro russare l’accolse ‘bene!’pensò, poi il tanfo l’assalì. Il padre giaceva riverso a terra in una pozza di vomito e urina. Represse un conato ed andò a prendere un catino e del detersivo sotto al lavello.

Ripulì alla meglio il pavimento, raccolse i cocci e buttò tutto ciò che era distrutto, molto purtroppo. Aprì il frigo, pomodori e una scatoletta di tonno aperta, ne prese un po’ con le dita, si domandò come potesse aver fame sentendo ancora nelle narici quel puzzo.  Bevve del latte dal cartone e andò a far la doccia, fredda. D’inverno era un grosso problema, tanto da preferire andare a scuola puzzolente, ma d’estate si poteva autoconvincere che lo faceva per scelta: una bella doccia fredda refrigerante, quel che ci voleva.

Cercando Rosa

Max dormì poco e male, alle cinque poggiò i piedi nudi sul pavimento, muovendoli alla ricerca delle scarpe di tela, le infilò, si alzò stropicciandosi gli occhi, fece due passi e si stiracchiò, il ricordo lo colpì come un ceffone.
“Dio!” mormorò, e il sorriso ebete ricomparve sul suo giovane volto. Si passò una mano soddisfatta sulla  leggera peluria, che finalmente iniziava a spuntare sul suo viso ancora imberbe. Indossò un paio di jeans corti, logori e una maglietta sformata, scolorita dal sole, che giacevano a terra appallottolati.
Scese le scale con cautela, il padre era ancora nella stessa posizione, per un attimo Max inorridì: era morto? Provò a scuoterlo piano con la punta del piede all’altezza dei fianchi, con terrore e ribrezzo. Saltò di paura quando il padre iniziò sonoramente a russare.
Afferrò una manciata di gallette secche e le sgranocchiò camminando a passo spedito. Mancava ancora un’ora all’apertura del bar, poteva iniziare a chiedere in giro, il posto migliore era la spiaggia, affollata di pescatori e gente che andava a prendere il meglio della pescata notturna. Inalò con soddisfazione l’aria fresca del mattino, tra qualche ora sarebbe stato difficile respirare, ma Max aveva ben altro cui pensare.
“Giorno!” disse alla signora Dora, che spazzava la soglia di casa, la donna fece un cenno del capo mugugnando tra sé, era ancora arrabbiata per la sera prima. Max sorrise alzando le spalle, iniziò a canticchiare tra un boccone e l’altro.
Appena scese alla spiaggia la brezza l’accolse scompigliandogli i capelli, respirò a pieni polmoni, tolse le scarpe legando tra loro i lacci e se le mise in spalla.
“ ’giorno!”
 Qualcuno rispose, ma per lo più le donne contrattavano sui prezzi e i pescatori mostravano le primizie della giornata ignorandolo.
Cambiò tattica, prese di mira quello che sembrava più adatto a spifferare informazioni
“Salve Walter”
Il ragazzo, rosso di capelli, gli occhi arguti, di un verde intenso, alzò lo sguardo dal groviglio di reti, dal quale liberava piccoli pesci rimasti incastrati.
“Toh, chi si vede, che ci fai qui?”
“Hai visto dei turisti?”
Walter gettò la testa all’indietro scoppiando in una fragorosa risata “E chi mai dovrebbe venire in vacanza qui? E dove alloggerebbe poi? Non a casa mia” rise ancora.
Era il settimo di 13 figli, nella sua affollata casupola vivevano anche i nonni e una zia non maritata con il suo piccolo bastardo. Le vedove del marciapiede dicevano fosse la copia sputata di Giorgio l’arrotino, sposato e con 3 figli, ma a Max non interessavano i pettegolezzi, tantomeno quel giorno.
 “Ok, ci si vede”.
 Tornò al campo di grano, da quel che sapeva nei paraggi c’erano solo il vecchio casale dei Lanzini, da anni in disuso, e la casa del pastore Bibò. Rabbrividì al pensiero di andar lì a chiedere informazioni: nonostante il buffo soprannome, di cui ignorava l’origine, quell’uomo non aveva davvero nulla di divertente. Alto e curvo, volto spettrale, i pochi denti che aveva erano marci e li scopriva ghignando per cacciar via i ragazzini. Era un eremita, se sconfinavi nel suo terreno t’inseguiva con la scacciacani.
 Ripercorse il minuscolo sentiero tra i campi, più ci pensava più gli sembrava assurdo che Rosa si trovasse in quel luogo sperduto di sera. Camminò pensieroso, con l’incalzante idea che forse s’era sognato tutto. Cercava lei, ma ora come ora gli bastava trovare almeno un indizio della sua effettiva esistenza.
Il sole filtrava tra le spighe di grano, mentre i girasoli avevano appena alzato la loro corolla salutando il nuovo giorno. Doveva sbrigarsi o non sarebbe arrivato in tempo al lavoro.
Eccolo lì il casale, il tetto era crollato in più punti e la vegetazione aveva iniziato a riprendersi il posto che la costruzione gli aveva sottratto. No, non poteva esser lì, tirò dritto per il luogo più ovvio, anche se più temibile. Allungò il passo cercando di sembrare più coraggioso di quanto fosse.
La casupola era in cima ad una bassa collinetta, non c’era steccato, solo un filo spinato arrotolato in malo modo, Max lo saltò con estrema facilità, proseguendo con un groppo in gola e girando lo sguardo alla ricerca di un attacco improvviso.
Non successe nulla, era quasi arrivato alla porta d’ingresso. Un vetro rotto era stato sostituito da un pezzo di cartone e tutto era immerso in uno strano silenzio, Max sentì drizzarsi i capelli sulla nuca per una strana premonizione.
Qualcosa, un movimento percepito con gli occhi ma non registrato coscientemente, lo indusse a girare lo sguardo. Un liquido scuro colava lentamente sul terreno in pendenza. Max s’immobilizzò… era sangue quello?
Il cervello diceva ‘fuggi, corri come il vento!’,ma le gambe non obbedirono. Nel silenzio più assoluto comparve davanti a lui il vecchio, un grembiulaccio scuro, le maniche arrotolate e..le mani insanguinate fino ai gomiti. A quel punto un atroce lamento esplose nel silenzio.
Aprì la bocca per gridare d’orrore, ma non un suono uscì dalla sua gola.

Pensando a lei...

Il vecchio scoppiò in una fragorosa risata, Max era pietrificato dall’orrore: Bibò aveva ucciso Rosa? La teneva prigioniera torturandola? Doveva fuggire, ma le gambe non obbedivano e un capogiro minacciò di farlo precipitare a terra. Si appoggiò allo stipite della porta chiudendo gli occhi. Il vecchio smise di ridere.
“Non mi vomiterai sulla soglia di casa” disse con voce gracchiante “Levati dai piedi o vieni, ho da fare”
Max tremava come una foglia, ora avrebbe ucciso anche lui, ne era certo, ma un irresistibile impulso lo portò a seguire l’uomo.
Entrò curvandosi per passare, scese dei gradini, c’era un tanfo insopportabile di caciotte e vino ed era quasi completamente buio, un altro forte pianto esplose facendolo saltare, non poteva essere Rosa, sembrava un neonato. Max batté la testa sul basso architrave di pietra grezza.
Rosa era lì, morta? Orribilmente sfigurata? Non avrebbe dovuto vedere quei film horror a casa di Gian, ora le immagini di sanguinarie torture lo tormentavano. Gli occhi si abituarono alla penombra e Max vide. Un ammasso di pelo ingarbugliato, originariamente chiaro, ora lercio e insanguinato, giaceva a terra. “Cosa diavolo…?” ma certo una pecora! Che idiota! Un sorriso storto si affacciò sul volto sollevato del ragazzo, mentre un piccolo agnellino piangeva di un pianto dannatamente simile a quello di un bambino.
“Che c’è, non hai mai visto un agnello? È stato un parto molto difficile, attento a non scivolare, nel trambusto ho rovesciato una damigiana di vino, ma la vecchia Mimma ce l’ha fatta” disse orgoglioso, asciugandosi le mani in uno strofinaccio “Allora che vuoi Masseino?”
Max ricordò che il vecchio era stato amico di suo nonno prima che morisse, glielo aveva detto sua nonna, quando era tornato correndo come un forsennato, dopo che il vecchio aveva inseguito lui e Marta che avevano sconfinato durante una passeggiata, forse per questo non aveva ancora sparato alle sue chiappe magre.
 “Vorrei sapere se avete visto o ospitato una ragazza e un bambino, in questi giorni”
“Ti sembra che gestisca un albergo? Da me non viene nessuno. Ma c’è qualcuno al casale, mi sono fatto i fatti miei, l’importante che non si entri nel mio terreno, ora sparisci, ho da fare” iniziò a sciacquarsi le braccia su una bacinella d’acqua ignorandolo.
Max uscì quasi correndo, senza salutare, possibile che Rosa dormisse in una casa diroccata? Era una senzatetto?
Corse fino al casale, spinse l’enorme portone cigolante. La polvere volava brillando nell’aria illuminata dal grosso fascio di luce che penetrava dal tetto sfondato. Una coperta arrotolata su della paglia era l’unico indizio di un passaggio umano, la sollevò in cerca di qualcos’altro, qualsiasi cosa, ma non trovò niente.
Giunse al bar con l’umore sotto la suola delle scarpe.
“Sempre più tardi arrivi!” borbottò il vecchio Calogero
“Mi scusi!” rispose Max correndo a infilarsi il grembiule
“Posso farle un caffè signora Dutti?”
E iniziò la mattinata lavorativa, gli piaceva quel lavoro, non era faticoso e poteva chiacchierare con ogni tipo di gente, quel giorno poi sarebbe tornato utile, per cercare notizie sulla sua bella. Il problema sarebbe stato il pomeriggio: sei ore a trasportare sacchette di cemento o carriole piene di mattoni per Mastro Titta, lì ci sarebbe stato solo sudore e calli alle mani e non poteva distrarsi se non voleva finire come il povero Milo, caduto dall’impalcatura e rimasto paralizzato dal collo in giù.
“Allora mi ascolti?” diceva la donna
“Oh, mi scusi, mi diceva?”
“Dicevo che voglio un cappuccino”
“Certo, arriva subito” rispose, mentre il vecchio Calogero lo fulminava con lo sguardo, preparando le grappe mattutine dei clienti abituali, già pronti al solito tavolino esterno a giocare a tresette.
La mattinata era quasi finita quando un altro cliente entrò
“Giorno” quella voce familiare lo riscosse facendogli tornare il sorriso
“Ehi Scheggia,ciao!”
La ragazza fece una smorfia mettendo 20 centesimi sul bancone “Dammi due gomme e taci”
“Di ottimo umore eh?”
“Certo, solo io vado a lezione d’estate!” replicò con aria teatrale Marta
“Potevi evitare di beccarti matematica e latino, sarebbe bastato aprire il libro un paio di volte con la tua memoria”
“Oh, zitto, non rompere”
Prese una pallina di gomma colorata e la ficcò in bocca regalandogli l’altra. Max la mise in tasca strizzandole l’occhio
“Senti qua!”
“Cosa? Sbrigati che il professor Granetti non sopporta i ritardi”
“Ho conosciuto una ragazza”
Lei si fece improvvisamente attenta, gli occhi scuri spalancati, puntati su quelli chiari di lui
“Ci siamo baciati!”
“Ma non mi raccontar balle e dove l’hai conosciuta, qui?”
“Già”
Max si preparò all’assalto verbale, che non arrivò. Marta tacque, strano, aveva una parlantina leggendaria. Masticava il chewingum silenziosa, le sopracciglia aggrottate, lo sguardo truce.
“Davvero?”
 Lui annuì improvvisamente timoroso, lo sguardo di Marta non prometteva nulla di buono e l’istinto gli suggerì di starsene lì muto.
“Che cretino!” esclamò lei uscendo come una furia

Lei all’improvviso

Max era ancora a bocca spalancata per lo stupore, quando si pietrificò: era lei lì sulla soglia, con la sua bocca luccicante di lucidalabbra, i suoi lunghi capelli di seta luminosi, un vestitino estivo che lasciava scoperte due bianche gambe lunghe. Una sola cosa stonava: non sorrideva, lo sguardo basso e le spalle curve.
“Buongiorno” disse un uomo alto, di mezza età “Vorremmo far colazione al tavolino lì fuori, potete servirci?” il tono era secco e deciso, ma non maleducato
“Pensaci tu Massimo” disse Calogero, che si era piazzato sotto le pale del ventilatore, asciugandosi il sudore con uno strofinaccio.
“S-subito signore” disse Max rivolto al cliente, mentre cercava di comunicare telepaticamente, urlando nella sua mente: ‘alza gli occhi, guardami, sono io! ’
Ma Rosa non alzò lo sguardo, si fissava le mani intrecciate davanti.
“Dov’è il bagno?” la sentì chiedere voltata verso Calogero, che le indicò la porta sulla destra. Lei sparì mentre le narici di Max si riempivano della fragranza del suo shampoo, risvegliando i ricordi della sera prima. Fuori al tavolo c’era una signora dall’aspetto curato, sembrava dolce e semplice come la sua maestra delle elementari, le sorrise e lei rispose, aveva lo stesso sorriso di Rosa. C’era poi un bambino biondo, occhi chiari, allampanato, bruttino per la verità. Giocava con due macchinine sul bordo del tavolo facendole scontrare e mimando i rumori dei motori.
Rosa tornò dal bagno, gli parve che lo adocchiasse di sfuggita, ma poteva anche averlo sognato.
“Allora cosa prendete?” chiese, mentre il taccuino tra le sue mani tremava vistosamente.
Ora doveva per forza guardarlo
Ma l’uomo rispose per tutti: “Tre cappuccini e un bicchiere di latte tiepido, quattro cornetti, tre semplici, uno con la marmellata”
“Ma io volevo la ciambella papino!” replicò con voce cantilenante il bambino
“Non se ne parla Giulio, o ti verrà mal di pancia” intervenne la mamma
Max rientrò deluso, non riusciva a smettere di tremare, gocce di sudore scivolavano lungo la sua magra schiena, non per il caldo, mentre sembrava che qualcuno tenesse il suo stomaco in pugno stringendolo in una morsa, i biscotti ingeriti minacciavano pericolosamente di tornare in superficie. Perché diavolo non lo salutava? Era tanto timorosa dei genitori da non alzare nemmeno lo sguardo per un cenno? Il sangue d’un tratto gli si ghiacciò nelle vene: li avevano visti lì nel campo? L’avevano punita? Sentì un calore salirgli al viso e le orecchie fischiare.
Uno scappellotto arrivò improvviso dietro la sua nuca
“Pezzo di cretino ti muovi? Cos’hai che sei rosso come un pomodoro maturo!” ringhiò il vecchio
Max non rispose, si scottò con il vapore della macchina del caffè, succhiò il dito percependo solo marginalmente il dolore, il suo cervello lavorava incessantemente per trovare una soluzione al suo personale dilemma.
Prese un lungo respiro scostando la tenda di fili di plastica, portò fuori il vassoio, si schiarì la voce, sperando ancora che lei alzasse lo sguardo, ma la ragazza giocava con il bordo della tovaglia, apparentemente concentrata a seguire la trama del motivo floreale stampato.
“Ecco qui, sono 7 euro e 40”
L’uomo pagò mentre il bambino strappava dalle mani della madre il cornetto e iniziava a infilare la lingua nel buco da cui fuoriusciva la marmellata
“Ecco tieni pure il resto ragazzo, forza sbrigatevi abbiamo un lungo viaggio da fare” disse l’uomo dandogli 10 euro. Di solito avrebbe esultato per la fortuna, mai nessuno al suo paese lasciava la mancia, al massimo chiedevano credito o dicevano: ‘segna sul conto’, ma oggi Max non ci fece quasi caso, rispose un “grazie mille signore, troppo buono” con voce atona. Partivano, Rosa se ne andava e neanche l’avrebbe potuta salutare. Il suo primo bacio era destinato a rimanere un dolce ricordo e niente più. Perché l’aveva fatto? perché era stata così crudele da illuderlo se sapeva di dover partire? Ma non riusciva ad essere arrabbiato con lei, un bacio era sempre meglio che niente, la sua fantasia sarebbe stata alimentata a lungo da quel ricordo, doveva come sempre farsi bastare i suo mondo di fantasticherie.
Continuò insistentemente a fissare Rosa, come se il suo sguardo potesse arrivare a lei e solleticarla, scuoterla, sollevare almeno il suo mento costringendola ad alzare lo sguardo. L’uomo seguì la traiettoria dei suoi occhi e s’irrigidì, Max si riscosse sobbalzando
“Ehm, sì io vado, grazie ancora” e rientrò mogio, mogio


Il messaggio

Max uscì a sparecchiare dopo cinque minuti, sapendo già che non l’avrebbe ritrovata lì.
Mise le tazze nel vassoio di metallo e accartocciò i tovagliolini usati. Improvvisamente qualcosa attirò la sua attenzione: un tovagliolo era diverso, era…scritto! Il cuore salì in gola martellando talmente forte da stordirlo.
Mise l’improvvisato biglietto nella tasca posteriore dei jeans, assolutamente certo che fosse per lui, se c’era il cinquanta per cento di possibilità che fosse una lista della spesa o uno scarabocchio senza senso, non voleva saperlo ora, voleva continuare a sognare e sperare ancora un po’.
Almeno queste erano le intenzioni iniziali. Dopo poco però il tovagliolo sembrò bruciare nella tasca dei jeans e risultò a dir poco impossibile ignorarlo, non voleva leggere lì, sotto gli occhi invadenti del vecchio, voleva andare alla spiaggia accompagnato dal rumore del mare o meglio ancora nel campo dove si erano baciati.
Tornò al lavoro, preparò dei caffè da portar via, salutò e si voltò per sistemare le tazze lavate, si bloccò, un terribile pensiero lo fulminò: e se era un messaggio urgente? Se lei aveva deciso di scappare e lui doveva raggiungerla? Un’ansia incontenibile lo assalì
“Torno subito, mi scappa!” gridò al vecchio e corse nel retro nel minuscolo bagno, già impregnato del puzzo di urina. Si sedette sul water con il tovagliolo in mano, lo fissò ancora un attimo, come fosse una reliquia, poi lo spiegò.
Rimase allibito :
CAFFÈ .OTTIMO .ROSAINCANTATA .DALL’ EFFICACIA.SERVIZIO. IMPECCABILE
Sotto il disegno di colline con uno strano palazzo circolare, pieno di finestre, aveva un’aria vagamente familiare, ma non ci badò. Non sapeva che pensare: era uno stravagante, asettico, sgrammaticato addio? Era forse dislessica? Che fosse semianalfabeta lo scartava, la sua famiglia sembrava a dir poco benestante. E poi cos’era, un telegramma? Con un punto ben calcato dopo ogni parola? Una crudele presa in giro?
Il sangue ribolliva furiosamente nelle vene in preda alle pene d’amore. Come si poteva resistere ad uno strazio del genere? Quello era l’amore? Un eterno affannarsi e correre del cuore che squassava il petto? Come poteva tornare ai suoi sogni ora? Sarebbero sembrati sbiaditi in confronto alle vere emozioni.
Gli serviva il consiglio di un esperto, doveva andare da Gianluca. Si alzò, ficcò di nuovo in tasca il biglietto e tirò lo sciacquone.
“Mi sento male, devo andare a casa, influenza intestinale”
“E mi molli così? Ti detrarrò l’intera giornata!” Gli gridò dietro il vecchio.
Avrebbe dovuto replicare, erano le 11:30 e il suo turno finiva tra un’ora, ma annuì slacciando il grembiule e gettandolo sul bancone
“A lunedì, starò a casa anche domani, sto troppo male!”
“Eh no, non puoi lasciarmi di domenica!”
“Chiama Silvia, le renderò il favore!” Urlò Max uscendo e mettendosi subito a correre verso la periferia, alle villette della zona nuova, dove viveva Gianluca.
Suonò al citofono, la mamma di Gianluca rispose: “Sì?”
“Sono Massimo signora, c’è Gianluca?”
 “Si certo caro, entra”
Gli piaceva la signora Anna, era stata molto amica di sua madre e aveva lo stesso aspetto calmo e dolce, che lui serbava nella mente come caro ricordo materno.
“Sali pure così lo svegli, dorme ancora!” disse mentre passava lo straccio da spolvero sulla casa già linda e profumata.
Max salì in punta di piedi, senza toccare nulla, avendo paura di contaminare ogni cosa con le sue manacce macchiate dai pomodori, che raccoglieva in quel periodo per l’azienda Paratici.
“Sveglia, devo parlarti” esordì impaziente varcando la soglia della camera
“Mmmm, che vuoi? Ieri non sei uscito, ci siamo intrufolati alla festa di Caterina, uno sballo” disse Gian tra uno sbadiglio e l’altro, mettendosi a sedere
“Sta zitto e ascolta”
Qualcosa nel tono di Max dissipò ogni traccia di sonno nell’ amico, era accaduto un fatto grave, ne era certo.
 “Ho baciato una ragazza” disse  Massimo d’un fiato
“Cosa?” chiese ridacchiando Gian “Chi? Silvia?”
“No, no macché Silvia” rispose scocciato. Possibile che il suo migliore amico lo ritenesse talmente sfigato da non poter rimediare di meglio che l’occhialuta, brufolosa e con tanto di apparecchio collega di lavoro al bar? Non che avesse nulla contro di lei, ma aveva un cervello di gallina e puzzava perennemente di sudore e cipolla. Storse la bocca al pensiero
“È una nuova, una ragazza bellissima!” si vantò
“Oh, Max lo sapevo, ti sei ammattito!” esclamò Gian serio
“Smettila di rompere e ascoltami non ho tempo, devo trovarla!” rispose piccato Max. Raccontò l’accaduto ad uno sbalordito Gian, che ad occhi sbarrati fissava l’amico incredulo. Lo conosceva da una vita: Max non diceva mai bugie, ma questa era difficile da mandar giù.
Poi tirò fuori un tovagliolino da bar, una piccola calligrafia tonda, femminile era tracciata con una biro blu.
“Che cazzo vuol dire?” sbottò infine
“Non ne ho idea, ma voglio scoprirlo, mi aiuti?”


Risolvendo l’enigma

Non capisco niente, forse ti ha scritto un messaggio in codice, chiamiamo Marta, è lei l’esperta in enigmistica”
“Mmm, oggi mi ha fatto una mezza scenata”
“Perché?”
“Che ne so, le ho raccontato di Rosa e lei ha detto che sono un cretino e se ne è andata”
Gian sorrise scuotendo il capo “Ovvio, è cotta di te”
“Ma falla finita, siamo amici dalle elementari!”
“Dai retta a me amico, quella è gelosa! Ma ok, proviamo noi. Sembrerebbe un messaggio cifrato, vediamo in rete se ci sono consigli per decifrarlo.
Gian digitò: ‘messaggi cifrati’,i due avvicinarono il volto al computer facendo volare sullo schermo occhi avidi.
“Sembra che il più semplice sia il cifrario di Cesare, ma il messaggio dovrebbe essere un’accozzaglia di lettere, queste invece sono parole di senso compiuto” disse pensieroso Gian
“Forse lei non è così esperta, forse dobbiamo cercare qualcosa di più semplice, la risposta deve essere sul foglio, forza Gian fai funzionare il cervello!” lo incitò Max, che sentiva scorrere l’adrenalina.
“Ehi amico, mi sono appena svegliato e comunque i rebus non sono il mio forte” Gian prese il cellulare e iniziò a giocare.
Max iniziò a girare per la stanza “Se tu fossi lei e volessi che io capissi il messaggio lo faresti più semplice possibile giusto?”
“Giusto”
“Camuffato appena per non farlo interpretare ad una lettura superficiale”
“Mmmm” Gian non interruppe il ragionamento dell’amico, sembrava stravolto ed emotivamente instabile, meglio lasciarlo fare.
“Quindi… ecco! Guarda! La parola caffè ha la maiuscola mentre il nome Rosa no, inoltre usa l’articolo solo una volta… ma certo!”
“LE PRIME LETTERE!” gridarono in coro
“È un acronimo: C.o.r.i.d.e.s.i.” lesse Max
“Che diavolo è?”
“Forse un paese”
Gian inserì il nome sul motore di ricerca ed apparì Coridesi Family History – tree page.com
Ai due si accese una lampadina: non era un luogo, si guardarono per un attimo poi esclamarono:
“È il cognome!”
“Ed ora?” chiese Max, che sudava copiosamente.
Gian senza rispondere aprì tutti i social network e digitò Rosa Coridesi, risposta: ‘NOT FOUND’, tradotto: ‘niente da fare’, allora aprì le pagine bianche on line inserì Coridesi
Uscì un elenco di 97 persone, si guardarono in viso scoraggiati.

“Ciao!”
La voce li fece sobbalzare, si voltarono un po’ imbarazzati. Marta ferma sulla porta li fissava come se li avesse beccati con le mani nella marmellata.
“Ci aiuti a decifrare un messaggio?” ruppe il ghiaccio Gian. Aveva mandato un sms a Marta senza farsi vedere e gongolava che lei fosse arrivata immediatamente.
“Dà qua” disse lei, senza domandare nulla. Prese il tovagliolo, ci gettò appena lo sguardo, alzò gli occhi su Max, il suo sguardo ostile lo fece sentire colpevole. Come niente fosse lei disse:
“Prima di tutto va analizzato il disegno, questo sembrerebbe il Colosseo”
“Disegno?” esclamò Max fissando il tovagliolo come lo vedesse per la prima volta
“Colosseo?” sbottò Gian
 “Ma è a Roma!” Max era sconcertato
“10 e lode in geografia Max, vuoi un confettino-premio?” lo prese in giro, con soddisfatta malignità. “Comunque sì, Roma senza dubbio, vedete qui?  7 colli che indicano Roma, la tua bella è là, non ci vuole un genio per capirlo”
“Fantastico, quanti abitanti ha Roma?” sbuffò Gian
Aggiunsero ‘Roma’ alle chiavi di ricerca. Attesero.
“Bene! Che fortuna! Solo 7 hanno questo cognome, vediamo un po’: Coridesi Achille impresa di pulizie, no vero?” gli altri scossero la testa
“Coridesi Bruna, non penso sia il cognome della madre, quindi per ora scarterei anche questa ed anche Coridesi Lara per lo stesso motivo, ne rimangono 4”.
Inserì i nomi di nuovo nei social network e ne trovò due, uno era un ragazzotto sui vent’anni con la foto del profilo che lo ritraeva mentre slinguazzava una ragazza, con tanto di pitone tatuato sul bicipite. No, non era lui il padre di Rosa. L’altro aveva come foto-profilo un dipinto astratto, accedendo alla bacheca videro che era un uomo sulla sessantina, barba lunga, che faceva mostra delle sue opere.
“Ne rimangono solo due, che si fa?”
“Chiamiamo” disse Marta “Dammi i numeri, parlo io che sono una ragazza e non desterò sospetti cercando Rosa”
“Ok: 06300023” dettò Gian, mentre Marta prendeva il ricevitore a forma di pallone da football dalla scrivania.
“Oh, sì pronto casa Coridesi?… Sì? volevo parlare con Rosa… ah mi scusi devo aver sbagliato, grazie buona giornata” mise giù “Prossimo”
Li provarono tutti, anche quelli scartati, ma niente, due di loro però non risposero: una donna: Lara, e un uomo.
“Guardate”, disse Marta, senza scoraggiarsi, “il secondo, Marcello, è un avvocato, facciamo una ricerca incrociata” spinse via Gian e digitò lei stessa:studio legale+ Coridesi
Studio legale Agni, Coridesi, Zoi, consulenza fiscale e aziendale Roma Via Nomentana 51c tel. 06320321
“Bingo!” gridò Gian componendo il numero “Ehm, buongiorno… ah no cazzo la segreteria, che scemi è sabato!”
Max si sedette sul letto sfatto di Gian, come svuotato, cadde il silenzio, la loro carriera d’investigatori terminava lì.

In viaggio

Con un nodo allo stomaco per l’emozione, dopo aver contato i soldi raggranellati dai vari salvadanai, i tre fecero la fila alla biglietteria. Lo stavano facendo davvero? L’avrebbero combinata grossa! Più grossa di quando si erano addormentati in spiaggia per la notte di san Lorenzo e al mattino il maresciallo Macalli in persona, insieme all’appuntato Crimetti, li aveva riportati a casa con una tirata d’orecchie.
Avevano già fatto un’ora di corriera per arrivare alla più vicina stazione, passando per paesini semi deserti, da cui la gente era emigrata in massa, campi coltivati di girasoli, pomodori e meloni. L’avventura, quella vera, iniziava ora. Max fu assalito dai ricordi: l’ultima volta che aveva preso un treno era inverno, teneva stretta la mano di Maria, emozionato e terrorizzato all’idea di tornare a casa, una casa senza sua madre. Ricordò il vento di mare, lui bambinetto che respirava a pieni polmoni quell’odore di salsedine che tanto gli era mancato, ricordò la stretta ferrea della mano di Maria, che probabilmente provava le sue stesse emozioni.
Il fischio del treno lo fece trasalire “Allontanarsi dalla linea gialla, treno in transito” disse la voce registrata, Gian lo tirò indietro per una spalla. Poco dopo arrivò il loro treno, salirono in silenzio, timorosi ma esaltati per la trasgressione. Li aspettavano sei ore di viaggio, due cambi ed infine sarebbero giunti alla capitale.
In mano solo un indirizzo, nel cuore l’euforia di avventure mai vissute. Max sorrideva, bevendo grosse sorsate di quella nuova esperienza. Aveva preso la macchina fotografica di Gian e non faceva che scattare foto. “Fortuna è digitale o mi avresti mandato fallito”, scherzò l’amico mentre scorreva il dito sul display.
 “Ehi, mica male, belle le foto”.
 Max sorrise imbarazzato, aveva fermato nella camera le immagini che lo avevano colpito, particolari: la mano di un vecchio sul corrimano della scala mobile, il capo chino di un bimbo addormentato sul sedile del treno, il volto amorevole di una mamma che cullava il suo neonato, poi la cupola di una chiesa, l’acqua di una fontanella che sgorgava brillando di mille colori, e naturalmente le loro mille facce buffe: Marta che tirava fuori il suo perenne chewingum allungandolo tra le dita, Gian che azzannava il suo panino incrociando gli occhi. Max si fermò a studiare il volto dell’amica, non l’aveva mai guardata sul serio. Sotto quella spessa matita nera c’erano occhi scuri e scintillanti, i corti capelli incorniciavano un viso minuto e delicato, le labbra piene regalavano uno splendore particolare al volto quando sorrideva. Max non aveva notato prima quanto fosse bella. La voce di Marta lo fece sobbalzare, come fosse stato colto in fragrante:
“Cosa farai quando la troverai?” chiese
Lui la fissò pensieroso “Non lo so, le chiederò delle spiegazioni”
Lei parve arrabbiarsi “Delle spiegazioni, sei serio? Non pensi che se avesse voluto dartele l’avrebbe fatto? Non offenderti Max ma sembra una ragazzina viziata che sta giocando con i tuoi sentimenti!” incrociò le braccia e infilò le cuffie, il volume altissimo fece sentire a tutto lo scompartimento la musica dei Green day
“Forse non ha potuto darmele!” rispose imbronciato Max, più che altro a se stesso, sapeva che l’amica non poteva certo sentirlo.
Gian alzò le spalle facendo l’occhiolino e sogghignando, Max fece un gesto con la mano come a dire: “Ma falla finita!” poi si mise a guardare dal finestrino il mare che sembrava salutarli, sempre più lontano.
Già, cosa le avrebbe detto? E se Rosa avesse riso di lui? In fin dei conti stava attraversando mezzo Stato alla ricerca di una ragazza di cui sapeva a malapena il nome. Poi pensò al messaggio, se non voleva esser trovata non l’avrebbe scritto. Sorrise ignorando i rumori provenienti dal suo stomaco affamato, in tasca aveva solo 5 euro e dovevano bastare chissà per quanto.
Infine giunsero a Roma, erano le 18:00, esausti e indolenziti scesero dal vagone guardandosi attorno, disorientati. Max non aveva mai visto una stazione tanto grande, file e file di binari si susseguivano, persone indaffarate che ingombravano la banchina, chi lo urtava, chi lo spostava, chi gli girava attorno guardandolo storto. Tutto quello spintonare, vociare e respirargli addosso gli fece girare la testa, si aggrappò alla mano di Marta, che lo trascinò facendo lo slalom decisa e all’apparenza affatto turbata.
“Allora che si fa?” chiese Gian allegro, per lui viaggio equivaleva a divertimento.
Marta tirò fuori un pezzo di carta stropicciato, con aria competente
“Allora dobbiamo uscire su ‘Piazzale dei cinquecento’ lì c’è il capolinea degli autobus, dobbiamo prendere il 36 o il 90, andiamo”
I due la seguirono, Max sembrava in trance. Usciti su un ampio piazzale il suo volto cinereo riprese vita, un largo sorriso sostituì l’espressione sperduta.

Davanti a loro un serpente ordinato di taxi e più in là autobus ed autobus pronti per portarli ovunque volessero.


Una fine o un inizio?

Salirono sul 90, Max sentiva il peso dell’avvicinarsi alla meta. L’autobus era stracolmo, l’afa soffocante, lui trovò posto e prese in braccio Marta. Poggiò il volto sulla sua schiena e chiuse gli occhi, cercò di calmarsi inalando quell’odore familiare.
Superata Porta Pia scesero, erano arrivati.
Lo studio era al terzo piano, chiesero ad una segretaria dell’avvocato Coridesi
“L’avvocato non c’è ora” rispose mortificata.
“Siamo amici di sua figlia”
I tre pregarono e scongiurarono per avere l’indirizzo di casa. La ragazza dall’aria gentile li squadrò, evidentemente li giudicò innocui poiché scrisse qualcosa su un foglietto.
“Io non vi ho dato nulla” disse strizzando l’occhio. “Ed ora sparite”.
“È in corso Trieste, qui dietro!” esultò Gian consultando il navigatore del suo smartphone.
 10 minuti dopo erano al citofono di un lussuoso palazzo. S’intravedeva, attraverso l’enorme portone, un giardino interno con palme e splendidi rododendri, una scenografica fontana con due putti svettava al centro. I tre si sentirono piccoli e insignificanti mentre Max suonava chiedendo di Rosa.
Lei comparve, splendida come ricordava, Max si sorprese a fissarla come fosse un fantasma.
Si sentì a disagio: ora cos’avrebbe fatto? Rubato un altro bacio? Sperato in un’improponibile relazione a distanza?
 Lei sembrava felice di vederlo, prima che potesse dire qualcosa gli stampò un fugace bacio sulle labbra.
“Ce l’hai fatta a trovarmi!” esclamò con un sorriso raggiante.
“Già” rispose lui imbarazzato, guardando con la coda dell’occhio gli amici in disparte “Posso sapere cosa succede?” il tono uscì più severo di quel che si era proposto, lei si fece seria. Lo trascinò all’ombra, sul bordo della fontana
“Ecco, vedi, non è semplice da spiegare”
“Cosa?” domandò Max incerto
“Ho visto il nome della tua famiglia sulle carte”
Gli occhi di Max si sgranarono, la guardò senza riuscire a capire
“Il mio… nome?”
“Sì, ho fatto delle ricerche, dovevo trovarvi”
“E perché mai?” Max si sentì confuso, tradito, aveva gioito per la fortunata casualità di quell’incontro magico, ma evidentemente aveva ben poco di magico e nulla di casuale.
“Fammi finire ok? È già difficile così”
Lui tacque risentito
“Vedi, sono stata adottata, poi anche Giulio” Max non capiva cosa centrasse con lui “Ho dovuto cercarvi perché Giulio, ecco, lui è malato” puntò occhi colmi di disperazione sui suoi “Ha bisogno di un trapianto di midollo, nessuno di noi è compatibile, ma con un parente, un fratello, le possibilità sono ottime”
Max la guardò con sguardo ottuso, ma che diceva? Adozioni, trapianti, fratelli? non riusciva a seguirla. Poi improvvisamente l’immagine di un bambino allampanato, con i suoi stessi occhi chiari, e il naso! Come aveva fatto a non capirlo?
“Cazzo!” esclamò alzandosi “Tu! tu, mi hai usato, non sei mai stata veramente interessata a me, certo, come potevi!” era furibondo.
Raggiunse i compagni a grandi falcate passando in mezzo a loro e superandoli gridando:
“Andiamo!”
 I due rimasero lì a bocca aperta
“Aspetta Max! no! Tu… io non intendevo baciarti, ma eri così carino!”
Carino! Carino aveva detto, e lui che si era precipitato a cercarla sognando una struggente storia d’amore. Non rispose Max, lacrime amare solcavano il suo volto, non provava nulla per quel fratello sconosciuto che gli aveva portato via sua madre, che fosse andato al diavolo!
“Vi prego, fatelo ragionare voi!” chiese Rosa, piangeva anche lei, diede un bigliettino a Marta “è il mio numero” non aggiunse altro, si voltò e sparì.
……
Max fissava la città eterna senza vederla, monumenti e luoghi intrisi di storia scorrevano al di là del vetro, lui torceva la stoffa dei jeans con mani sudate. Nessuno parlava, la loro avventura era terminata, niente storia da favola, solo gli incubi della realtà.
Marta gli porse un biglietto insieme al suo cellulare, senza dire una parola.
Max lo prese fissando l’immagine che faceva da sfondo: loro tre stretti nell’obiettivo a leccare lo stesso cono gelato. D’un tratto alzò le spalle, fece un lungo sospiro e sorprendentemente sorrise.
Digitò:
DÌ A GIULIO CHE TUTTO SARÀ OK’Nemmeno due secondi dopo la risposta:
‘LO FARAI DAVVERO? ’
SI.  ANCORA AMICI?’
‘ OVVIO! :-) TI MESSAGGERÒ’
NON HO UN TELEFONO
‘TI SCRIVERÒ DELLE LETTERE’
CI CONTO :-) ’
Il solito sorriso allegro di Max ricomparve:
“Dicono che il trapianto di midollo sia dolorosissimo, chi vuole scommettere che non urlerò?”
Gli amici lo guardarono per un lungo attimo, seri, poi scoppiarono a ridere. Marta si alzò dal sedile e gli gettò le braccia al collo, poggiò le labbra sulle sue. “Sei il solito scemo” sussurrò, ma i loro sguardi dicevano ben altro.
“Che ne dite di una nottata romana?” propose Gian. Ammiccarono complici sghignazzando.
L’autobus avanzava, mentre Il Colosseo svettava nel tramonto purpureo, abbandonando l’afa della giornata. L’estate era appena iniziata e i tre amici avevano intenzione di godersela tutta. Scesero dall’autobus, tre piccole figure che si tenevano per mano, i capelli ramati alla luce del sole morente, le ombre allungate verso il futuro.