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domenica 8 maggio 2016

Segnalazione Il mondo dell'altrove


Eccomi qui ancora a segnalarvi delle letture, oggi vi propongo questa raccolta di racconti tra fantasia e realtà. Buona lettura !!!

Autore: Biancu Sabrina 
Titolo dell'opera: Il mondo dell'altrove 
Genere: Narrativa 
ISBN: 88-471-0785-4 
Prezzo: € 12,00 
Numero Pagine: 116 
Casa editrice: Marco Del Bucchia Editore
Anno/data di pubblicazione: luglio 2015



Link d'acquisto 



Prime pagine: 

Volantino online: 

Trama/sinossi breve: 
Cinque racconti – in cui fantasia e realtà si mescolano – capaci di trasportare il lettore in un altro mondo, in un luogo magico. Capaci di farlo sognare. Ogni cosa è viva e insegna qualcosa d’importante. E ciascuna storia si trasforma nella tappa di un viaggio in cui si cresce e si matura a fianco di Elia, Rosy, Tea, Pietro, Desideria, André e della stellina Irina.

Trama/sinossi lunga:
Il testo è composto da cinque racconti, ognuno dei quali è un misto tra realtà e fantasia. 
Ogni storia, infatti, è in grado di trasportare il lettore in un altro mondo, un luogo magico in cui a partire dall’essere più piccolo e insignificante ognuno non solo può parlare ma fare cose incredibili, mai immaginate prima. 
Luoghi, fiori, animali, e stelle del cielo, ogni cosa è viva e insegna qualcosa d’importante, capace di far avvenire il tanto atteso cambiamento interiore o di destare da una realtà da cui si è intrappolati e non si riesce a uscire. 
La forza da cui attingeranno i protagonisti la troveranno dentro di loro, grazie a una grande fede sempre avuta ma a tratti affievolita a causa di eventi spiacevoli che li hanno portati a dubitare di se stessi, e ritrovata dopo che degli amici inaspettati li hanno aiutati a superare le difficoltà e a ritrovare la fiducia in loro e in qualcosa di più grande di che non li ha mai abbandonati. 
Ogni racconto però, oltre ad avere un forte insegnamento morale, può fare da stimolo per continuare a sognare chi ancora non ha perso il legame tra realtà e fantasia, e che usa l’immaginazione per spaziare nei luoghi interiori e della mente non accessibili a chi ha smesso di sognare e di stupirsi delle meraviglie della vita, e di quei mondi del cuore aperti a chi sa attraversarli ascoltando sempre se stessi. Per chi avesse perso questo contatto, invece, può fare da sprone per ritrovare la strada per un mondo magico, che esisterà sempre ma di cui a volte si perde la via. 
ogni storia viene un po’ da un altro mondo, un mondo che non è qui, è altrove. 
Il prologo e l’epilogo rappresentano due parti della stessa storia, una metafora che descrive l’animo umano, dapprima in tumulto, sconsolato e triste, pieno di problemi e insicurezze, che, nella seconda parte sboccia, grazie alla vicinanza delle persone che lo aiutano a credere in se stesso, a superare le difficoltà e a capire di avere uno scopo nella vita. Fa un viaggio introspettivo lungo e doloroso per arrivare ad essere felice e circondato da tanto amore da dare e ricevere. È come se ogni storia fosse una tappa di quel viaggio, in cui si cresce e si matura un po’ per volta per arrivare ad essere una persona meravigliosa, quella che si è sempre voluto essere ma che sembrava così lontana e non alla propria portata. 
In dettaglio ogni racconto ha qualcosa di diverso da insegnare: con Elia conosceremo l’animo buono di chi mette a disposizione la sua cucina senza chiedere nulla in cambio se non delle chiacchierate; Rosy, bambina viziata, grazie al suo anatroccolo si farà un esame di coscienza per capire cosa deve migliorare; Tea, dopo aver perso il figlio ha smesso di avere amici e di vivere, sarà l’animo buono di un bimbo di nome Pietro a farle capire da dove viene veramente il suo male; Desideria, ragazzina sempre allegra, aveva smesso di sorridere dopo un’epidemia che le aveva deturpato il viso, ma il suo amico André che le vuole molto bene le farà capire che ciò che conta di più è la bellezza interiore; la stellina Irina, infine, a differenza degli altri astri, ha uno scopo nella vita e aiuterà una giovane donna a capire che un amore non corrisposto si deve lasciar andare. 

Biografia: Sabrina Biancu nata il 03/12/1981 a Oristano vive a Baressa. 
Interessata fin da piccola a comunicare emozioni ed aiutare gli altri, ha capito durante l'adolescenza che voleva fare la scrittrice, quando ha cominciato a partecipare a dei concorsi letterari. 
È passata dalle poesie ai romanzi, per capire infine che il suo vero interesse sono i racconti fantastici, per riuscire a comunicare che nulla è impossibile se lo si vuole davvero. Il lettore viene trasportato in luoghi magici, che esistono nei sogni, tra realtà è fantasia, che lo aiuteranno a capire se stesso tra personaggi veri e inventati che popolano i diversi racconti. 
Trae ispirazione dalla vita e dal mondo che la circonda: un bambino, un fiore, una nuvola ma anche un pensiero che le attraversa la mente, uno stato d’animo positivo, il ricordo di una giornata; cerca di scrivere i racconti allo stesso modo in cui vive la vita, con passione e godendo di ogni momento, così le è più facile mettere nero su bianco e farli diventare un qualcosa che le appartiene. 
Al momento è iscritta al corso di laurea in scienze dell’educazione e formazione Le piacciono i bambini, gli animali e i libri.
Al suo attivo ha due raccolte di racconti, Luce Azzurra (Boopen 2009) e Il mondo dell’ altrove (Marco Del Bucchia Editore 2015).

Estratto:
"ogni problema ha una soluzione, solo alla morte non c’è rimedio. Se uno cade deve avere la forza di rialzarsi, se uno sbaglia deve capire i suoi errori e andare avanti con consapevolezza, se è in una brutta situazione deve rimboccarsi le maniche e dare una svolta alla sua vita e se non crede in sé deve cercare quella fiducia che gli permetterà di fare ciò che vuole. Non piangerti addosso, non serve a nulla, sii fiducioso, ottimista, credi in te e nelle tue capacità. Trova quello che più sai fare e metti in pratica la tua arte, prima per te stesso e poi per gli altri. Amati incondizionatamente, con tutto te stesso, con la forza che possiedi, e potrai pensare, provare e agire in tutto ciò che sai di riuscire. Tutto si può, basta volerlo.
Utilizza tutto questo, destati da questo stato d’insicurezza e paura e realizza la vita che vuoi. Credici con tutto te stesso e con orgoglio e tenacia riuscirai a uscire dallo stato di negatività in cui sei entrato. Una cosa ti chiedo: abbi fiducia, o fede, o speranza, chiamala come vuoi ma abbine tanta, questa è la chiave per aspirare a una vita migliore.”

sabato 30 maggio 2015

vendetta....

un racconto in risposta a un incipit di Monica Spigarol.
Andate sul blog Scrittori in corso, ce ne sono molti altri da leggere


https://scrittoriincorso.wordpress.com/2015/05/30/vendetta/

mercoledì 11 marzo 2015

Book chef

http://ilmomentodiscrivere.org/2015/02/02/pubblica-il-tuo-racconto-con-bookchef-il-web-talent-di-scrittura-creativa-de-il-momento-di-scrivere/


Partecipa  a BookChef e diventa uno scrittore!

Sei ancora in tempo a partecipare, aspettiamo il tuo racconto !!!!!!




Il momento di scrivere è orgoglioso di presentare la prima edizione del web talent di scrittura creativa BookChef. In palio per i partecipanti lapubblicazione delle proprie opere con importanti editori e una scheda di valutazione per una propria opera completa.


Ci piace definire BookChef un
 web talent di scrittura creativa. Se invece volete una spiegazione classica, è un concorso letterario online.

Cos’è BookChef?

BookChef nasce dalle menti di Giuseppe Monea e Francesca Rossini (li conoscete, vero?). I due autori del blog hanno deciso di organizzare una gara tra aspiranti scrittori e mettere in palio la pubblicazione delle loro storie grazie a due importanti editori: Infinito Edizioni e Genesis Publishing. Inoltre, gli amici di Nativi Digitali Edizioni offriranno una scheda di valutazione per un’opera completa.

martedì 28 ottobre 2014

7 peccati alla fermata del metrò. storia completa.




SETTE PECCATI ALLA FERMATA DEL METRÒ

SUPERBIA
Spintoni il malcapitato davanti a te sulla scala mobile, t’insinui tra una grassa turista e la sua ingombrante valigia, scavalcandola.
“Ehi, attento, maleducato!” ti grida dietro una vecchietta alla quale hai fatto cadere il bastone. Non ti volti neanche, non hai tempo, devi prendere la prima corsa disponibile. Non importa se la prossima sarà tra cinque minuti al massimo, tu non puoi aspettare, la tua vita non può concedere momenti morti, tempo non utilizzato a dovere.
Squilla il tuo smartphone ultra piatto, ultimo modello. Attivi la chiamata pigiando bene l’auricolare nell’orecchio per sentire meglio:
“Asmaldi” Esordisci a voce troppo alta, molti si girano a guardarti nella banchina gremita ma silenziosa.
“Dannazione!” imprechi, seccato che d’improvviso non ci sia campo. Bruci con lo sguardo un ragazzetto che sogghigna, trovando forse sciocco che provi a rispondere a venti metri sotto terra. Quello subito si gira. Scuoti la testa, provi pena e ribrezzo per quella caricatura di essere umano. Lo guardi meglio, avrà quasi la tua età, scarpe da ginnastica logore, senza lacci, maglia sformata e troppo lunga, buco largo come un cratere all’orecchio e un anellino nel sopracciglio, capelli rasta. D’istinto fai un passo indietro, per mantenere una distanza di sicurezza contro eventuali pidocchi, o altri parassiti.
Immagini per un solo istante la vita grama da disoccupato o distributore di volantini in qualche lurido angolo di strada. Sorridi e pensi alla tua di vita: amministratore delegato per un’importante ditta, trentadue anni, felicemente single, felicemente ricco e ambito, senza una serata da passare solo. Tutto scandito, tutto programmato, tutto esattamente al proprio posto. Lo sguardo vaga su quella massa di gente normale, piatta, insipida, tu invece sei destinato a qualcosa di maestoso. Presto sarai su un aereo prima classe, comodo e rilassato a goderti il tuo drink.
Alzi lo sguardo sul pannello luminoso, perfetto, ‘treno in arrivo’ leggi, spintoni ancora qualche insulso sconosciuto per accaparrarti un posto decente, poi ignori la marmaglia e ti metti a ripassare il discorso che farai al tuo capo, quello che entro un anno butterai giù dalla poltrona, scalando la vetta.

ACCIDIA
Te ne stai da dieci minuti a fissare la linea gialla, son già passati due treni, ma non hai voglia di muoverti, tanto non hai nulla da fare, nulla che valga la pena fare.
Allunghi i piedi stiracchiandoti. Le scarpe da ginnastica sudice dicono che sarebbe ora di darsi una ripulita, ma non vuoi tornare a casa, non da quell’arpia che ti dice quello che devi fare e quando, non da quel rompipalle di tuo padre che ti dice che è ora di darti una mossa, che sei un uomo adulto.
No, forse potresti andare da Alina, lei ti accoglie sempre, ma poi andrà a finire che vi sballerete e questa sensazione di cupa indolenza peggiorerà ancora.
Ti alzi, il treno sta per arrivare, un minuto, segna il tabellone, e stavolta non vuoi perderlo il treno.
Senti un profumo pungente, maschile, fastidioso, alle tue spalle, sbirci con la coda dell’occhio. Un incravattato presuntuoso, uno di quelli col portafoglio gonfio e la convinzione di essere migliore di chiunque al mondo solo per questo. Tenta di parlare al cellulare, ma ovviamente la linea cade, siete sotto terra. D’improvviso quel manichino ti sembra così buffo, sorridi, poi fai una risatina sibilante. Lui ti fulmina con gli occhi, ti volti, ma senti il suo sguardo rovente che ti perquisisce, violentandoti. Fin troppo facilmente immagini i suoi prevedibili pensieri preconcetti. Poi senti l’aria calda avvolgerti, il treno sta per arrivare, il tizio ti spintona, ma non protesti, lo lasci fare: vivi e lascia vivere il tuo mantra, ma la realtà è che non hai proprio voglia di alzare un dito. Andrai da Alina, dopo tutto, e che vada un po’ come deve andare.
Incontri lo sguardo di una donna prima che la porta si apra, sembra abbia appena finito di lottare con le borse della spesa per correre a sedersi nel posto liberatosi da un passeggero che scende. Lo sguardo però ti trapassa, ti ignora. Ovvio, tu sei invisibile, insignificante, vorresti perderti del tutto in un oblio senza esistere più. Sospiri e segui lo sguardo della donna, duro e scintillante. La vedi la preda dei pensieri maligni della donna, una ragazza sui vent’anni, bella come il sole, ma troppo truccata e con una minigonna che lascia poco da immaginare su come sia perfetto il suo corpo sotto. Metti in bocca la sigaretta che ti sei arrotolato mentre aspettavi di decidere se salire o no, l’accenderai nel tragitto verso casa della tua amica.

INVIDIA
Finalmente quel tizio con quei quattro capelli impomatati si alza, lasciandoti il posto libero. Le borse della spesa, incastrate tra le gambe, minacciano di spaccarsi. Le sollevi con entrambe le braccia, con molta fatica. Il frenare della metro ti fa sbilanciare e delle arance rotolano in terra, mentre raggiungi, chissà come, il sedile. Un uomo, uno straniero, scuro e sporco, te le porge, le accetti mugugnando un ringraziamento, senza guardarlo in viso. Poi, finalmente comoda, ti guardi intorno. Il treno è fermo e vedi al di là del vetro uno di quei ragazzi con i capelli lunghi e intrecciati, pieno di orecchini. Scuoti il capo: dove finirà questa tua città? Stranieri, drogati, un barbone che sonnecchia su una panchina di metallo e… e… eccola lì: una puttanella che sembra abbia il mondo ai piedi.
“Come ti sbagli bella mia, la vita ti lascerà le cicatrici, presto sarai vecchia e brutta, come me” pensi con rabbiosa malinconia. Certo, tu bella non lo sei mai stata, neanche quando eri giovane, ma ugualmente credevi di poterti sistemare, e bene, con chi dicevi tu. Hai rifiutato la richiesta di fidanzamento di Giovanni l’arrotino, quello che viveva due portoni più in là. Troppo povero diceva tua madre, e di Fulvio lo spazzino, il lavoro non era degno. Ma di proposte non ne sono più arrivate ed ora mangi con occhi ladri, che vorrebbero prendere quel corpo bello e giovane, vorrebbero avere l’opportunità di ricominciare, la bella ragazza che vorresti essere. E invece probabilmente quella sgualdrina sprecherà la sua giovinezza, si svenderà, rovinerà quel suo bel corpo, messo in mostra come in vetrina: ‘sotto a chi tocca’ ti dice quel corpo, quel vestito rosso striminzito.
Stringi forte il manico della busta, come se tua madre, ormai novantenne e a chilometri di distanza, potesse sentire i tuoi pensieri impuri e schiaffeggiarti come da ragazzina. Leggi le fermate, tra due dovrai scendere, tua madre aspetta e lei non gradisce i ritardi. Scuoti la testa cercando di non immaginarti, bella, con i capelli fluenti e il viso fresco e quel vestito sconcio. Un sorriso prepotente e amaro compare per esser subito sostituito con la tua espressione arcigna, come scolpita tra le rughe del tuo volto ossuto.

LUSSURIA
Gli eccessi della notte te li senti tutti addosso: sulla pelle ancora rovente e oleosa, sulla bocca dal sapore amaro, sui capelli scompigliati. Il prepotente odore maschile invade le tue narici, lasciandoti stordita da sensazioni contrastanti. Ti stropicci gli occhi sperando che il trucco non sia troppo sbavato. Ci sei ricaduta, per l’ennesima volta, ricordi a stento l’uomo dalla pelle ambrata che ti stringeva con passione, ormai ha perso ogni attrattiva, lasciato alle spalle, dimenticato e insignificante.
Discoteca, tre amiche cretine e tanti corpi maschili che si strusciano contro il tuo. Dopo dieci minuti già sapevi che saresti tornata a casa con qualcuno di loro o forse più di uno.
Non è l’amore che cerchi, quello è sfumato, svanito, evaporato quando a quattordici anni il ragazzo che amavi follemente ti ha urlato contro di lasciarlo stare, che eri solo una ragazzina viziata e sballata, quando per ripicca ti sei chiusa nel bagno con Danilo del quinto anno. Tutto è finito nel cesso sudicio della scuola, tra puzza di piscio e fumo: speranze, sogni romantici e la parola amore, una tirata di sciacquone e via.
Ma il sesso no, quello non lo hai lasciato più andare, lo usi come arma, come trastullo e come sfida, ma più di tutti è una droga, di cui non riesci e non vuoi più a fare a meno.
L’adrenalina del primo incontro, quel rincorrersi di sguardi, il sangue che corre nelle vene è quel che più ti spinge a farlo, l’essere adorata e mangiata con gli occhi, poi il non pensare più a niente lasciarsi andare e ascoltare solo il rombare delle sensazioni sulla tua pelle.
La notte, la tua vita, la tua effimera felicità, poi il mattino e ti svegli in un letto sconosciuto, niente palpitare, solo odori sgradevoli e imbarazzo. Quei ragazzi dai corpi perfetti al mattino ti sembrano così noiosi e non vedi l’ora di fuggire via. Ora corri a casa a farti una doccia poi aprirai la caccia alla tua prossima preda, fantastichi già su come dovrebbe essere.
Una donna, vecchia e brutta, volto arcigno, interrompe i tuoi pensieri squadrandoti da capo a piedi. Vorresti sputarle in faccia, ma ti accontenti di leccarti il labbro con aria lasciva, strizzandole l’occhio, mentre mimi una lap dance sul palo della locomotiva. Quella abbassa lo sguardo, tu sogghigni soddisfatta vedendo che è arrossita. È da quelle come lei che rifuggi, hai il terrore di diventare così un giorno: brutta, sola e non desiderata, è per quelle come lei che pensi che in fondo la tua vita non faccia poi così schifo, anzi è una vera figata. Quella del tizio lì sulla panchina, che russa sonoramente, ubriaco e gocciolante di piscio e vino scadente, quella sì che è una vita di merda.
 Sorridi ammiccando ad un tizio belloccio, elegante, abito costoso e auricolare nell’orecchio. Pensi che cercherai di sederti vicino a lui, chissà che tu non abbia trovato compagnia per questa sera. Mentre sali tiri giù il bordo del vestito, accentuando la scollatura, e già il cuore ricomincia a pompare, l’adrenalina del cacciatore ti formicola nello stomaco, mentre un sorriso compiaciuto e sfacciato illumina tuo bel volto.

GOLA
Senti i rumore del tuo stesso russare che ti riporta nel dormiveglia, la notte all’addiaccio ti ha intirizzito tutte le membra. Hai sete, ma il vino è finito e di certo nessuno avrà lasciato spiccioli nel cappello, che, ora che ci pensi, neanche hai posizionato, troppo ubriaco per fare qualsiasi cosa se non crollare sulla panchina e sognare.
Un ghigno storto compare sul tuo volto barbuto, mostrando ai passanti distratti i denti marci o mancanti.
Hai sognato polpette al sugo, spaghetti e pollo alla brace, gnocchi di patate e ravioli al ragù e una bella bistecca grondante e succulenta.
“Mmmm” senti mugolare la tua bocca, mentre il tuo stomaco gorgoglia. E pensare che un tempo ne mangiavi a quintali di roba succosa e ben cucinata: eri un ciccione, un ben pensante, con lo stipendio fisso e la passione per la buona tavola, avevi una moglie e due marmocchi rumorosi. Ma tutto ti annoiava, solo il sapore intenso del buon cibo leniva il tuo malessere inconfessabile. Facevi fuori di nascosto vasi interi di funghetti sott’olio, chili di cornetti con sopra panna spray e vagonate di fettuccine al tartufo o lasagne al forno, teglie di melanzane alla parmigiana. Il cibo era divenuto il tuo ultimo pensiero prima di dormire, aveva popolato i tuoi sogni e le tue giornate, inchiodato ad una scrivania.
Poi hai cominciato ad ingrassare, ingrassare, non hai avuto più la forza di andare al lavoro, hai iniziato ad assentarti sempre con maggior frequenza. Tua moglie se n’è andata con i figli a seguito: non voleva stare con un uomo che andava al letto con le cotolette panate invece che con lei, ti ha detto. Così hai perso la tua famiglia e poi anche l’impiego.
Ironia della sorte alla fine ti è stato sottratto ciò per cui vivevi: il cibo. Senza più lavoro, niente soldi per sfamare il tuo enorme corpo, hai dovuto reprimere i tuoi appetiti. Ma ora non è il buon cibo che più ti manca. Sono loro, i tuoi figli, ormai saranno grandi, speri si siano sistemati, speri che a loro sia andata meglio.
E tua moglie, lei sì ci ha saputo fare, si è risposata con un avvocato. L’hai vista ingioiellata davanti ad una vetrina, hai tirato su il berretto, svuotandolo degli spiccioli, calcandolo in testa il più possibile, sperando che non ti vedesse. Ma lei ha tirato dritto, gettando delle monetine sopra al mucchietto formatosi in terra, con un sorriso compiaciuto. Era al braccio di un bell’uomo brizzolato, dallo sguardo sicuro e pieno di sé, non ti ha riconosciuto. D’altronde cinquanta chili in meno, barba folta ed abiti stracciati cambiano molto una persona, ma chissà perché ci sei rimasto così male.
Ti alzi a sedere, ormai sveglio, vedi la gente che si affolla davanti alle porte del treno, c’è chi ti guarda male, chi ti lancia uno sguardo impietosito, ma per lo più t’ignorano e a te va bene così. Hai fame, ma un pezzo di pane andrà benissimo, o almeno speri di racimolare qualcosa per un cicchetto.
Ti gira la testa, ti aggrappi a qualcosa, qualcuno, poi improvviso senti un pugno nello stomaco e una voce lontana riecheggiare:
“Brutto schifoso, non mi toccare!”. Mentre cadi a terra continuano ad arrivare colpi.
IRA
“Levati di dosso lurido parassita!” urli quando ti poggia le sue lerce mani sulla spalla. È un vecchio barbone, senti il puzzo di urina e alcol e una vampata di calore ti sale dal petto, irrorando il volto e facendo gonfiare le vene sulle tempie rasate. Il cuore pompa forte e senti l’adrenalina crescere, mentre sogni già di vederlo implorare la tua pietà.
“Devi morire, cane, verme schifoso, nullità, pidocchioso vecchio bavoso!” le parole escono dalla tua bocca come un fiume in piena, ringhiate dal petto muscoloso, mentre gli occhi saettano alla ricerca di un’arma.
“Che c’è qui Cobra?” ti chiede il tuo amico, sembra il tuo gemello: stessi capelli rasati, stessa maglia aderente, stessa camminata da gorilla alfa: petto in fuori e culo a papera. Ghigno ottuso stampato su quel viso da babbuino. Anche lui s’infiamma subito, si può sentire la vostra eccitazione malata, mentre tira fuori dal nulla il coltello.
Tu scagli il primo pugno, ma la rabbia non si è sopita, anzi cresce quando vedi che crolla troppo presto a terra, togliendoti il gusto. Raccogli la bottiglia vuota del barbone, nessuno bada a voi mentre il treno sta per far salire i passeggeri e quelli che son scesi se ne corrono alle loro destinazioni, frenetici e rinchiusi nei loro gusci.
Gli sferri un calcio nello stomaco e ti prepari ad alzare la bottiglia, mentre il tuo amico fa scattare il serramanico.
Poi un: “Ehi voi!”. Alzi lo sguardo, furibondo, pesterai anche questa interruzione, ma poi vedi che è un poliziotto. Scatti di corsa, un attimo prima che le porte si richiudano. Ridi fragorosamente alzando il dito medio al tuo amico, che viene bloccato e portato via. “E tu che hai da guardare!” urli in faccia ad un tipo appiccicato a te nella metro. Questo non risponde stringendosi il bavero del cappotto fuori moda, quasi avesse paura che lo derubassi, non sei mica un ladro tu, sei una persona per bene.

AVARIZIA
Ti stingi nel cappotto, a proteggere la tua persona, a proteggere l’orologio antico, che tieni nel taschino, a proteggerti dal mondo che sembra impazzito.
Ti allontani sdegnato, ma in realtà soddisfatto per la lezione che quel ragazzotto ha dato a quel parassita della società.
Poco prima hai superato tre mendicanti nel corridoio della metro, inutili esseri che vivono elemosinando quel che non è loro, che rubano a chi suda faticando il proprio salario. Come te, ragionier Franzetti, che lavi in terra con la sciacquatura dei piatti, che riutilizzi i fondi di caffè fino a berti acqua calda. I soldi non crescono mica sugli alberi, bisogna risparmiare per tempi peggiori. Lo dicevi tu a tua madre, che continuava a chiederti aiuto per acquistare costose medicine, prima di morire, lo dicevi a quella sanguisuga di Luisa, che voleva sposarti e rubarti lo stipendio accasandosi da te e spendendo in insulsi abiti tutti i tuoi risparmi. Ora vivi solo, trenta metri quadri di appartamento, lindo e pulito e vuoto come le mie tasche. Le tue invece, di tasche, sono colme e scintillanti di denaro, e te la ridi alle spalle di chi spesso ti ha detto “le bare non hanno tasche”. Invidiosi, scialacquatori, spreconi, il mondo ne è pieno, per questo il mondo sta andando a rotoli, pensi.

……………
Il treno è ormai in viaggio, io vi guardo, infime creature, perse nei vostri insulsi pensieri. Oggi mi son voluta divertire, nell’agenda avevo solo quel misero barbone, con i suoi peccati di gola sulle spalle, ma ha già pagato per quelli, nella sua stessa vita mortale. La sua ora verrà comunque, presto, molto presto. L’ho scambiato con voi, caricature dei difetti umani, marionette prigioniere dei vostri stessi limiti, dei vostri ridicoli incubi. Mi sono divertita un po’ a riunirvi qui, ma ora è giunto il momento: chiusura delle danze.
Uno schianto, un sasso sui binari, una cosa da nulla, ma la prima carrozza viene sbalzata via, si fracassa contro lo stretto tunnel buio, mentre le lamiere si accartocciano imprigionandovi, confondendo, mischiando i vostri corpi in una massa sanguinolenta. Peccato duri così poco, chissà che ridere a sentire i tuoi pensieri vecchia  zitella, con le cosce della ragazza dritte sulla tua bocca, e tu, incravattato, abbracciato al rasta, stretti a mischiare profumo e puzza di sudore. L’ orologio d’oro è uscito dal tuo taschino fracassandosi, chissà se te ne sei accorto ragioniere. Infine tu, gorilla, hai esaurito la rabbia, evaporata tra le lamiere, sostituita da un attimo di intensa paura mista a vergogna: se il tuo amico t’avesse visto pisciarti sotto ti avrebbe dato della checca e t’avrebbe fracassato di botte.
Solo tu, ragazza mai soddisfatta, hai concluso in bellezza il tuo viaggio: nell’atto finale il maschione profumato è ruzzolato sopra di te, in un macabro ultimo contatto intimo. Quasi sorridi pensandoci, ma il sorriso si raggela nel tuo volto quando ti rendi conto che io, la signora in nero, l’unica da cui non si fugge, vi sto portando tutti via con me.
Fine dei giochi, fine della corsa, la mia attenzione è richiesta altrove, in un ingorgo stradale, tra le strade vischiose di pioggia, tra le corsie di un ospedale, tra i vicoli della guerriglia urbana. Non riposo mai io, ma a volte me la rido, come oggi, e mi tolgo uno sfizio.
Attento, tu che leggi, ho giusto due minuti liberi….

martedì 30 settembre 2014

L'ULTIMO DELLA CLASSE

Il ricordo che affiora

Te ne stavi sempre lì in disparte, immusonito e curvo sul banco, mentre gli altri scambiavano le merende o le figurine dei calciatori. Sempre col naso su quei libri ingialliti, che prendevi in prestito dalla biblioteca, sempre con quell’aria da chi è stato appena buttato giù dal letto.
Il maestro Fernando Arroviti ti aveva preso di mira per cinque anni, a volerti dimostrare che anche se leggevi e leggevi, se non sapevi venderti nel modo giusto, presentarti come si conviene, non saresti stato nessuno nella vita. E non perdeva occasione per dimostrare a te e noi quanto avesse ragione.
Immagini la scena? Ricordi? Lui che improvvisamente molla gesso e cancellino e si dirige verso di te a grandi falcate, lo senti arrivare, troppo tardi scatti sull’attenti poggiando le spallucce sulla seggiola. Ti afferra la zazzera spettinata e tira forte, a farti lacrimare, senza proferir parola, mentre noi tutti tacciamo spaventati. Qualcuno a dire il vero sogghigna.
Il maestro Arroviti ti pigliava poi per l’orecchio facendoti alzare e buttandoti nell’angolo per il resto della mattina, mentre scuotendo il capo canuto prendeva con due dita, come fosse infetto, qualche tuo libro di avventura, che leggevi nascondendolo sotto il tomo di latino o algebra.
Carrisi, dell’ultimo banco, si girava appena poteva per sbeffeggiarti, ma tu guardavi attraverso il suo corpo flaccido e unto di ciambelle e bomboloni, come fosse invisibile. Era questo più di tutto che spaventava alcuni di noi e faceva infuriare altri, come il maestro. Poi c’era un’esigua minoranza, me compreso, affascinata dal tuo essere così diverso e imperscrutabile.
Tutto ti scivolava addosso: insulti, umiliazioni, percosse, tu avevi sempre la stessa faccia seria. S’illuminava solo quando leggevi, infervorato nell’immedesimazione del racconto, nell’estasi del poter vivere una vita diversa, almeno con la tua mente, o quando correvi. Dio, come correvi, sembrava avessi fiamme dietro alle chiappe magre, che ti spingessero a metterti in salvo più veloce possibile.
L’immagine di te stampata, indelebile, nella mia mente è quella del tuo volto asciutto, pallido, dalle scure occhiaie, ma senza un filo di sudore sulla fronte ampia, sul viso un’espressione di trionfo e di pura gioia, mentre batti un branco di marmocchi correndo come un forsennato.
Luca Fiorini, la mente più acuta e ottusa al contempo che abbia mai conosciuto, dannazione e toccasana della mia giovinezza.  Tu, anima troppo sfuggente per essere rinchiusa e obbedire alle norme del vivere comune, tu che confinavi le tue sofferenze in un luogo così profondo da non farvi entrare nessuno. Tu, cui nessuno poteva davvero scalfire, tu che non chiedevi nulla agli altri, ma sapevi ascoltare.
Mi hai incontrato d’estate, prima dell’inizio delle lezioni, nuovo del paese e della scuola ti accingevi ad acquistare i libri necessari giù all’emporio del Franchi. Eri con tua madre, vestita a lutto dal velo sulla testa al lungo vestito di moda forse cent’anni prima. E tu bimbetto rattoppato e malandato, con le spalle curve ti fissavi le scarpe vecchie, ma lucidate di fresco, almeno due misure più grosse.
Ricordo lo scappellotto di mia madre, mentre facevamo la fila, a ricordarmi che non stava bene fissare le persone.
“Come ti chiami?” ti chiesi due giorni dopo fuori dalla chiesa, mentre mettevo in tasca le bilie appena vinte e mi avvicinavo all’ombra dei pioppi, vicino alla fontana, dove eri abbarbicato con un librone in mano.
“Come ti chiami?” ripetei iniziando a credere che fossi sordo. Il tuo capo rimase chino sul libro, il tuo volto impassibile, solo il tuo piede sinistro si mosse: avanti e indietro, poi iniziò a fare dei movimenti circolari. Sembrava la coda del gatto quando lo infastidisci.
 “Lascialo perdere è ritardato!” urlò Granietti dietro le mie spalle.
Potevo andarmene, forse avrei dovuto, ma rimasi, affascinato da quella strana creatura che eri.
“Che leggi?” chiesi come ultimo tentativo.
Rimasi lì col fiato sospeso fino a che tu finalmente alzasti il capo e mi fissasti perforandomi con i tuoi occhi indaco.
Mi hai porto il libro, ancora tacendo ed io lo voltai per osservare la copertina:
‘L’isola del tesoro’ lessi e sorrisi, mi piaceva il titolo.
Dopo avermi fissato a lungo, più di quanto la normale convenienza sancisca, hai sorriso di rimando, il più strano sorriso che abbia mai visto: solo un lato della bocca si mosse, mentre l’altro rimase immobile, come di cera, gli occhi poi rimasero gelidi, freddi e impenetrabili, profondi e imperscrutabili.
“Io mi chiamo Salvatore e tu?” insistetti un po’ a disagio.
“Luca” finalmente la tua bocca si aprì mostrando tre denti mancanti. Chissà come questo ti rese più umano ai miei occhi di bambino e iniziai a rilassarmi arrampicandomi sul bordo della fontana insieme a te.

Quel giorno tra tanti

La giro e la rigiro tra le mie vecchie mani curate, che la fortuna mi ha dato di poter usare in modi diversi dalla fatica fisica. La tua foto sbiadita suscita in me ricordi ed emozioni, che credevo sopite. Poteva andare diversamente? Potevo fare di più? Sono quesiti vuoti, eppure mi tormentano ancora.
Polvere e sangue compaiono davanti ai miei occhi stanchi, mentre la mia mente manda in onda, per l’ennesima volta, infiniti fotogrammi di ciò che è stato.
Uno fra tutti, chissà perché proprio quell’episodio tra i tanti, mi tormenta:
Tu disteso. Occhi fissi, gelidi, che la mia colpa percepiva accusatori, mi fissavano, mentre ti picchiavano duramente. Io lì immobile, la mia cartella di cuoio scuro stretta tra le braccia, illeso e codardo, tacevo tremando e cercando di non pisciarmi sotto.
“Ehi finocchi!” aveva gridato Carrisi.
Mi girai di scatto, gettando il mazzo di fiori che avevamo raccolto per tua madre, costretta a letto da giorni per l’aggravarsi di un’influenza.
Tu invece ti voltasti lentamente, lo sguardo puntato verso i fiori sparpagliati sulla strada di terra rossa. Ricordo che non un fiato usciva dalla tua bocca, l’espressione del tuo viso immutabile, ma ti chinasti a raschiare i fiori dal terreno.
“Dico a voi femminucce, belli i fiori!” sghignazzava e dal nulla si volatizzarono gli altri due della sua banda: Granietti il rosso e Palumbo lo spilungone. Il cuore martellava nel mio giovane, impaurito petto, mentre tu rimanevi impassibile.
“Ahaha, guarda che femminucce” disse quello alto e allampanato indicando i fiori.
“Non sono mica miei” mentii io, codardo.
“Perché te ne vai in giro con questo ritardato?” chiese Granietti. I suoi occhi piccoli, diabolici, mi scrutarono e sentii un conato di vomito salire in gola.
Carrisi, così senza alcun preavviso, sferrò un calcio sul tuo sedere facendoti cadere lungo disteso.
Poi diede a me uno spintone.  Indietreggiai terrorizzato:
“Non li ho raccolti io, non li ho raccolti io, ma il ritardato!” mentii ancora, crudele, ma lui mi spinse ancora finché sentii il bordo del canaletto di scolo sui miei talloni.
Si avvicinò il rosso, mi girò e mi afferrò da dietro, immobilizzandomi.
Carrisi mi sferrò un pugno, poi un altro.
“Crepa finocchio!” ringhiava. Piangevo disperatamente e urlavo, non riuscendo a trattenermi. Poi ti vidi con la coda dell’occhio, lì immobile, i pugni serrati ai lati dei calzoncini corti, per la prima volta la fronte era corrugata in un’espressione rabbiosa. Per la prima volta compresi che tenevi a me. Sentimmo tutti un ringhio animalesco, un attimo dopo il tuo esile corpicino si avventava contro i tre, menando colpi e mordendo come un animale.
Ne approfittai per svignarmela, correndo e piangendo. Una volta lontano, mi nascosi dietro un masso sbirciando timoroso.
I tre, inizialmente presi di sorpresa, non reagirono, incassando le botte, poi si riscossero. Poco dopo eri a terra, tre contro uno, a massacrarti.
Io lì imbambolato, avrei voluto intervenire, ma non ne ebbi il coraggio. Scappai, più veloce del vento, a cercare qualcuno, qualsiasi persona potesse aiutarti. Venne Santo, il contadino, la zappa in spalla, mi seguiva borbottando:
“Che diamine succede stavolta? Sembra ti abbia morso una tarantola ragazzo, spera che sia grave davvero, o ti prendo a calci nel culo, ho da lavorare io”
Lo trascinavo singhiozzando, tirando la mano terrosa, ruvida e callosa nella mia tenera di bimbetto.
Da lontano vidi il tuo corpo disteso e la terra imbrattata, iniziai a piangere di nuovo, pienamente convinto che fossi morto.
“Ma che cazzo succede?” sbottò Santo allungando il passo.
Quando fummo abbastanza vicini, notai con sollievo che le tue gambe battevano ritmicamente il terreno, un solo occhio spalancato, l’altro gonfio e chiuso, ma erano occhi vivi.
Il sangue colava dal naso e dalla bocca, lividi ed escoriazioni ricoprivano tutto il tuo corpo, i vestiti laceri, inzuppati di sangue.
Puntasti lo sguardo su di me, mi si fermò il cuore per la vergogna e il dispiacere, poi il tuo volto si illuminò di un sorriso:
“Fiori. P-portiamo a mamma?”
Sorrisi di rimando tra le lacrime, mentre una grossa finestra di denti mancanti era comparsa sulla tua bocca.
“Forza ragazzo alzati” disse il signor Santo tirandoti su con inaspettata dolcezza.
“Che ti è successo?”
“Caduto” hai risposto e ti ammirai anche per questo: io avrei spifferato tutto, lagnandomi e mostrando la crudeltà dei tre teppistelli, tu invece non facevi la spia, mai, te la cavavi da solo, a modo tuo, quasi sempre incassando e alzando le spallucce magre. È pur vero che non amavi parlare e questo aiuta molto se si vuole tenere la bocca sigillata.
Da quel giorno la nostra amicizia è cambiata, prima eri tu, il mio schiavetto fastidioso, l’amico da nascondere in pubblico, di cui vergognarsi, il debole e strano Luca, che mi piaceva ma non volevo ammetterlo neanche a me stesso. Ora eri Luca, il mio amico e basta.


La verità tra le quattro mura

Ripercorro quegli anni e mi domando quanto la tua presenza abbia influito sul percorso della mia vita, su quello che sono diventato, su quello che potevo essere.
L’infanzia passò tutto sommato tranquilla: Ci preparammo per gli esami della quinta classe, tu avevi imparato ad accontentare il maestro, lasciandolo spesso a bocca aperta, ma non per questo ti disprezzava meno.
Ricordo i compiti di algebra, risolti alla perfezione, non un segno rosso sul foglio maniacalmente liscio e lindo. Ricordo anche come mi indicavi le risposte alle domande di storia: sapevi ogni singola frase a che pagina corrispondesse, ma continuavi a fare scena muta. Non eri bravo con le parole, soprattutto quelle parlate. Ormai avevo imparato a comprenderti anche se tacevi, ma non il maestro, che continuava a far finta che fossi stupido, continuava a considerarti una nullità, perché non seguivi le sue regole. Durante gli elaborati di lingua italiana te ne stavi a naso per aria a fissare il soffitto o a seguire con lo sguardo le mosche che volavano, non una riga compariva su quello spazio destinato a rimanere bianco. Ricordo soprattutto lo zero, rosso e sottolineato più volte che ti riportava dopo qualche giorno, con una smorfia di disgusto e rassegnazione. Ricordo anche i pianti di tua madre, quando veniva a portare le uova o le verdure dell’orto e provava a chiedere come andavi. Col tempo passava sempre più di rado, un po’ per la malattia, un po’ perché credo fosse stufa di giustificare i tuoi comportamenti.
Il tempo passò lesto, sempre al solito modo: a difenderci, tu da Carrisi e gli altri, io dai miei stessi pensieri egoisti, che mi spingevano ad andare a giocare a pallone invece che star lì con te a mangiar ciliegie acerbe, abbarbicati sui rami più alti del vecchio alberone, ai margini del cortile.
Più crescevo e più era difficile per me spiegarmi quanto fosse fantastica la tua mente e quanto fossi prezioso tu, alle scuole medie, che tu non riuscisti a frequentare, c’era da impegnarsi tanto con lo studio, c’era lo sport e il lavoro alla bottega di Rigolino, avevo meno tempo e tu sembravi sempre più goffo e chiuso. Ancor di più la situazione si complicò quando mio padre annunciò che avrei frequentato il liceo. Non avevo più tempo per nulla, studiavo come un pazzo e oltre alla bottega andavo da mio zio Bruno ad imparare il mestiere di avvocato, quello che mio padre aveva in serbo per me. M’incantavano sempre i meccanismi che aggiustavi, le cose che costruivi, gli esperimenti che facevi, ma avevo molto meno tempo per darti retta e a dirla tutta, m’infastidivano sempre più i commenti degli altri.
Le cose andarono abbastanza bene finché le tue stranezze erano in qualche modo tenute a freno, protette dal nostro mondo, ma poi il tuo mondo cominciò a incrinarsi, pian piano, a mano a mano che tua madre, che lo teneva in piedi, si spegneva lasciandoti al tuo destino.
Mi resi conto del peggioramento, suo e tuo, un pomeriggio che passai da te dopo il lavoro.
Entrai senza bussare, la porta aperta come sempre, all’interno buio e puzzo di chiuso e di piatti sporchi. Mi sembrò strano, perché tua madre teneva molto alla pulizia e la casa profumava sempre di limone, aceto e biscotti appena sfornati.
Tu eri lì al buio, a dondolare avanti e indietro, sembravi di nuovo quel bimbetto spaurito dei primi giorni di scuola. Davanti a te il piatto del pranzo, ma erano le quattro del pomeriggio. Mi avvicinai lentamente, frenato da una strana inquietudine, poi mi precipitai da te:
“Cristo Luca! Che cazzo hai fatto!” gridai afferrando uno strofinaccio per fermare l’emorragia.
“La c-carne” ti giustificasti, pallido in volto, gli occhi cerchiati, chissà da quanto eri lì.
“Dov’è tua madre?” chiesi guardando la carne carbonizzata nel piatto.
“Letto” rispondesti dondolando sempre più forte.
Mi alzai a controllare, tua madre giaceva nel letto disfatto, le lenzuola aggrovigliate e il volto madido di sudore, mi avvicinai, scottava tremendamente. Un attimo dopo ero al telefono col dottor Decarlis, che si precipitò.
Tu scalciavi come un forsennato, lo mordesti più volte ringhiando e sbavando, ero stupito dalla tua reazione feroce e mi sentii in colpa per non essermi accorto prima del peggioramento.
Alla fine riuscì a somministrarti un sedativo e metterti i punti, poi si dedicò a tua madre, mentre io ripulivo la cucina dal tuo sangue e tu mi fissavi impassibile.
“Non ha parenti che possono aiutarlo?” mi chiese poi il dottore tornando in cucina.
“Non lo so, non credo”
“Bisogna trovare qualcuno perché la madre non ne avrà per molto”
“Ma come, non è la sua solita influenza? È molto delicata, si ammala spesso”
“No, non è influenza, non lo è ora e non lo era allora, cerca i parenti”
Ti fissai sbigottito, d’improvviso l’idea di perderti mi terrorizzava, tu lì inconsapevole e perso nel tuo mondo, senza possibilità di difenderti dagli altri e da te stesso.
Ma quattordici anni erano troppo pochi perché avessi davvero il potere di fare qualcosa.




l’inizio della fine

Ti portarono via, ma non fu per un lungo tempo, tua madre morì il mese successivo e ti rividi al funerale. Non piangevi, fissavi davanti a te, lontano mille anni luce. Mi avvicinai, timido, timoroso che non mi avresti riconosciuto. Ma il tuo volto s’illuminò di un sorriso infantile, quel sorriso storto che tanto amavo. Mi corresti incontro e io mi sentii scioccamente a disagio, mentre manifestavi troppo apertamente la tua gioia davanti a tutti. Vidi un paio di teste scuotersi e molti occhi abbassarsi imbarazzati, qualcuno parlottava e sentii una rabbia sorda, ma non verso le persone giuste, non verso chi ti giudicava, ma verso te, che mi avevi messo in imbarazzo.
Non ero più un bambino, volevo essere uomo e ci riuscii perfettamente, iniziando ad omologarmi alla massa, perdendo il coraggio di accettarti così: ti volevo bene, ma ti volevo cambiare.
Ti trasferisti in paese, dagli Altavilla che ti presero in affidamento. Mia madre diceva che non avrebbe potuto andarti meglio, anche se non condivideva la scelta dei coniugi Altavilla: avevano già una figlia e accogliere un ragazzo, un maschio, problematico oltretutto, non sembrava molto intelligente.
Avresti dovuto essere felice, eppure io ti ritrovavo sempre sui gradini della tua vecchia casa, sempre più chiuso in te stesso, sempre più distante.
E poi vennero un paio di occhi da cerbiatta ad annebbiare completamente la mia mente.
Si chiamava Emma, la tua sorellastra, due anni meno di noi, lunghi capelli corvini e occhi neri e luminosi che sembravano penetrarmi l’anima. Ricordo l’attimo esatto in cui la vidi per la prima volta. Era una domenica, lei studiava in città, in un collegio per ragazze da bene, ma tornava per le vacanze e talvolta per i weekend.
Tu eri seduto sul vialetto, tracciando segni sul terreno sabbioso con un bastoncino.
“Ciao Luca” ti salutai.
“Ciao” bofonchiasti tu, senza alzare gli occhi da un complicato disegno, sembrava un mandala.
“Ciao!” disse poi una voce sconosciuta. Alzai lo sguardo dal tuo disegno, di scatto, e quegli occhi scuri mi colpirono come un pugno allo stomaco. “C-ciao” balbettai.
“Io sono Emma”
“E-Emma…” ripetei come un imbranato, ricordo con vergogna di aver pensato di smetterla, che sembravo proprio te.
“Salvatore” dissi nel tono più deciso e maschile possibile. E in quell’attimo esatto fui perduto, lo fummo tutti.
 Tutto ha iniziato ad andare veramente a rotoli alla festa delle rose. da giorni ci pensavo, sognando d’invitarla a ballare.
“Che ne pensi di Emma?” ti chiesi mentre verniciavamo lo steccato di villa Claudia, lavoretto extra per pagare un abito elegante, coi pantaloni lunghi.
“Bella” rispondesti tu con il tuo solito cripticismo.
Sbuffai, da un po’ mi sentivo nervoso, irascibile e insofferente nei tuoi confronti, nei confronti delle tue stranezze.
“Non potresti dirmi di più?” sbottai.
Ti fermasti a fissarmi, poi il tuo mezzo sorriso storto comparve e vidi un luccichio negli occhi:
“La baci?” mi chiedesti infantilmente.
Scossi la testa tornando a pitturare, poi vidi con la coda dell’occhio che te la ridevi a crepapelle. Ti diedi uno spintone e risi anch’io.
Poi la festa arrivò, ce ne stavamo lì imbellettati e nervosi a bordo pista a guardare le coppie ballare. Avevi cenato da me per festeggiare il tuo compleanno, poi avresti dormito a casa mia. Eravamo usciti per la sagra di paese, tu continuavi a lisciarti la cravatta che era stata di tuo padre, quel gesto ripetuto stava lacerando i miei nervi già tesi.
“La vuoi far finita?” ti urlai contro, ma tu eri in una delle tue fasi ‘no’ e hai iniziato a dondolarti per cercare di scostare quel mondo troppo rumoroso da te, dai tuoi occhi e dalle tue orecchie.
‘Oh, no!’ pensai a disagio “devi piantarla Luca, davvero” ti rimproverai. Non finii la frase, la vidi a bordo pista, come noi, ma dall’altro lato, abito rosa confetto, capelli raccolti sulla nuca. Il cuore mi si fermò incrociando il suo sguardo,  gettai un’ultima occhiata al tuo corpo rigido, che dondolava come un pendolo, e ti ho mollato lì per correre da lei.
Danzai tutta la sera, lei mi concesse tutti i balli, ignorando gli altri pretendenti, ero euforico e mi dimenticai completamente di te.
Emma chiacchierava e sorrideva, con il suo profumo inebriante e le labbra lucide, che mi stordivano. Volteggiavamo nella pista tra centinaia di persone, come fossimo soli.
“Questo è l’ultimo ballo, alle undici devo rientrare, mi accompagni?”  disse infine. Proprio in quell’istante ti vidi: nella stessa identica posizione in cui ti avevo lasciato a dondolare, col volto impassibile, ma fissavi me, lo sapevo, lo sentivo, come sempre. Ne fui arrabbiato, portai via Emma, che non ti aveva notato, senza finire il ballo, mollandoti lì.
Nell’allontanarmi vidi Carrisi e la sua banda circondarti, esitai un momento, poi il profumo di Emma mi trascinò con sé e pensai: ‘se la caverà’.
La musica m’impedì di sentire le tue grida e non vidi che ti prendevi la testa tra le mani mentre urlavi, me ne andai felice ad accompagnare Emma sotto casa, sperando di rubarle un bacio.




Responsabilità

Arrivammo sotto casa, ero riuscito a tenerla per mano per tutto il tragitto e la sensazione della sua pelle contro la mia mi inebriava impedendomi di formulare pensieri coerenti. Camminammo in silenzio, io nervoso, lei invece sembrava allegra, perfettamente a proprio agio.
“Eccoci arrivati” sussurrò davanti al bianco steccato.
“Ehm, già” risposi io, titubante a lasciar andare la sua mano. Dovevo sfruttare il momento, farmi avanti, provare a rubarle un bacio, ma i piedi erano incollati al marciapiede e gli occhi non volevano sollevarsi dalle nostre mani unite. Passò un minuto, lento e inesorabile, poi lei d’un tratto, come risvegliandosi proruppe:
“Luca è con i tuoi? Non l’ho visto per niente stasera, deve dormire da te no?”
“Oh, sì, ecco … lui … sì è con i miei” mentii cercando di riportare l’attenzione a noi due e al bacio che volevo disperatamente. Ma ormai l’incanto era spezzato, Luca, sempre tu ad interrompermi con la tua ingombrante presenza, anche quando non eri fisicamente presente:
“Allora vai, dovresti essere con lui, ci teneva così tanto”
“Oh, certo, allora io… vado, buonanotte” mi avvicinai in un ultimo patetico tentativo di baciarla, lei però si girò lievemente porgendomi la guancia.
‘Meglio di niente’ pensavo trascinando i piedi sul selciato, mentre la musica della festa tornava prepotente a farsi sentire.
La calca sembrava aumentata intorno alla pista, ma io non avevo certo voglia di ballare ancora, mi avvicinai per cercarti così da potermene andare a letto il prima possibile.
Le grida e gli spintoni intorno alla piazza mi colpirono improvvise, facendomi capire che qualcosa era successo. Spintonai un gruppetto di ragazzi, improvvisamente scosso da un tremendo presentimento.
Riuscii a farmi largo tra la folla, calpestai qualcosa, buttai a terra lo sguardo, seccato, mi pietrificai: era una tua scarpa. Una vecchia immagine di te tra la polvere estiva mi colpì dritta allo stomaco, in un attimo seppi che era successo ancora e ancora io me l’ero svignata mollandoti lì.
Due uomini ti avevano issato su una panchina. Tu, immobile ma cosciente, spostavi lo sguardo terrorizzato da un volto all’altro. Lo sapevo che cercavi me, diedi qualche altra gomitata e ti raggiunsi, mortificato:
“Andiamo a casa Luca” ti dissi solamente. Tu mi accogliesti con un sorriso, senza dire nulla.
Hai infilato la scarpa e mi hai seguito zoppicando, reggendoti il fazzoletto sul naso grondante.
“È stato Carrisi e quella sua banda di teppisti vero?”
Dissi arrabbiato con me stesso e con quegli ignobili cretini.
“Sì”
“E tu non ti sei difeso?”
“No” rispondesti semplicemente.
“Insomma Luca, devi difenderti, potevi dare qualche pugno anche tu no? Lo farai la prossima volta? Ti insegnerò qualche mossa”
Cercai di essere positivo, nascondendo il mio pungente senso di disagio.

Il mattino dopo camminavo a testa bassa nel riaccompagnarti a casa, temevo la reazione dei tuoi genitori e soprattutto quella di Emma, speravo non si preoccupasse troppo, non eri un bello spettacolo per gli occhi.
Suonammo al campanello, mentre sbirciavo il tuo occhio nero e il labbro gonfio, come il naso, ancora incrostato di sangue.
Emma venne ad aprire, nonostante le mie preghiere che non fosse in casa, decisamente non era il mio giorno fortunato.
“Oh santo Dio! Che è successo? Che gli hai fatto?”
“No, io, lui … l’hanno picchiato”
Lei sbarrò gli occhi turbata e impaurita, poi capì:
“L’hai lasciato solo, per accompagnarmi!” gridò, era furiosa.
Abbassai il capo senza rispondere.
Lei si avvicinò, mi puntò gli occhi scuri dritti nei miei e mi schiaffeggiò. Non pensavo ad una reazione così dura: insomma non ero mica il tuo baby sitter!
“Che razza di essere spregevole sei?” continuò ringhiandomi contro. “Vieni dentro Luca” disse, e senza aggiungere altro, ti fece entrare richiudendomi l’uscio in faccia.
Non vidi te né lei per due settimane, ogni volta che passavo i tuoi mi liquidavano dicendo che non eravate in casa.
L’estate avanzava e io mi sentivo solo e cupo, come mai prima.
Poi un pomeriggio vi vidi, due figure sedute sulla panchina di marmo davanti alla chiesa. In mano un gelato, sulla bocca un sorriso sereno, i capi vicini, chini a leggere un libro. Mi avvicinai di lato, fino a raggiungervi alle spalle. Iniziai a sentire la voce di lei, che leggeva senza tentennamenti, come chi è abituato e a proprio agio con i libri.
Il petto mi s’infiammò di gelosia: volevo essere io lì a leccare quel gelato ascoltando lei che leggeva per me, solo per me.
Scappai via, mi sembra di ricordare lacrime scendere sulle guance ancora imberbi, ma potrebbe essere frutto della rielaborazione dei miei ricordi, o della vecchiaia, non saprei, ma ero affranto, come mai prima di allora e lo fui a lungo, prima che la vita tirasse la palla al centro rimettendola in gioco, a modo suo.

Gelosia...





the incipit. link per votare



Il mio umore altalenava dal furioso al malinconico, passai giornate intere con le mani ficcate nelle tasche, una sigaretta in bilico tra le labbra, masticando il mio risentimento.
Vi avevo rivisti tre o quattro volte, sempre insieme, sempre raggianti, quei sorrisi di Emma, rivolti a te e non a me, mi pugnalavano, l’anima rubando la mia naturale allegria.
Mio zio vedendomi sottotono mi chiese che avevo.
“È per una ragazza vero?” disse non ricevendo nessuna risposta.
Annuii e lui mi consigliò di mettermi in gioco e di mostrare il mio amore.
Ci rimuginai su e più assaporavo l’idea più mi sembrava splendida, in fondo il rivale eri tu, la sfida poteva risultare anche abbastanza semplice, il confronto impari, a mio favore.
Feci recapitare ad Emma quaranta rose rosse con un bigliettino con scritto solo: ‘perdonami’, senza firma.
La incrociai la domenica successiva, all’uscita dalla messa, non mi parlò, ma mi guardò negli occhi e mi sembrò di scorgere in quello sguardo un non so che di ammiccante.
Era la strada giusta e il sorriso tornò a fare capolino sulle mie labbra.
Poi m’imbattei in te, da solo, e fui sconvolto dal cambiamento avvenuto in quel breve lasso di tempo.
“Ciao!” la tua voce mi fece sobbalzare, mentre fumavo seduto su un masso, aspettando la corriera.
Tu risalivi dal fosso, un cesto di funghi galletti tra le mani e il volto accaldato. Subito qualcosa nel tuo sguardo mi sbatté in faccia il cambiamento:
Lo sguardo non era perso nel vuoto, era vivace e deciso, non guizzava dai piedi ai capelli, ma puntava dritto nei miei occhi.
“C-ciao” risposi, intimidito da quel ragazzotto che eri diventato senza che me ne accorgessi.
“Visto quanti ne ho scovati?” dicesti allegro. “Perché non vieni più da me? Ho costruito una locomotiva, va a vapore”
Ti fissavo sbalordito: quante parole per essere te. Mi hai sorriso come leggendomi nel pensiero:
“Vado dal dottor Marconi, mi spiega come riuscire a… com’è che dice lui? Uscire dal guscio, visto come riesco a parlare meglio?”
“Oh, sì, infatti” sussurrai.
In quel momento arrivò la corriera, presi le carte affidatemi da mio zio e salii. Ti salutai un po’ stordito, combattuto tra la gioia per il tuo miglioramento e la paura di un avversario più temibile, e ancora qualcos’altro ribolliva nella mia mente tormentata: eri il mio amico, nonostante tutto, nessuno ti voleva oltre me e questo rendeva la nostra amicizia speciale, rendeva me in qualche modo speciale. Ora se le tue stranezze fossero scomparse avresti avuto tanti altri amici ed io sarei stato solo… io, normalissimo e noiosissimo io!
Tentai il tutto per tutto il giorno dopo: cioccolatini e una lettera d’amore che mi aveva tenuto impegnato nella stesura per giorni e lunghissime notti, la mia giacca nuova, capelli sistemati di lato, bussai alla vostra porta.
Emma aprì, vidi un sorrisetto comparire sulle sue labbra per svanire subito dopo, sostituito da un’espressione imperscrutabile.
“Ciao, sei bellissima”
Lei arrossì lievemente. “Ciao”, la sua voce era poco più di un sussurro.
“Per te” consegnai i regali, lei li accettò senza fiatare, ma non si scostò per farmi entrare.
Mi sedetti sui gradini sperando che mi seguisse, lo fece rimanendo due gradini sopra il mio, sospirai di sollievo.
“Voglio bene a Luca e… a te, sono stato stupido e irresponsabile”
“Lo sono stata anch’io” mi sorprese lei. “Luca è una persona speciale, sta superando i suoi problemi e ho imparato a conoscere la sua straordinaria creatività ed intelligenza, deve imparare ad interagire meglio con le persone, ma ce la farà”
“Già” risposi cercando di pensare a come allontanarti dai nostri discorsi. “Andiamo al picnic con don Paolo domenica?” dissi d’un fiato, col cuore in gola.
In quel momento hai fatto capolino: “Salvatore!” hai quasi gridato, facendomi sobbalzare.
Ti guardai imbronciato sederti così vicino a lei e nel farlo poggiavi la tua mano sulla sua spalla, con confidenza. Mi sentii avvampare invidiando quel contatto con la pelle liscia e candida che spuntava dal vestitino dalle spalline sottili. Ne ero certo, la amavi anche tu, ti conoscevo abbastanza da riconoscere quello sguardo di adorazione, quello sguardo che di solito era destinato a me.
Come un perfetto idiota mi alzai mugugnando un saluto, vidi i vostri sguardi allibiti, ero io lo strano ora, ero io quello che non sapeva sostenere le situazioni, il confronto con le persone.
“Cazzo!” sbottai scalciando un povero gatto che aveva sfortunatamente incrociato la mia strada, facendolo volare dall’altra parte del marciapiede con un sonoro miagolio.
Le mani ficcate nelle tasche, mi accesi l’ennesima sigaretta, con la voglia cocente di spaccarti quel bel viso sorridente.


Eroi e codardi

L’estate passò e così l’autunno, Emma ripartì per il collegio, ripresi a vedere Luca. Era così migliorato, aveva anche ripreso gli studi con un professore privato, pagato dai nuovi genitori. Qualcosa però tra noi era cambiato da tempo, forse eravamo cresciuti, forse la mia gelosia per Emma mi frenava. Quando ogni due settimane arrivava la sua lettera Luca se la leggeva e rileggeva con quel sorriso storto, senza farmi vedere il contenuto, avrei voluto prenderlo a calci. Ma rimanevo, perché dopotutto il nostro legame era indissolubile e perché quando lavoravamo insieme ai nostri modellini, quando guardavamo i film horror o vietati ai minori, di nascosto, al cinema Aquila, ridevamo ancora come a otto anni e non esistevano differenze o gelosie.
Ma il destino aveva sempre avuto altro in mente per noi, sempre più spesso penso che poteva andare in modo diverso, che forse un’altra vita avrebbe potuto attenderti, invece quella vita te l’ho rubata io e per ogni gioia ricevuta, un altrettanto forte dolore mi pungeva il cuore.
Arrivò il Natale e con esso tornò anche Emma e con lei batticuori e contrasti.
Ormai ne ero certo: la amavi, in silenzio, come tutte le cose che facevi. Ne avevo avuta la conferma quando con finta noncuranza ti chiesi: “sei felice di avere una sorella? Io con la mia non faccio che litigare, sono una vera scocciatura!”
“Emma non è mia sorella, non veramente…”
Hai risposto abbassando lo sguardo, poi hai iniziato a dondolare un po’, era tanto che non te lo vedevo fare, il tuo sguardo vagava e vi lessi imbarazzo. Sì, l’amavi, ma non avevi speranza. Lasciai cadere l’argomento tornando a dipingere il modellino dell’aereo appena terminato.
Emma arrivò con il collo di pelliccia sulla giacca elegante, sembrava una donna fatta, di quelle che si vedono nelle riviste. Lo sguardo sottolineato da una matita nera mi fece provare un brivido sopito da mesi.
“Ciao Salvo” disse stampandomi un veloce bacio sullo zigomo.
“Ciao!” ti saltò al collo, poi , come vento primaverile, volò in casa lasciandoci lì tra i fiocchi di neve che imbiancavano i nostri capelli.
Era la notte di Natale eravamo tutti in chiesa, era appena terminata la funzione, la gente del paese si affollava per gli auguri, prima di correre al caldo del focolare.
Mi ero preparato il regalo nella tasca del cappotto: un bracciale d’oro con un cuore, era sottile, ma potevo permettermi solo quello, anzi, per la verità dovevo a Silvano Parritti, il gioielliere, ancora un terzo del prezzo stabilito.
M’incamminai verso casa vostra, arrabbiato che non mi aveste aspettato per gli auguri.
Poi dietro l’angolo con via Marconi sentii delle grida, accelerai scivolando sulla neve ghiacciata, poi slittai frenando di botto e caddi prendendo un forte colpo all’osso sacro. Non riuscii a muovere un muscolo per qualche secondo:
Emma era distesa a terra, Carrisi le era sopra con i pantaloni calati, gli altri due ti tenevano fermo, mentre tu, gli occhi fuori dalle orbite, ringhiavi e sbavavi, tornando il Luca di un tempo.
Mi riscossi, presi il coltello a serramanico, inseparabile amico di milioni di zeppi incisi, e lo feci scattare. Un attimo dopo afferravo per i capelli Carrisi, mentre gli altri scappavano codardi alla vista dell’arma. Tu, libero, ti fiondasti in mio aiuto, colpendolo alla schiena come una furia.
“Posa il coltello” ti sentii dire mentre gli torcevi il braccio dietro la schiena, io vidi Emma lì distesa. No, non lo posai, nella mia stupida testa da ragazzino, io la dovevo vendicare, accecato di rabbia calai con forza il coltello.
“Noooo!” alla vista del sangue perdesti la testa, iniziasti a gridare forte, spingendomi via. Rotolai nella neve. Macchiandola di sangue.
Scivolai fino ad Emma, distesa con il volto nascosto tra le mani, abbracciandola, mentre tu cercavi di tappare il profondo foro sul collo di Carrisi, che zampillava in modo osceno.
“Che succede qui?”
Accorse gente, non capii più nulla, continuavo a domandarmi come un corpo umano potesse contenere una simile quantità di sangue.
Poi i carabinieri, le sirene dell’ambulanza, te inzaccherato da testa a piedi, che venivi trascinato via.
“Stai bene?” sussurrai ad Emma mentre la facevano alzare da terra.
“Sì” rispose, e sospirai di sollievo vedendo che aveva tutti i vestiti al loro posto. Ero un eroe, avevo impedito il peggio! Solo allora chiesi ad un tizio di te.
“Lo hanno arrestato, ha ammazzato il figlio di Carrisi l’arrotino, è matto, l’ho sempre detto io!”
Come un macigno piombò su di me la consapevolezza di quel che avevo fatto. Mi alzai come uno zombie, camminando automaticamente fino a casa, mi gettai sul letto respirando a stento. Ed ora?




Le conseguenze del non detto

I carabinieri arrivarono, quella stessa notte, ero terrorizzato e sconvolto, tu lì solo, con quelli che ti urlavano contro avevi sicuramente fatto il mio nome, ero fregato.
I miei genitori mi portarono in caserma, non vollero farmi salire sulla volante, come se volesse dire che ero un delinquente,’ infatti lo sono‘, continuavo a pensare.
Vidi Emma, seduta sulla panca, piangeva sommessamente, il braccio della madre attorno al collo. Di te nessuna traccia.
Ero pronto alla sua accusa, al suo disgusto, invece tra i singhiozzi disse solo: “grazie”
Il padre di Emma, e tuo, mi diede una pacca sulla spalla e disse guardandomi con occhi cerchiati di rosso:
“Emma mi ha raccontato che l’hai salvata, grazie, sei stato coraggioso”
“Io…io…” balbettai confuso.
“E Luca?” chiese mia madre finalmente.
“Luca ha sragionato, ha preso il coltello e… e…” cadde seduto singhiozzando tra le mani “L’ha ucciso!”
Mi sentii soffocare: era confermato, Carrisi era morto, ero stato io, allora perché Emma non mi accusava, perché lasciava che tu prendessi la colpa?”
“Lo scagioneranno, stava difendendo la sorella,avrà le… com’è che ha detto tuo zio al telefono? ATTENUATE” disse mia madre tirando fuori dalla borsetta un fazzoletto candido e porgendolo all’uomo distrutto dal dolore.
“Attenuanti mamma” corressi distrattamente.Fissavo intensamente Emma, cercando di capire, lei non alzava lo sguardo dalle mani, torcendole sulle ginocchia.
La madre si alzò per consolare il marito e io ne approfittai per sedermi accanto a lei.
“Grazie” disse ancora, prendendomi le mani, “Mio Dio, povero, povero Luca, non ho visto nulla per fortuna, ero terrorizzata, ho chiuso gli occhi per tutto il tempo, ma ho sentito come ringhiava e gridava, ha perso la testa perché… perché mi ama” sussurrò le parole tra un singhiozzo e l’altro. Volevo disperatamente dire qualcosa, ma in quell’attimo l’appuntato Demarchi entrò:
“Prima la ragazza” disse. Ed Emma entrò.
Ne uscì mezz’ora più tardi, i minuti erano passati lenti mentre la vergogna e il terrore cementavano il sangue nelle mie vene, impedendomi di pensare. Me ne stavo lì immobile, la testa svuotata, le orecchie ronzanti e lo stomaco stretto in una morsa dolorosa, le membra pesanti come piombo.
“Il ragazzo ora” vennero a chiamarmi, mentre Emma usciva seria, ma senza più piangere, tornando dai genitori.
Parlammo per un’altra mezzora, dissi esattamente com’era andata, tranne per l’ultimo pezzo, quello in cui avevo perso la testa e tu avevi tentato di fermarmi. Non ce la feci a mentire spudoratamente, mi limitai a dire che caddi e non vidi cosa successe poi. Col senno del poi accettarono fin troppo volentieri le versioni mie e di Emma, ma quella sera ne fui solo sollevato.
Aspettammo tutti nella sala d’aspetto, poi il maresciallo in persona venne fuori e chiamò tuo padre. Chiusero la porta.
“Non parla con nessuno, non confessa e non smentisce, urla come… come… lo internano” Uscì dopo poco esclamando l’uomo distrutto, le ultime parole furono storpiate dal pianto.
Era fatta, ero un delinquente, della peggior specie, mi alzai ed ebbi un capogiro, mi fecero bere e mi portarono a casa, mentre tu rimanevi lì intrappolato nell’infamia che io ti avevo gettato addosso. Internato, in manicomio, non ne saresti più uscito, forse era meglio la prigione.
Quella notte, come quasi tutte quelle a venire, non chiusi occhio, appena lo facevo vedevo te, sporco di sangue, il volto rigato di lacrime, che ti voltavi verso di me indicandomi e urlando il mio nome.
Tu, poco più che un ragazzino, il tuo bizzarro ingegno, la tua fanciullesca bontà, spazzate via da un gesto solo, il peggior gesto che esista, ed ero io l’artefice, ma non ero io che ne pagavo le conseguenze, pur portandone il macigno sulle spalle ancora troppo fragili per rendermi conto di come sarebbe stato indelebile quel peso.
Un vuoto rimane ora nella mia mente, un buco di interminabili giorni bui e cupi in cui non volevo alzarmi dal letto e mi trascinavo da un luogo all’altro senza più esistere.
Poi venne lei, ancora il destino giocava con le nostre vite, legate indissolubilmente.
La vidi sulla soglia di casa mia, pallida e dimagrita, ma sempre bellissima, si stringeva lo scialle sulle spalle.
“Devo parlarti” sussurrò, e lessi una tale disperazione nei suoi occhi, che non ebbi coraggio di chiedere nulla, mi feci da parte lasciandola entrare.

L'ultimo della classe capitolo 9


La confessione.

“Sono incinta”
Quelle parole riecheggiavano nella mia testa senza che riuscissi a dargli un significato.
Seduti sul mio letto, non trovando il coraggio di guardarci in faccia, lei le unghie, di solito curate e laccate di smalto, rosicchiate fino a sanguinare, io che torcevo la stoffa dei pantaloni del pigiama di flanella.
“Ma come…” iniziai finalmente a dire. Era un argomento ostico per me, all’epoca parlare di certe cose con una ragazza non era solo sconveniente, era un vero tabù, oltre al fatto che non ne sapevo quasi niente: vergine di fatti e pensieri ero ancora attratto dalla figura femminile per quel poco che intravvedevo durante le scampagnate al fiume, quando le ragazze si alzavano le gonne e indossavano abiti scollati. Sognavo baci romantici e passeggiate mano nella mano, questo era davvero fuori dalla mia portata.
Non rispondeva, lei ormai donna con in grembo un figlio, che parlava a me bimbetto senza cervello e senza speranze. Mi preparai a dirle la verità su di te, sul mio gesto, sull’omicidio, lei si era aperta a me ed io l’avrei protetta, ma dovevo prima liberarmi la coscienza, forse mi avrebbe capito e perdonato.
Poi si riscosse, sembrò farsi coraggio, forse intuendo che io non ne avrei mai avuto, forse già capendo che era lei che avrebbe dovuto prendere le redini e trascinarci verso la salvezza o la perdizione.
“è di Luca” disse crollando immediatamente, incurvò le spalle prendendosi la testa tra le mani.
“C-cosa?” sussurrai “Cosa?” urlai alzandomi di scatto dal letto disfatto. Mi sentivo tradito, annaspavo nel risentimento, proprio io, che ti avevo condannato per sempre, mi sentivo ferito da qualcosa di infinitamente inferiore a ciò che io ti avevo fatto. Eppure ti odiai, ti odiai ancora una volta. Tu strambo ragazzino al limite tra il genio e il ritardato, mi avevi fregato la ragazza e avevi fatto sesso prima che io fossi riuscito a dare un bacio vero, prima che avessi potuto affondare il naso tra i soffici capelli e sentirne il profumo inebriante. Ero rabbioso, fori di me. Presi i modellini che avevamo fatto insieme e li fracassai, ad uno ad uno piangendo.
“Puttana!” urlai ad Emma una, due, infinite volte, ma lei non si muoveva, non se ne andava, non mi urlava contro, lei aveva già trovato la soluzione e aspettava che sbollissi la rabbia per mostrarmela.
“Don Michele lo sai come la chiama questo? Incesto! Tuo fratello, cazzo, e non è neanche normale!”
Si alzò veloce come non ci si aspetta da chi è distrutto dal dolore, a un centimetro dal mio volto mi fissò, lo schiaffo partì, violento, potente, furioso.
“Non lo dire, non lo dire questo, non tu, che lo sai com’è speciale, io l’ho amato, lo amo ancora”
“Lo ami?” le parole mi morirono in gola. Come potevo dirle ora che avevo condannato il mio amico, il suo amore?
“Ma devo pensare al bambino” fece una pausa, improvvisamente calma, vidi un’unica lacrima scivolare sulla sua guancia pallida.
“Tu mi ami Salvo, non è così?”
Tacqui sbalordito dalla sua freddezza, dal suo andare al dunque, colpendo nel segno.
“Sì” mi arresi.
“Allora sposami, imparerò ad amarti ed insieme ci prenderemo cura del bambino che porto in grembo, ti chiedo molto, ti chiedo tutto, in cambio sarò la moglie perfetta, farò qualunque cosa per te, vivrò solo per renderti felice”
Mi mancava l’aria, era troppo da sopportare ed io ero troppo giovane e immaturo. Ma d’un tratto mi bloccai tra i rottami dei nostri giochi di una gioventù di colpo lasciata alle spalle. Intravidi una via d’uscita, la strada per la redenzione: Avrei cresciuto tuo figlio, dandogli un futuro grandioso, quello che tu comunque non avresti mai potuto dargli, troppo lontano dagli schemi, dai canoni di quel che ci si aspetta da un capofamiglia. Io invece ce l’avrei fatta, per te, per me e per Pietro. Non so come mi uscì subito questo nome: forte e deciso sarebbe stato, non come me o come te. Pietro sarebbe stato quello che noi insieme non eravamo potuti essere.

L'ultimo della classe. finale




Il ragazzo strinse la lettera, una lacrima rabbiosa scivolava tra le guance, appena scurite dalla prima barba. L’accartocciò reprimendo i singhiozzi. Era forte lui, non aveva mai pianto, “era da deboli”, gli ripeteva colui che in realtà non era affatto suo padre. Un uomo tutto di un pezzo, che aveva rinunciato al suo sogno di diventare avvocato per crescere lui, incidente di giovinezza, che aveva sempre amato sua madre con devozione quasi maniacale, e non era mai stato ricambiato con lo stesso ardore.
Ora sapeva, capiva tutto, proprio quando era troppo tardi per prendere a calci quel burattino senza cuore, quell’impostore e traditore che aveva vissuto d’inganni. Se ne era andato alla fine, quando lui, Pietro, era abbastanza adulto da capire aveva scritto. Invece no, non capiva, non capiva il perché di tutto quel dolore, di tutti quegli inganni.
Suo padre, quello vero… vecchie immagini di foto e racconti si accavallarono nella sua mente confusa. Si ritrovò a pensare all’amore per l’arte, alla creatività che l’aveva sempre contraddistinto, era la sua quella creatività, non del prozio Vincenzo, come gli dicevano tutti. Era di quel ragazzo pallido e misterioso di cui sempre più spesso il padre malinconico si ritrovava a raccontare. Era stato incastrato, gli aveva detto Salvatore, per proteggere sua madre, e una società ottusa non aveva saputo guardare al di là della sua diversità, condannandolo senza equo processo, mettendolo in manicomio, senza che realmente fosse fatta nessuna indagine. ‘Ai tempi d’ oggi non sarebbe successo’, farfugliava Salvatore ubriaco, proprio poche sere addietro, ‘ai tempi moderni ci sono psicologi, psichiatri, diritti e leggi, ma prima un matto era un matto, non c’erano disagi, disturbi, cause più o meno superabili’.
“Ahhhhhhhhhhh!” gridò improvvisamente, volendo esser pazzo, volendo vendicare suo padre, sfogandosi come non aveva mai fatto “Mio padre è un pazzo! Vigliacchi mentitori” pigliava a calci tutto, buttava all’aria coppe e medaglie del nuoto, della box, di tutti gli sport in cui aveva voluto eccellere per compiacere il suo falso padre.
“Ahhhhhhhhhhhhhh” gridava Pietro, lo voleva ammazzare, strangolare, ferire nell’anima e nel corpo, ma lui ormai era lontano, partito, sparito, fregandolo ancora una volta.
“La cassettina di latta sopra il mio armadio” gli aveva detto la sera prima, “Prendila domani c’è una cosa per te” Aveva pensato ad un regalo per gli studi appena terminati, per il suo massimo dei voti, oppure un anticipo del compleanno quasi alle porte. Sarebbero stati diciotto, era un uomo ormai. Ma la mattina dopo il padre era sparito frantumando ogni sua aspettativa, ogni suo sogno, ogni sua certezza. Nella cassetta una maledetta lettera e qualche foto stropicciata e usurata, dopo che aveva avuto una vita per confidargli tutto, non l’aveva fatto.
“fanculo!” gridò lanciando quella scatola. Sarebbe corso da sua madre, a dire tutto, a dirle che razza di uomo aveva sposato.
Una foto sbiadita volò via e chissà come quel casuale svolazzare lo calmò. Cadde in ginocchio afferrandola, accarezzò il volto imberbe di un ragazzetto, che sembrava proprio lui.
“Papà” sussurrò, ora veramente consapevole.
“Pietro?”
Sentì la voce di sua madre al piano di sotto.
Non aveva mai amato Salvatore, aveva stirato, lavato, cucinato e sorriso, aveva fatto anche sesso di sicuro, ma di altri figli non ne arano mai arrivati. Pietro pensò a Salvatore, un uomo che beveva troppo e parlava poco, con una moglie che non lo ricambiava, partito con il rimorso nel cuore. Dopo tutto alla fine aveva pagato, non nel modo giusto, ma lo aveva fatto per diciotto anni ed ora forse scappava per concedersi una possibilità, quello che lo feriva era che non voleva includerlo in questa sua nuova vita, capiva la madre, ma lui...
Suo padre, quello vero, era morto pochi anni dopo il fattaccio, di polmonite. Salvatore avrebbe anche potuto tirarsi indietro e rifarsi una vita, ma non lo aveva fatto, aveva portato la sua croce, portando il ricordo di Luca con sé e lo avrebbe fatto fino alla tomba.
“Pietro?” chiamò ancora la madre.
No, non avrebbe detto niente, ora sapeva chi era, il passato non poteva essere cambiato, poteva essere solo accettato.
Afferrò la scatola dei colori ed una tela e iniziò a dipingere con foga, azzerando i pensieri e calmandosi pian piano.
“Arrivo” disse infine alla madre che lo chiamava per l’ennesima volta.
Aveva pianto a lungo in quella stanza, senza vergognarsene, aveva pianto per Luca e per sua madre, ora avrebbe voltato pagina, sperando che suo padre avesse ricominciato a vivere anche se lontano da lui. Sarebbe stato forte sì, avrebbe lottato per cambiare le cose, per cancellare le ingiustizie, sarebbe stato un uomo Grande, ma avrebbe accarezzato la parte di anima che apparteneva a Luca, avrebbe creato con le mani, amato incondizionatamente e vissuto come era giusto, onorandolo.
Corse verso la primavera che esplodeva fuori, si arrampicò su un albero, un ragazzotto di diciassette anni troppo cresciuto per quei giochi di bimbetto, guardava l’orizzonte con gli occhi indaco di Luca.

32 anni dopo
Pietro teneva per mano la figlia, emozionato come non era stato dal giorno in cui l’aveva tenuta per la prima volta tra le braccia ventisei anni prima.

Chissà come, gli venne in mente suo padre, i suoi padri, sarebbero stati orgogliosi di lui, di come aveva saputo prendere dalle esperienze e dai modi di vita di tutti e due. Aveva cercato di essere un uomo sincero prima di tutto, perché le menzogne, lo sapeva bene, non portavano la felicità. Lavoratore, ma anche sognatore, aveva dato spazio alla creatività, al fanciullo che era in lui. Dipingeva, suonava e scriveva, assaporando la vita nel miglior modo possibile. Come in questo momento, mentre saliva piano i gradini dell’altare con il cuore palpitante. Gettò lo sguardo di lato verso sua moglie Monica. Sì, aveva fatto del suo meglio e la vita era stata gentile con lui, era felice e sperò che Salvatore lo fosse almeno la metà di lui. Aveva ricevuto sporadiche lettere, soprattutto dopo la morte di sua madre. Era in giro per il mondo con una onlus chiamata l’Abbraccio, che aiutava bambini disabili e le loro famiglie, aveva finalmente trovato il suo scopo nella vita. Tornò verso il suo posto e lo vide: un vecchio canuto, ma non poteva dimenticare i suoi occhi, era Salvatore, che gli sorrideva commosso, il tempo delle sofferenze era forse finito, la vita aveva rimarginato le cicatrici ed ora forse anche Salvatore si era concesso un po’ di pace.