martedì 28 ottobre 2014

7 peccati alla fermata del metrò. storia completa.




SETTE PECCATI ALLA FERMATA DEL METRÒ

SUPERBIA
Spintoni il malcapitato davanti a te sulla scala mobile, t’insinui tra una grassa turista e la sua ingombrante valigia, scavalcandola.
“Ehi, attento, maleducato!” ti grida dietro una vecchietta alla quale hai fatto cadere il bastone. Non ti volti neanche, non hai tempo, devi prendere la prima corsa disponibile. Non importa se la prossima sarà tra cinque minuti al massimo, tu non puoi aspettare, la tua vita non può concedere momenti morti, tempo non utilizzato a dovere.
Squilla il tuo smartphone ultra piatto, ultimo modello. Attivi la chiamata pigiando bene l’auricolare nell’orecchio per sentire meglio:
“Asmaldi” Esordisci a voce troppo alta, molti si girano a guardarti nella banchina gremita ma silenziosa.
“Dannazione!” imprechi, seccato che d’improvviso non ci sia campo. Bruci con lo sguardo un ragazzetto che sogghigna, trovando forse sciocco che provi a rispondere a venti metri sotto terra. Quello subito si gira. Scuoti la testa, provi pena e ribrezzo per quella caricatura di essere umano. Lo guardi meglio, avrà quasi la tua età, scarpe da ginnastica logore, senza lacci, maglia sformata e troppo lunga, buco largo come un cratere all’orecchio e un anellino nel sopracciglio, capelli rasta. D’istinto fai un passo indietro, per mantenere una distanza di sicurezza contro eventuali pidocchi, o altri parassiti.
Immagini per un solo istante la vita grama da disoccupato o distributore di volantini in qualche lurido angolo di strada. Sorridi e pensi alla tua di vita: amministratore delegato per un’importante ditta, trentadue anni, felicemente single, felicemente ricco e ambito, senza una serata da passare solo. Tutto scandito, tutto programmato, tutto esattamente al proprio posto. Lo sguardo vaga su quella massa di gente normale, piatta, insipida, tu invece sei destinato a qualcosa di maestoso. Presto sarai su un aereo prima classe, comodo e rilassato a goderti il tuo drink.
Alzi lo sguardo sul pannello luminoso, perfetto, ‘treno in arrivo’ leggi, spintoni ancora qualche insulso sconosciuto per accaparrarti un posto decente, poi ignori la marmaglia e ti metti a ripassare il discorso che farai al tuo capo, quello che entro un anno butterai giù dalla poltrona, scalando la vetta.

ACCIDIA
Te ne stai da dieci minuti a fissare la linea gialla, son già passati due treni, ma non hai voglia di muoverti, tanto non hai nulla da fare, nulla che valga la pena fare.
Allunghi i piedi stiracchiandoti. Le scarpe da ginnastica sudice dicono che sarebbe ora di darsi una ripulita, ma non vuoi tornare a casa, non da quell’arpia che ti dice quello che devi fare e quando, non da quel rompipalle di tuo padre che ti dice che è ora di darti una mossa, che sei un uomo adulto.
No, forse potresti andare da Alina, lei ti accoglie sempre, ma poi andrà a finire che vi sballerete e questa sensazione di cupa indolenza peggiorerà ancora.
Ti alzi, il treno sta per arrivare, un minuto, segna il tabellone, e stavolta non vuoi perderlo il treno.
Senti un profumo pungente, maschile, fastidioso, alle tue spalle, sbirci con la coda dell’occhio. Un incravattato presuntuoso, uno di quelli col portafoglio gonfio e la convinzione di essere migliore di chiunque al mondo solo per questo. Tenta di parlare al cellulare, ma ovviamente la linea cade, siete sotto terra. D’improvviso quel manichino ti sembra così buffo, sorridi, poi fai una risatina sibilante. Lui ti fulmina con gli occhi, ti volti, ma senti il suo sguardo rovente che ti perquisisce, violentandoti. Fin troppo facilmente immagini i suoi prevedibili pensieri preconcetti. Poi senti l’aria calda avvolgerti, il treno sta per arrivare, il tizio ti spintona, ma non protesti, lo lasci fare: vivi e lascia vivere il tuo mantra, ma la realtà è che non hai proprio voglia di alzare un dito. Andrai da Alina, dopo tutto, e che vada un po’ come deve andare.
Incontri lo sguardo di una donna prima che la porta si apra, sembra abbia appena finito di lottare con le borse della spesa per correre a sedersi nel posto liberatosi da un passeggero che scende. Lo sguardo però ti trapassa, ti ignora. Ovvio, tu sei invisibile, insignificante, vorresti perderti del tutto in un oblio senza esistere più. Sospiri e segui lo sguardo della donna, duro e scintillante. La vedi la preda dei pensieri maligni della donna, una ragazza sui vent’anni, bella come il sole, ma troppo truccata e con una minigonna che lascia poco da immaginare su come sia perfetto il suo corpo sotto. Metti in bocca la sigaretta che ti sei arrotolato mentre aspettavi di decidere se salire o no, l’accenderai nel tragitto verso casa della tua amica.

INVIDIA
Finalmente quel tizio con quei quattro capelli impomatati si alza, lasciandoti il posto libero. Le borse della spesa, incastrate tra le gambe, minacciano di spaccarsi. Le sollevi con entrambe le braccia, con molta fatica. Il frenare della metro ti fa sbilanciare e delle arance rotolano in terra, mentre raggiungi, chissà come, il sedile. Un uomo, uno straniero, scuro e sporco, te le porge, le accetti mugugnando un ringraziamento, senza guardarlo in viso. Poi, finalmente comoda, ti guardi intorno. Il treno è fermo e vedi al di là del vetro uno di quei ragazzi con i capelli lunghi e intrecciati, pieno di orecchini. Scuoti il capo: dove finirà questa tua città? Stranieri, drogati, un barbone che sonnecchia su una panchina di metallo e… e… eccola lì: una puttanella che sembra abbia il mondo ai piedi.
“Come ti sbagli bella mia, la vita ti lascerà le cicatrici, presto sarai vecchia e brutta, come me” pensi con rabbiosa malinconia. Certo, tu bella non lo sei mai stata, neanche quando eri giovane, ma ugualmente credevi di poterti sistemare, e bene, con chi dicevi tu. Hai rifiutato la richiesta di fidanzamento di Giovanni l’arrotino, quello che viveva due portoni più in là. Troppo povero diceva tua madre, e di Fulvio lo spazzino, il lavoro non era degno. Ma di proposte non ne sono più arrivate ed ora mangi con occhi ladri, che vorrebbero prendere quel corpo bello e giovane, vorrebbero avere l’opportunità di ricominciare, la bella ragazza che vorresti essere. E invece probabilmente quella sgualdrina sprecherà la sua giovinezza, si svenderà, rovinerà quel suo bel corpo, messo in mostra come in vetrina: ‘sotto a chi tocca’ ti dice quel corpo, quel vestito rosso striminzito.
Stringi forte il manico della busta, come se tua madre, ormai novantenne e a chilometri di distanza, potesse sentire i tuoi pensieri impuri e schiaffeggiarti come da ragazzina. Leggi le fermate, tra due dovrai scendere, tua madre aspetta e lei non gradisce i ritardi. Scuoti la testa cercando di non immaginarti, bella, con i capelli fluenti e il viso fresco e quel vestito sconcio. Un sorriso prepotente e amaro compare per esser subito sostituito con la tua espressione arcigna, come scolpita tra le rughe del tuo volto ossuto.

LUSSURIA
Gli eccessi della notte te li senti tutti addosso: sulla pelle ancora rovente e oleosa, sulla bocca dal sapore amaro, sui capelli scompigliati. Il prepotente odore maschile invade le tue narici, lasciandoti stordita da sensazioni contrastanti. Ti stropicci gli occhi sperando che il trucco non sia troppo sbavato. Ci sei ricaduta, per l’ennesima volta, ricordi a stento l’uomo dalla pelle ambrata che ti stringeva con passione, ormai ha perso ogni attrattiva, lasciato alle spalle, dimenticato e insignificante.
Discoteca, tre amiche cretine e tanti corpi maschili che si strusciano contro il tuo. Dopo dieci minuti già sapevi che saresti tornata a casa con qualcuno di loro o forse più di uno.
Non è l’amore che cerchi, quello è sfumato, svanito, evaporato quando a quattordici anni il ragazzo che amavi follemente ti ha urlato contro di lasciarlo stare, che eri solo una ragazzina viziata e sballata, quando per ripicca ti sei chiusa nel bagno con Danilo del quinto anno. Tutto è finito nel cesso sudicio della scuola, tra puzza di piscio e fumo: speranze, sogni romantici e la parola amore, una tirata di sciacquone e via.
Ma il sesso no, quello non lo hai lasciato più andare, lo usi come arma, come trastullo e come sfida, ma più di tutti è una droga, di cui non riesci e non vuoi più a fare a meno.
L’adrenalina del primo incontro, quel rincorrersi di sguardi, il sangue che corre nelle vene è quel che più ti spinge a farlo, l’essere adorata e mangiata con gli occhi, poi il non pensare più a niente lasciarsi andare e ascoltare solo il rombare delle sensazioni sulla tua pelle.
La notte, la tua vita, la tua effimera felicità, poi il mattino e ti svegli in un letto sconosciuto, niente palpitare, solo odori sgradevoli e imbarazzo. Quei ragazzi dai corpi perfetti al mattino ti sembrano così noiosi e non vedi l’ora di fuggire via. Ora corri a casa a farti una doccia poi aprirai la caccia alla tua prossima preda, fantastichi già su come dovrebbe essere.
Una donna, vecchia e brutta, volto arcigno, interrompe i tuoi pensieri squadrandoti da capo a piedi. Vorresti sputarle in faccia, ma ti accontenti di leccarti il labbro con aria lasciva, strizzandole l’occhio, mentre mimi una lap dance sul palo della locomotiva. Quella abbassa lo sguardo, tu sogghigni soddisfatta vedendo che è arrossita. È da quelle come lei che rifuggi, hai il terrore di diventare così un giorno: brutta, sola e non desiderata, è per quelle come lei che pensi che in fondo la tua vita non faccia poi così schifo, anzi è una vera figata. Quella del tizio lì sulla panchina, che russa sonoramente, ubriaco e gocciolante di piscio e vino scadente, quella sì che è una vita di merda.
 Sorridi ammiccando ad un tizio belloccio, elegante, abito costoso e auricolare nell’orecchio. Pensi che cercherai di sederti vicino a lui, chissà che tu non abbia trovato compagnia per questa sera. Mentre sali tiri giù il bordo del vestito, accentuando la scollatura, e già il cuore ricomincia a pompare, l’adrenalina del cacciatore ti formicola nello stomaco, mentre un sorriso compiaciuto e sfacciato illumina tuo bel volto.

GOLA
Senti i rumore del tuo stesso russare che ti riporta nel dormiveglia, la notte all’addiaccio ti ha intirizzito tutte le membra. Hai sete, ma il vino è finito e di certo nessuno avrà lasciato spiccioli nel cappello, che, ora che ci pensi, neanche hai posizionato, troppo ubriaco per fare qualsiasi cosa se non crollare sulla panchina e sognare.
Un ghigno storto compare sul tuo volto barbuto, mostrando ai passanti distratti i denti marci o mancanti.
Hai sognato polpette al sugo, spaghetti e pollo alla brace, gnocchi di patate e ravioli al ragù e una bella bistecca grondante e succulenta.
“Mmmm” senti mugolare la tua bocca, mentre il tuo stomaco gorgoglia. E pensare che un tempo ne mangiavi a quintali di roba succosa e ben cucinata: eri un ciccione, un ben pensante, con lo stipendio fisso e la passione per la buona tavola, avevi una moglie e due marmocchi rumorosi. Ma tutto ti annoiava, solo il sapore intenso del buon cibo leniva il tuo malessere inconfessabile. Facevi fuori di nascosto vasi interi di funghetti sott’olio, chili di cornetti con sopra panna spray e vagonate di fettuccine al tartufo o lasagne al forno, teglie di melanzane alla parmigiana. Il cibo era divenuto il tuo ultimo pensiero prima di dormire, aveva popolato i tuoi sogni e le tue giornate, inchiodato ad una scrivania.
Poi hai cominciato ad ingrassare, ingrassare, non hai avuto più la forza di andare al lavoro, hai iniziato ad assentarti sempre con maggior frequenza. Tua moglie se n’è andata con i figli a seguito: non voleva stare con un uomo che andava al letto con le cotolette panate invece che con lei, ti ha detto. Così hai perso la tua famiglia e poi anche l’impiego.
Ironia della sorte alla fine ti è stato sottratto ciò per cui vivevi: il cibo. Senza più lavoro, niente soldi per sfamare il tuo enorme corpo, hai dovuto reprimere i tuoi appetiti. Ma ora non è il buon cibo che più ti manca. Sono loro, i tuoi figli, ormai saranno grandi, speri si siano sistemati, speri che a loro sia andata meglio.
E tua moglie, lei sì ci ha saputo fare, si è risposata con un avvocato. L’hai vista ingioiellata davanti ad una vetrina, hai tirato su il berretto, svuotandolo degli spiccioli, calcandolo in testa il più possibile, sperando che non ti vedesse. Ma lei ha tirato dritto, gettando delle monetine sopra al mucchietto formatosi in terra, con un sorriso compiaciuto. Era al braccio di un bell’uomo brizzolato, dallo sguardo sicuro e pieno di sé, non ti ha riconosciuto. D’altronde cinquanta chili in meno, barba folta ed abiti stracciati cambiano molto una persona, ma chissà perché ci sei rimasto così male.
Ti alzi a sedere, ormai sveglio, vedi la gente che si affolla davanti alle porte del treno, c’è chi ti guarda male, chi ti lancia uno sguardo impietosito, ma per lo più t’ignorano e a te va bene così. Hai fame, ma un pezzo di pane andrà benissimo, o almeno speri di racimolare qualcosa per un cicchetto.
Ti gira la testa, ti aggrappi a qualcosa, qualcuno, poi improvviso senti un pugno nello stomaco e una voce lontana riecheggiare:
“Brutto schifoso, non mi toccare!”. Mentre cadi a terra continuano ad arrivare colpi.
IRA
“Levati di dosso lurido parassita!” urli quando ti poggia le sue lerce mani sulla spalla. È un vecchio barbone, senti il puzzo di urina e alcol e una vampata di calore ti sale dal petto, irrorando il volto e facendo gonfiare le vene sulle tempie rasate. Il cuore pompa forte e senti l’adrenalina crescere, mentre sogni già di vederlo implorare la tua pietà.
“Devi morire, cane, verme schifoso, nullità, pidocchioso vecchio bavoso!” le parole escono dalla tua bocca come un fiume in piena, ringhiate dal petto muscoloso, mentre gli occhi saettano alla ricerca di un’arma.
“Che c’è qui Cobra?” ti chiede il tuo amico, sembra il tuo gemello: stessi capelli rasati, stessa maglia aderente, stessa camminata da gorilla alfa: petto in fuori e culo a papera. Ghigno ottuso stampato su quel viso da babbuino. Anche lui s’infiamma subito, si può sentire la vostra eccitazione malata, mentre tira fuori dal nulla il coltello.
Tu scagli il primo pugno, ma la rabbia non si è sopita, anzi cresce quando vedi che crolla troppo presto a terra, togliendoti il gusto. Raccogli la bottiglia vuota del barbone, nessuno bada a voi mentre il treno sta per far salire i passeggeri e quelli che son scesi se ne corrono alle loro destinazioni, frenetici e rinchiusi nei loro gusci.
Gli sferri un calcio nello stomaco e ti prepari ad alzare la bottiglia, mentre il tuo amico fa scattare il serramanico.
Poi un: “Ehi voi!”. Alzi lo sguardo, furibondo, pesterai anche questa interruzione, ma poi vedi che è un poliziotto. Scatti di corsa, un attimo prima che le porte si richiudano. Ridi fragorosamente alzando il dito medio al tuo amico, che viene bloccato e portato via. “E tu che hai da guardare!” urli in faccia ad un tipo appiccicato a te nella metro. Questo non risponde stringendosi il bavero del cappotto fuori moda, quasi avesse paura che lo derubassi, non sei mica un ladro tu, sei una persona per bene.

AVARIZIA
Ti stingi nel cappotto, a proteggere la tua persona, a proteggere l’orologio antico, che tieni nel taschino, a proteggerti dal mondo che sembra impazzito.
Ti allontani sdegnato, ma in realtà soddisfatto per la lezione che quel ragazzotto ha dato a quel parassita della società.
Poco prima hai superato tre mendicanti nel corridoio della metro, inutili esseri che vivono elemosinando quel che non è loro, che rubano a chi suda faticando il proprio salario. Come te, ragionier Franzetti, che lavi in terra con la sciacquatura dei piatti, che riutilizzi i fondi di caffè fino a berti acqua calda. I soldi non crescono mica sugli alberi, bisogna risparmiare per tempi peggiori. Lo dicevi tu a tua madre, che continuava a chiederti aiuto per acquistare costose medicine, prima di morire, lo dicevi a quella sanguisuga di Luisa, che voleva sposarti e rubarti lo stipendio accasandosi da te e spendendo in insulsi abiti tutti i tuoi risparmi. Ora vivi solo, trenta metri quadri di appartamento, lindo e pulito e vuoto come le mie tasche. Le tue invece, di tasche, sono colme e scintillanti di denaro, e te la ridi alle spalle di chi spesso ti ha detto “le bare non hanno tasche”. Invidiosi, scialacquatori, spreconi, il mondo ne è pieno, per questo il mondo sta andando a rotoli, pensi.

……………
Il treno è ormai in viaggio, io vi guardo, infime creature, perse nei vostri insulsi pensieri. Oggi mi son voluta divertire, nell’agenda avevo solo quel misero barbone, con i suoi peccati di gola sulle spalle, ma ha già pagato per quelli, nella sua stessa vita mortale. La sua ora verrà comunque, presto, molto presto. L’ho scambiato con voi, caricature dei difetti umani, marionette prigioniere dei vostri stessi limiti, dei vostri ridicoli incubi. Mi sono divertita un po’ a riunirvi qui, ma ora è giunto il momento: chiusura delle danze.
Uno schianto, un sasso sui binari, una cosa da nulla, ma la prima carrozza viene sbalzata via, si fracassa contro lo stretto tunnel buio, mentre le lamiere si accartocciano imprigionandovi, confondendo, mischiando i vostri corpi in una massa sanguinolenta. Peccato duri così poco, chissà che ridere a sentire i tuoi pensieri vecchia  zitella, con le cosce della ragazza dritte sulla tua bocca, e tu, incravattato, abbracciato al rasta, stretti a mischiare profumo e puzza di sudore. L’ orologio d’oro è uscito dal tuo taschino fracassandosi, chissà se te ne sei accorto ragioniere. Infine tu, gorilla, hai esaurito la rabbia, evaporata tra le lamiere, sostituita da un attimo di intensa paura mista a vergogna: se il tuo amico t’avesse visto pisciarti sotto ti avrebbe dato della checca e t’avrebbe fracassato di botte.
Solo tu, ragazza mai soddisfatta, hai concluso in bellezza il tuo viaggio: nell’atto finale il maschione profumato è ruzzolato sopra di te, in un macabro ultimo contatto intimo. Quasi sorridi pensandoci, ma il sorriso si raggela nel tuo volto quando ti rendi conto che io, la signora in nero, l’unica da cui non si fugge, vi sto portando tutti via con me.
Fine dei giochi, fine della corsa, la mia attenzione è richiesta altrove, in un ingorgo stradale, tra le strade vischiose di pioggia, tra le corsie di un ospedale, tra i vicoli della guerriglia urbana. Non riposo mai io, ma a volte me la rido, come oggi, e mi tolgo uno sfizio.
Attento, tu che leggi, ho giusto due minuti liberi….