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giovedì 19 marzo 2015

occhi indiscreti , un racconto in SPSP






Occhi indiscreti

1
Il mare ruggisce, tra scoppi improvvisi sugli scogli e schizzi di spumeggiante rabbia, mentre cammini curva con le mani sepolte nel cappotto troppo grande.
Ti fermi di scatto ed alzi il mento. Chiudi gli occhi, prendendoti gli spruzzi gelati in viso. Te ne stai lì a fissare il mare a lungo, troppo per le mie ossa infreddolite. Mi passo più volte le mani sulle braccia, cercando di scaldarmi, soffio sui palmi osservando la nuvola di vapore volare davanti al mio naso ghiacciato. Tu invece stai lì immobile, senza un tremito, senza cambiar posizione, naso all’aria e capelli al vento.
La lunga chioma, ormai scurita dall’umidità, non svolazza più, ondeggia piano sulle tue spalle gocciolando chiazze scure sul vecchio paltò.
Ti volti. Abbasso il viso e accendo una sigaretta, con noncuranza, mentre aspetto che mi passi accanto sorpassandomi.
T’incammini verso casa, come da copione: lavoro notturno alla caffetteria, poi stacchi e vieni qui aspettando che il giorno nasca. Che arrossi o meno il cielo, che il mare rifletta o no i suoi colori, tu sei sempre qui, con la stessa espressione dolente sul volto.
Ti seguo a debita distanza. La sigaretta si spegne alla pioggia che inizia a cadere copiosa, la getto via ed apro l’ombrello, ringraziando la mia previdenza: sono solo un passante anonimo, con il bavero alzato e l’ombrello calato sul volto.
Aspetto che la luce si accenda nel tuo appartamento al sesto piano.
Sospiro e apro il portone della palazzina di fronte, salgo al sottotetto e infilo la chiave nel 10b, il mio monolocale.
Apprezzo il tepore della casa, seppur vuota e silenziosa è pur sempre un gradito riparo dalle intemperie. Mi apposto alla finestra, metto l’occhio sul binocolo e la tua esile figura appare nel mio campo visivo.
Le finestre senza tende mostrano il tuo appartamento scarno, ma lindo. Il cappotto ben appeso sull’attaccapanni da muro. Le scarpe le hai lasciate fuori, sul pianerottolo.
Torni dal bagno con un asciugamano per tamponare i capelli fradici, poi entri piano nella stanza buia. Lui dorme, come ogni mattina, e come ogni mattina piangi uscendo dalla sua stanza, poche lacrime veloci, subito scacciate da una mano rabbiosa. Poggi la schiena sulla porta appena chiusa, espiri e drizzi le spalle.
Cinque minuti dopo il vapore appanna i vetri e intravedo due sagome che fanno colazione, due ombre scure, con i capi che si sfiorano.
2
La pioggia ha lavato la città, tutto riluce. Cammino a passo spedito, fischiettando. Oggi è un giorno speciale, l’unico giorno in cui ti vedo spensierata. Non so come né quando, ma mi sono affezionato al tuo sorriso, dolce, pieno di vita.
 Oggi è il giorno del ‘Niña loca’.
Immerso nei miei pensieri commetto un errore imperdonabile: Apro la porta, facendo tintinnare il campanello. Cosa mi è preso dannazione? Mi sono distratto, come un novellino. I miei occhi incontrano i tuoi, gelo e calore insieme.
“Buongiorno!” la tua voce non è distorta da interferenze o disturbata dai fruscii delle apparecchiature, ma limpida e dannatamente reale.
“Buongiorno” Sostengo lo sguardo, ma dentro tremo. Potresti riconoscermi ora, potresti ricordati di me, rovinando tutto.
“Deve ritirare?” Chiedi fissando le mie mani vuote. Di colpo ricordo dove sono:
“No, vorrei che desse una rinfrescata al mio paltò” mento sfilandolo.
“Ah, e uscirà senza, con questo freddo?” chiedi visibilmente sorpresa. Devi pensare che io sia davvero strano, ora le possibilità che ti ricordi di me aumentano, devo uscire subito di qui.
Qualcosa però mi trattiene, un’assurda curiosità che incolla le mie suole al pavimento della lavanderia.
“No, aspetterò qui se non le dispiace” subito lo stomaco si contrae per quest’idiozia farneticante, ma comunque mi siedo.
“Oh, non c’è problema, ci vorrà un po’” dici, ora sei imbarazzata e forse impaurita. Vedo lo sguardo volare da me al telefono, come a misurare lo spazio per fiondarti a chiamare soccorsi.
Me ne sto in silenzio, un sorriso docile stampato sul volto, sperando di metterti a tuo agio.
Il ragazzino disegna.
“Non sei andato a scuola?” chiedo distrattamente, ma una parte di me sa che è anche per sfidarti, per mandarti un segnale. Infatti reagisci all’istante: gli occhi scuri divengono pozzi profondi, le sopracciglia corrugate e i pugni stretti. Solo per un istante, poi sorridi, un sorriso costruito, duro come cemento:
“Non stava bene oggi” rispondi, mentre lui mi guarda con aria ottusa. Non capisce nulla della mia lingua, lo tieni segregato in una cupola di cristallo destinata ad infrangersi in mille pezzi. Presto, molto presto.
Ora sembri nervosa, e anch’io lo sono, entrambi non vediamo l’ora che io esca da quella porta. Mi alzo dalla sedia, gettandoti un’ultima fugace occhiata.
“Ci ho ripensato, passerò più tardi, arrivederci”
Esco rabbrividendo, ma il mio petto ribolle di rabbia: ore ed ore di appostamenti, che rischiano di andare in frantumi. Ed ora mi beccherò anche un raffreddore.

3
Torno a casa reprimendo pensieri dementi sul fatto che tu possa essere arrabbiata. Eppure ero preparato: freddezza, distacco, niente empatia. Ma nonostante tutte le mie precauzioni è successo lo stesso.
Eccoci al ristorante. La tua amica, abito succinto, ricoperta di bigiotteria, ha già le guance rosse per la troppa sangria. Il tuo moccioso ruba i polpi dalla paella sogghignando e tu parli e parli nella tua lingua, sfogandoti del silenzio lungo un mese.
La donna t’interrompe spesso, parla con la bocca piena e rutta. Nonostante l’abito, non ha l’eleganza di una signora, ma la rudezza della gente di strada. Tu invece, con la semplice camicia bianca, i capelli raccolti sulla nuca e nessun gioiello, hai un’eleganza naturale, che mi ha attratto fin dal primo attimo in cui ho visto il tuo volto in quella foto.
Non ho osato prendere un tavolo, ho già rischiato troppo alla lavanderia. Per questo mi devo accontentare di vederti da lontano, senza poter udire il suono delle tue risa.
Fumo due, tre, sigarette, le spengo e le intasco.
 Finalmente uscite, ridi ancora, un po’ troppo forte, sarà colpa della sangria. Il bambino è assonnato e ciondola la testa poggiandosi a te.
  “Notizie di Jacob?”
Scuoti la testa mestamente.
“Non so nemmeno più se desidero che torni o che sparisca, non ne posso più di questo limbo, vorrei iniziare a vivere” Poi guardi il bambino, improvvisamente attento, col naso alzato su di te. Sorridi:
“Saluta la zia Randy, Radu”
“Ciao” sussurra con la falsa timidezza dei bambini.
 “Sta’ attenta”
Annuisci incamminandoti verso casa.
Vi seguo piano perché i miei passi non risuonino sull’asfalto.
4
 Ti stendi sul divano, ancora sorridendo. Io ti contemplo sorseggiando caffè. Tu, il mio spettacolo del sabato sera, tu, unica mia compagnia, divenuta ossessione della mia vita solitaria.
D’improvviso il suono del cellulare ci fa sobbalzare. Da quando vivo la tua vita, l’ho sentito suonare un paio di volte, mai di notte. Sono eccitato e deluso al contempo: forse il giorno che ho atteso così tanto a lungo da perdere di vista la meta, è finalmente arrivato e sento amara la perdita che inevitabilmente ne consegue.
Inciampi sbattendo un piede, saltelli imprecando e raggiungi l’apparecchio.
“Randy?”
‘Come Randy’ penso disorientato.
Sbarri gli occhi. Parli troppo veloce, riesco a decifrare poco, ma sento la tua angoscia. Afferro la pistola. Tutto succede di colpo. La tua porta si spalanca con uno schianto, entra un uomo corpulento, calvo, dal ghigno animalesco, non è lui.
“Tu, puttana!” urla spaccando il tavolino all’ingresso con una grossa mazza. Ti butta in terra, mentre gridi alla voce che ti chiama singhiozzando dalla camera accanto:
“Resta lì Radu, non uscire per nessun motivo!”.
“Credevi che non ti avrei riacciuffata?” È sopra di te e dalla tua faccia disgustata riesco quasi a percepire il suo fetido alito. “Voglio i miei cazzo di soldi!” Ti colpisce al ventre e il tuo gemito strozzato rompe le mie indecisioni. Dovrei rimanere lì a guardare, impassibile, ma corro da te giustificandomi che se muori tutto va a puttane.
Salgo le scale a due a due, mentre i colpi sordi dal tuo salotto hanno svegliato i vicini. Si affacciano insaziabili di tragedie da raccontare, ma rimanendo al sicuro delle quattro mura.
Arrivo all’ingresso, tu sei distesa, sangue sulla mazza e sul pavimento, ma non urli, mentre l’energumeno ti ha bloccato le mani sul freddo pavimento.
Metto mano alla pistola, poi cambio idea e prendo la mazza e colpisco con tutta la rabbia che non riesco a reprimere. Mi fermo solo quando tu mi implori di farla finita, che è morto.
Mi blocco, ti guardo, capisco che mi hai riconosciuto. È andato tutto in malora, pazienza.
“Chi cazzo sei tu!” gridi e vedo più terrore per me che per l’uomo che stava per violentarti e che ha reso il tuo volto una maschera sanguinolenta.
“Io…” inizio a dire cercando le parole giuste. Mi interrompi spingendomi via con entrambe le mani:
“Vattene!”
Indietreggio fissandoti, inebetito.
Poi ci ripensi: “Portati via questo escremento!” Alzi le mani alla bocca, disgustata. “Mio dio lo hai ucciso, cazzo sei matto?”
“Io…” Le parole non vogliono uscire, le reazioni non sono immediate, la mia faccia di bronzo non viene a salvarmi, tentenno impacciato, quasi impaurito.
“Cosa sei un maniaco? Vattene subito e lasciami stare, capito? Non mi fai paura!”
Sembri isterica, afferri la mazza. Hai paura, sì, ne hai davvero molta, ma sei una leonessa che difende se stessa e il suo cucciolo, non esiterai ad avventarti contro di me, pur sapendo di non avere scampo.
Afferro l’uomo dal cranio fracassato, lunghe scie di sangue si formano sul pavimento prima che riesca a issarmelo in spalla.
Salgo le scale e arrivo sul tetto, entro nello sgabuzzino condominiale e lo ficco lì. Domani sistemerò la faccenda. Per oggi mi limito a scendere le scale con noncuranza, tornando nel mio appartamento, per un’ultima notte. Domani dovrò sparire.
5
Il bilocale è migliore del primo, ma mi è estraneo. Mi affaccio alla finestra, la visuale sul tuo appartamento è obliqua, poco soddisfacente. Sbuffo, seccato e nervoso. Vado in bagno e apro il sacchetto, mi accingo a usare la tintura scura, come le lenti, e tagliar corti i capelli mossi.
Ti vedo uscire zoppicando un po’.
Esco calcando il berretto in testa, giacca sportiva e jeans attillati.
Ti fermi davanti ad una villetta, nel quartiere bene. Ne esci, come previsto, con un paio di dalmata e un cocker al guinzaglio, per il tuo strampalato lavoro domenicale. Un sorriso di plastica costruito per l’occorrenza, che muore appena ti volti.
Anche tuo figlio sorride, accarezzando i cani latranti che gli zampettano addosso.
Destinazione parco. Mi avvio prima di voi, posizionandomi dove so che andrete. Voglio rischiare il tutto e per tutto mettendomi dove mi vedrai, provando la solidità del mio camuffamento.
Mi raggiungi, getti un’occhiata distratta verso di me e passi oltre. Istintivamente copri con la mano l’occhio pesto, pudore e timore di poter attirare l’attenzione. Ti siedi di fronte a me, lo sguardo perso nel vuoto, cupo e impenetrabile.
Tiro fuori un blocco da disegno e mi metto a scarabocchiare, prima che possa rendermene conto i tuoi tratti compaiono sul volto della donna che prende vita sul mio foglio.
La palla finisce sotto la mia panchina, tuo figlio si fionda a prenderla, si accuccia e allunga la mano, non ce la fa, mi inginocchio e afferro la sfera appiccicosa, reprimendo il disgusto.
Sento la tua voce alle mie spalle, devo rimanere calmo.
“Radu vieni via, disturbi il signore”
Mi alzo, sorridi, poi il sorriso si blocca. ‘cazzo mi ha riconosciuto’ penso. Istintivamente la mano va alla pistola, poi seguo il tuo sguardo, non guardi me, ma il foglio.
“Non volevo invadere la sua privacy, vuole che lo strappi?” chiedo con voce cantilenante dall’ accento ispanico.
Vedo il tuo volto combattere ed infine rilassarsi:
“È bellissimo” dici, e vedo un sorriso vero spuntare sulle labbra spaccate.
Rimango spiazzato quando ti siedi sulla panchina:
“Posso?” chiedi sfogliando il blocco.
“È bravo, davvero bravo” Il tuo sorriso mi paralizza. Mi siedo, il mio corpo, abituato a fingere, recita la sua parte: la gamba piegata con noncuranza sulla panchina, le mani, con i guanti dalle dita mozze, indicano un’immagine, senza alcun tremore:
“Questo passero stava lì fermo, voleva un ritratto” scherzo, mentre sento rombare il cuore nelle orecchie.
“A me piace questo” indichi il mare tempestoso.
“È suo” stacco il foglio dal blocco e te lo porgo.
“Mio? No, no, io non posso…”
“Lo prenda” insisto.
Sorridi ancora, scosti una ciocca di capelli dal volto, sistemandola dietro l’orecchio.
Dio come sei bella da vicino, mi sale un moto di rabbia per quel maiale che ti ha ridotto in questo stato. M’irrigidisco pensando che devo ancora sistemare quella questione. Ricordando d’un tratto chi sono e chi sei tu.
Devi percepire qualcosa perché non sorridi più:
“Mi scusi, l’ho importunata” ti alzi. “Ora devo andare” allunghi una mano verso di me. “Mi chiamo Sonia”
“Francisco” rispondo accarezzandoti la mano. Sento la mia voce dire:
“Resta ancora un po’ ti prego” mentre l’altra voce nella mia mente impreca: ‘imbecille’
Abbassi lo sguardo arrossendo, torni a sederti e sono sicuro che stai pensando anche tu di esser diventata matta.
“Da dove vieni?” chiedi.
“Toledo, son qui per disegnare un po’ di bellezze locali e cercare fortuna”
Ammicco. Tu rispondi a tono, civettando un po’:
“Non sono del luogo e di certo non sono una bellezza, non ora”
La butto sullo scherzo:
“Dovresti far attenzione per le strade ghiacciate con quella muta di cani che ti tira il guinzaglio, oltre a ridurti così potresti travolgere qualcuno”
Ridi, una risata cristallina, poggi con noncuranza una mano sul mio ginocchio e devo trattenermi da non coprirla con la mia.
Rimaniamo lì a lungo, il mio cervello sembra in panne, non memorizza ogni cosa succeda intorno, non registra i secondi passati né chi transita intorno a noi.
Non mi rendo conto che il tempo è volato finché tu non ti alzi di scatto:
“Oh mio Dio è tardissimo, è stato un piacere Francisco” ti chini sul blocco afferrando la matita a carboncino, scrivi dei numeri, poi alzi il capo sorridendo un po’ timida:
“Mi piacerebbe rivederti” ti giustifichi e scappi via lasciandomi lì con le narici ancora piene del tuo odore.
6
Me ne sto al freddo sull’uscio, indeciso se entrare o scappare, pochi clienti nottambuli si contano sulle dita nel locale. Sbircio dentro ancora una volta e vedo il tuo volto tirato dalla stanchezza sorridere gentile ad un acquirente. Ancora una decisione impulsiva, entro imprecando contro la mia stupidità, mentre la parte idiota che è spuntata in me mi zittisce:
“Ciao” esordisco. Spalanchi gli occhi, vi leggo un guizzo di gioia.
“Ehi, che ci fai qui?”
“Soffro d’insonnia”
“Allora decaffeinato”
…
“Si chiude, non avete sonno?”
La voce ci fa sobbalzare. La notte è trascorsa parlando, sei divertente ed intelligente, oltre che bellissima. La voce che gridava ‘non puoi! ’ è ormai messa a tacere.
“Posso accompagnarti a casa?” ti chiedo preparandomi al no: so dove vai ogni mattina.
“Sì, certo” mi sorprendi e a stento trattengo un sorriso.
“Allora…chiamami” sussurri sul portone. Rimango lì imbambolato mentre mi stampi un leggero bacio sulle labbra. Sto lì fino a che il sole salendo non riscalda la mia nuca, riscuotendomi.
7
Giro e rigiro il pezzo di carta strappato dal blocco nelle mani sudate. Non posso chiamare, non posso gettare tutto alle ortiche per un capriccio senza senso.
Vado alla finestra e ti vedo rilassata sul divano, una settimana è passata e domani è di nuovo riposo, andrai al parco ed io potrei incontrarti lì ‘per caso’, ma ho voglia di sentire la tua voce ora, un impulso che attanaglia le mie viscere e caccia via la consapevolezza che non devo farlo. Le mie dita digitano quei numeri e sento squillare libera la linea, mentre ti alzi sorpresa e timorosa allo squillo inatteso.
“Pronto” sussurri.
Devo riagganciare.
“Ciao, sono Francisco”
Il sorriso che compare sulle tue labbra mi rende completamente ebbro, dimentico il discorso che mi ero preparato.
“Vuoi uscire?” chiedo in modo infantile.
“Si” rispondi tu, in un soffio.
Sono al settimo cielo, me ne frego delle innumerevoli conseguenze, mentre mi preparo a portarti fuori, pregustando il fatto che ti starò vicino.
Un telefono suona, il tuo, lo sento gracchiare dal microfono e prima ancora di sentire chi è, il mio istinto mi dice che tutto è finito, senza che sia iniziato.
“Jacob” dice la tua voce strozzata.
8
La testa mi esplode, il cuore martella, devo essere cauto. La tua figura immobile sul molo scruta l’orizzonte, le mani artigliano la stoffa del vestito.
Alzo lo sguardo alla ricerca degli altri, non posso rischiare di fallire, non stanotte, ma non ho la calma necessaria, il mio piano ha una falla, insignificante quando è stato pianificato, ma da cui ora sta defluendo tutta l’acqua in cui annegherà la mia coscienza.
Senza controllo cerco un’alternativa. Ancora una volta metto a rischio tutto per te, una sconosciuta. Eppure tengo a te, in un modo strano e malato, che mi costringe a riflettere su cosa sarà dopo stanotte.
La luce di un’imbarcazione mi riporta alla realtà. L’addestramento ricevuto prende il sopravvento. Lo sguardo scandaglia ogni angolo del porticciolo, valutando ogni pericolo, la mano all’arma, le gambe pronte a scattare.
Interminabili momenti in cui tu ti torci le mani. Forse pensi a me? Inizi a camminare avanti e indietro, il volto corrucciato. Ti mordi il labbro inferiore. D’un tratto ti allontani tirando per un braccio il bambino. Il cuore si ferma un istante nel mio petto e freno un sorriso neonato. Ma muore all’istante, perché tu torni indietro, ti siedi su una panchina, prendi il volto tra le mani e vedo le spalle alzarsi ed abbassarsi ritmicamente. Radu si avvicina abbracciandoti alle spalle:
“Mammina, non piangere” ti sussurra piangendo lui stesso, scostandoti i capelli dal viso, cercando di aprire uno spiraglio per vedere i tuoi occhi e cancellare la sofferenza dal volto che ama.
Vorrei venire io lì, poggiare le mie mani su quelle spallucce fragili, consolarti. Ma serro la pistola con ambedue le mani, le nocche bianche, i denti che scricchiolano per la tensione.
“Tenetevi pronti” Parlo alla trasmittente. Un attimo ancora ed esplode il caos. Dovevo prendere solo lui, bloccarlo, lasciando te al tuo destino. Invece corro, ti sollevo alla vita con un braccio, nell’altro prendo Radu e corro lontano dal fuoco incrociato.
Urli, scalci, poi mi riconosci e ti blocchi spaventata e delusa.
Nell’auto schiaccio l’acceleratore, tu taci sbirciando dal finestrino la squadra che cattura il tuo uomo.
“Chi diavolo sei?” mi dici fissando il mio profilo. “Mi hai sentito? Chi sei!” urli furiosa. Appena sono certo che sei al sicuro inchiodo e mi volto. Mi fissi e vedi i miei occhi chiari, non quelli scuri che hai visto al parco.
“Francisco… sei l’uomo che mi seguiva!” provi ad aprire la portiera bloccata.
“Aspetta” ti supplico. T’abbraccio da dietro bloccandoti, stranamente non fai resistenza.
Ti poso un bacio sulla tempia, ma ti sento rigida:
“Sono un agente” ammetto.
“Mi hai seguito per arrivare a lui” comprendi. La tua voce taglia come lama e so che non c’è nulla che posso dire per farti capire come mi sento.
“Sì” dico, senza tentare di spiegare nulla.
Prendo la radio: “Ho inseguito il soggetto alfa, mi è sfuggita, la cercherò nei luoghi a lei familiari, gli altri sono al sicuro?”
“Eccoti! Ti sei perso il più bello amico: arrestati con un carico enorme di coca e dieci prostitute a bordo, non avrai tutto il merito caro mio, mi spiace, il lupo solitario dividerà gli onori!”
Scuoto la testa, quell’imbecille di Calton avrà una grossa gratifica senza aver fatto un cazzo.
Siamo sotto casa tua. “Prendi un po’ di roba al volo, starai nascosta per un po’, fintanto che non troverò documenti per voi. È tutto finito Sonia” ti dico.
Mi fissi senza accennare a muoverti, poi i tuoi occhi brillano, di slancio mi baci lasciandomi senza fiato.
Sorrido guardandoti allontanare.
“Io va a szkoła?” chiede Radu rompendo il silenzio.
Il mio sorriso si allarga, tiro fuori una sigaretta per frenare le emozioni.

“Si, ragazzo, ci andrai di sicuro”.

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martedì 28 ottobre 2014

7 peccati alla fermata del metrò. storia completa.




SETTE PECCATI ALLA FERMATA DEL METRÒ

SUPERBIA
Spintoni il malcapitato davanti a te sulla scala mobile, t’insinui tra una grassa turista e la sua ingombrante valigia, scavalcandola.
“Ehi, attento, maleducato!” ti grida dietro una vecchietta alla quale hai fatto cadere il bastone. Non ti volti neanche, non hai tempo, devi prendere la prima corsa disponibile. Non importa se la prossima sarà tra cinque minuti al massimo, tu non puoi aspettare, la tua vita non può concedere momenti morti, tempo non utilizzato a dovere.
Squilla il tuo smartphone ultra piatto, ultimo modello. Attivi la chiamata pigiando bene l’auricolare nell’orecchio per sentire meglio:
“Asmaldi” Esordisci a voce troppo alta, molti si girano a guardarti nella banchina gremita ma silenziosa.
“Dannazione!” imprechi, seccato che d’improvviso non ci sia campo. Bruci con lo sguardo un ragazzetto che sogghigna, trovando forse sciocco che provi a rispondere a venti metri sotto terra. Quello subito si gira. Scuoti la testa, provi pena e ribrezzo per quella caricatura di essere umano. Lo guardi meglio, avrà quasi la tua età, scarpe da ginnastica logore, senza lacci, maglia sformata e troppo lunga, buco largo come un cratere all’orecchio e un anellino nel sopracciglio, capelli rasta. D’istinto fai un passo indietro, per mantenere una distanza di sicurezza contro eventuali pidocchi, o altri parassiti.
Immagini per un solo istante la vita grama da disoccupato o distributore di volantini in qualche lurido angolo di strada. Sorridi e pensi alla tua di vita: amministratore delegato per un’importante ditta, trentadue anni, felicemente single, felicemente ricco e ambito, senza una serata da passare solo. Tutto scandito, tutto programmato, tutto esattamente al proprio posto. Lo sguardo vaga su quella massa di gente normale, piatta, insipida, tu invece sei destinato a qualcosa di maestoso. Presto sarai su un aereo prima classe, comodo e rilassato a goderti il tuo drink.
Alzi lo sguardo sul pannello luminoso, perfetto, ‘treno in arrivo’ leggi, spintoni ancora qualche insulso sconosciuto per accaparrarti un posto decente, poi ignori la marmaglia e ti metti a ripassare il discorso che farai al tuo capo, quello che entro un anno butterai giù dalla poltrona, scalando la vetta.

ACCIDIA
Te ne stai da dieci minuti a fissare la linea gialla, son già passati due treni, ma non hai voglia di muoverti, tanto non hai nulla da fare, nulla che valga la pena fare.
Allunghi i piedi stiracchiandoti. Le scarpe da ginnastica sudice dicono che sarebbe ora di darsi una ripulita, ma non vuoi tornare a casa, non da quell’arpia che ti dice quello che devi fare e quando, non da quel rompipalle di tuo padre che ti dice che è ora di darti una mossa, che sei un uomo adulto.
No, forse potresti andare da Alina, lei ti accoglie sempre, ma poi andrà a finire che vi sballerete e questa sensazione di cupa indolenza peggiorerà ancora.
Ti alzi, il treno sta per arrivare, un minuto, segna il tabellone, e stavolta non vuoi perderlo il treno.
Senti un profumo pungente, maschile, fastidioso, alle tue spalle, sbirci con la coda dell’occhio. Un incravattato presuntuoso, uno di quelli col portafoglio gonfio e la convinzione di essere migliore di chiunque al mondo solo per questo. Tenta di parlare al cellulare, ma ovviamente la linea cade, siete sotto terra. D’improvviso quel manichino ti sembra così buffo, sorridi, poi fai una risatina sibilante. Lui ti fulmina con gli occhi, ti volti, ma senti il suo sguardo rovente che ti perquisisce, violentandoti. Fin troppo facilmente immagini i suoi prevedibili pensieri preconcetti. Poi senti l’aria calda avvolgerti, il treno sta per arrivare, il tizio ti spintona, ma non protesti, lo lasci fare: vivi e lascia vivere il tuo mantra, ma la realtà è che non hai proprio voglia di alzare un dito. Andrai da Alina, dopo tutto, e che vada un po’ come deve andare.
Incontri lo sguardo di una donna prima che la porta si apra, sembra abbia appena finito di lottare con le borse della spesa per correre a sedersi nel posto liberatosi da un passeggero che scende. Lo sguardo però ti trapassa, ti ignora. Ovvio, tu sei invisibile, insignificante, vorresti perderti del tutto in un oblio senza esistere più. Sospiri e segui lo sguardo della donna, duro e scintillante. La vedi la preda dei pensieri maligni della donna, una ragazza sui vent’anni, bella come il sole, ma troppo truccata e con una minigonna che lascia poco da immaginare su come sia perfetto il suo corpo sotto. Metti in bocca la sigaretta che ti sei arrotolato mentre aspettavi di decidere se salire o no, l’accenderai nel tragitto verso casa della tua amica.

INVIDIA
Finalmente quel tizio con quei quattro capelli impomatati si alza, lasciandoti il posto libero. Le borse della spesa, incastrate tra le gambe, minacciano di spaccarsi. Le sollevi con entrambe le braccia, con molta fatica. Il frenare della metro ti fa sbilanciare e delle arance rotolano in terra, mentre raggiungi, chissà come, il sedile. Un uomo, uno straniero, scuro e sporco, te le porge, le accetti mugugnando un ringraziamento, senza guardarlo in viso. Poi, finalmente comoda, ti guardi intorno. Il treno è fermo e vedi al di là del vetro uno di quei ragazzi con i capelli lunghi e intrecciati, pieno di orecchini. Scuoti il capo: dove finirà questa tua città? Stranieri, drogati, un barbone che sonnecchia su una panchina di metallo e… e… eccola lì: una puttanella che sembra abbia il mondo ai piedi.
“Come ti sbagli bella mia, la vita ti lascerà le cicatrici, presto sarai vecchia e brutta, come me” pensi con rabbiosa malinconia. Certo, tu bella non lo sei mai stata, neanche quando eri giovane, ma ugualmente credevi di poterti sistemare, e bene, con chi dicevi tu. Hai rifiutato la richiesta di fidanzamento di Giovanni l’arrotino, quello che viveva due portoni più in là. Troppo povero diceva tua madre, e di Fulvio lo spazzino, il lavoro non era degno. Ma di proposte non ne sono più arrivate ed ora mangi con occhi ladri, che vorrebbero prendere quel corpo bello e giovane, vorrebbero avere l’opportunità di ricominciare, la bella ragazza che vorresti essere. E invece probabilmente quella sgualdrina sprecherà la sua giovinezza, si svenderà, rovinerà quel suo bel corpo, messo in mostra come in vetrina: ‘sotto a chi tocca’ ti dice quel corpo, quel vestito rosso striminzito.
Stringi forte il manico della busta, come se tua madre, ormai novantenne e a chilometri di distanza, potesse sentire i tuoi pensieri impuri e schiaffeggiarti come da ragazzina. Leggi le fermate, tra due dovrai scendere, tua madre aspetta e lei non gradisce i ritardi. Scuoti la testa cercando di non immaginarti, bella, con i capelli fluenti e il viso fresco e quel vestito sconcio. Un sorriso prepotente e amaro compare per esser subito sostituito con la tua espressione arcigna, come scolpita tra le rughe del tuo volto ossuto.

LUSSURIA
Gli eccessi della notte te li senti tutti addosso: sulla pelle ancora rovente e oleosa, sulla bocca dal sapore amaro, sui capelli scompigliati. Il prepotente odore maschile invade le tue narici, lasciandoti stordita da sensazioni contrastanti. Ti stropicci gli occhi sperando che il trucco non sia troppo sbavato. Ci sei ricaduta, per l’ennesima volta, ricordi a stento l’uomo dalla pelle ambrata che ti stringeva con passione, ormai ha perso ogni attrattiva, lasciato alle spalle, dimenticato e insignificante.
Discoteca, tre amiche cretine e tanti corpi maschili che si strusciano contro il tuo. Dopo dieci minuti già sapevi che saresti tornata a casa con qualcuno di loro o forse più di uno.
Non è l’amore che cerchi, quello è sfumato, svanito, evaporato quando a quattordici anni il ragazzo che amavi follemente ti ha urlato contro di lasciarlo stare, che eri solo una ragazzina viziata e sballata, quando per ripicca ti sei chiusa nel bagno con Danilo del quinto anno. Tutto è finito nel cesso sudicio della scuola, tra puzza di piscio e fumo: speranze, sogni romantici e la parola amore, una tirata di sciacquone e via.
Ma il sesso no, quello non lo hai lasciato più andare, lo usi come arma, come trastullo e come sfida, ma più di tutti è una droga, di cui non riesci e non vuoi più a fare a meno.
L’adrenalina del primo incontro, quel rincorrersi di sguardi, il sangue che corre nelle vene è quel che più ti spinge a farlo, l’essere adorata e mangiata con gli occhi, poi il non pensare più a niente lasciarsi andare e ascoltare solo il rombare delle sensazioni sulla tua pelle.
La notte, la tua vita, la tua effimera felicità, poi il mattino e ti svegli in un letto sconosciuto, niente palpitare, solo odori sgradevoli e imbarazzo. Quei ragazzi dai corpi perfetti al mattino ti sembrano così noiosi e non vedi l’ora di fuggire via. Ora corri a casa a farti una doccia poi aprirai la caccia alla tua prossima preda, fantastichi già su come dovrebbe essere.
Una donna, vecchia e brutta, volto arcigno, interrompe i tuoi pensieri squadrandoti da capo a piedi. Vorresti sputarle in faccia, ma ti accontenti di leccarti il labbro con aria lasciva, strizzandole l’occhio, mentre mimi una lap dance sul palo della locomotiva. Quella abbassa lo sguardo, tu sogghigni soddisfatta vedendo che è arrossita. È da quelle come lei che rifuggi, hai il terrore di diventare così un giorno: brutta, sola e non desiderata, è per quelle come lei che pensi che in fondo la tua vita non faccia poi così schifo, anzi è una vera figata. Quella del tizio lì sulla panchina, che russa sonoramente, ubriaco e gocciolante di piscio e vino scadente, quella sì che è una vita di merda.
 Sorridi ammiccando ad un tizio belloccio, elegante, abito costoso e auricolare nell’orecchio. Pensi che cercherai di sederti vicino a lui, chissà che tu non abbia trovato compagnia per questa sera. Mentre sali tiri giù il bordo del vestito, accentuando la scollatura, e già il cuore ricomincia a pompare, l’adrenalina del cacciatore ti formicola nello stomaco, mentre un sorriso compiaciuto e sfacciato illumina tuo bel volto.

GOLA
Senti i rumore del tuo stesso russare che ti riporta nel dormiveglia, la notte all’addiaccio ti ha intirizzito tutte le membra. Hai sete, ma il vino è finito e di certo nessuno avrà lasciato spiccioli nel cappello, che, ora che ci pensi, neanche hai posizionato, troppo ubriaco per fare qualsiasi cosa se non crollare sulla panchina e sognare.
Un ghigno storto compare sul tuo volto barbuto, mostrando ai passanti distratti i denti marci o mancanti.
Hai sognato polpette al sugo, spaghetti e pollo alla brace, gnocchi di patate e ravioli al ragù e una bella bistecca grondante e succulenta.
“Mmmm” senti mugolare la tua bocca, mentre il tuo stomaco gorgoglia. E pensare che un tempo ne mangiavi a quintali di roba succosa e ben cucinata: eri un ciccione, un ben pensante, con lo stipendio fisso e la passione per la buona tavola, avevi una moglie e due marmocchi rumorosi. Ma tutto ti annoiava, solo il sapore intenso del buon cibo leniva il tuo malessere inconfessabile. Facevi fuori di nascosto vasi interi di funghetti sott’olio, chili di cornetti con sopra panna spray e vagonate di fettuccine al tartufo o lasagne al forno, teglie di melanzane alla parmigiana. Il cibo era divenuto il tuo ultimo pensiero prima di dormire, aveva popolato i tuoi sogni e le tue giornate, inchiodato ad una scrivania.
Poi hai cominciato ad ingrassare, ingrassare, non hai avuto più la forza di andare al lavoro, hai iniziato ad assentarti sempre con maggior frequenza. Tua moglie se n’è andata con i figli a seguito: non voleva stare con un uomo che andava al letto con le cotolette panate invece che con lei, ti ha detto. Così hai perso la tua famiglia e poi anche l’impiego.
Ironia della sorte alla fine ti è stato sottratto ciò per cui vivevi: il cibo. Senza più lavoro, niente soldi per sfamare il tuo enorme corpo, hai dovuto reprimere i tuoi appetiti. Ma ora non è il buon cibo che più ti manca. Sono loro, i tuoi figli, ormai saranno grandi, speri si siano sistemati, speri che a loro sia andata meglio.
E tua moglie, lei sì ci ha saputo fare, si è risposata con un avvocato. L’hai vista ingioiellata davanti ad una vetrina, hai tirato su il berretto, svuotandolo degli spiccioli, calcandolo in testa il più possibile, sperando che non ti vedesse. Ma lei ha tirato dritto, gettando delle monetine sopra al mucchietto formatosi in terra, con un sorriso compiaciuto. Era al braccio di un bell’uomo brizzolato, dallo sguardo sicuro e pieno di sé, non ti ha riconosciuto. D’altronde cinquanta chili in meno, barba folta ed abiti stracciati cambiano molto una persona, ma chissà perché ci sei rimasto così male.
Ti alzi a sedere, ormai sveglio, vedi la gente che si affolla davanti alle porte del treno, c’è chi ti guarda male, chi ti lancia uno sguardo impietosito, ma per lo più t’ignorano e a te va bene così. Hai fame, ma un pezzo di pane andrà benissimo, o almeno speri di racimolare qualcosa per un cicchetto.
Ti gira la testa, ti aggrappi a qualcosa, qualcuno, poi improvviso senti un pugno nello stomaco e una voce lontana riecheggiare:
“Brutto schifoso, non mi toccare!”. Mentre cadi a terra continuano ad arrivare colpi.
IRA
“Levati di dosso lurido parassita!” urli quando ti poggia le sue lerce mani sulla spalla. È un vecchio barbone, senti il puzzo di urina e alcol e una vampata di calore ti sale dal petto, irrorando il volto e facendo gonfiare le vene sulle tempie rasate. Il cuore pompa forte e senti l’adrenalina crescere, mentre sogni già di vederlo implorare la tua pietà.
“Devi morire, cane, verme schifoso, nullità, pidocchioso vecchio bavoso!” le parole escono dalla tua bocca come un fiume in piena, ringhiate dal petto muscoloso, mentre gli occhi saettano alla ricerca di un’arma.
“Che c’è qui Cobra?” ti chiede il tuo amico, sembra il tuo gemello: stessi capelli rasati, stessa maglia aderente, stessa camminata da gorilla alfa: petto in fuori e culo a papera. Ghigno ottuso stampato su quel viso da babbuino. Anche lui s’infiamma subito, si può sentire la vostra eccitazione malata, mentre tira fuori dal nulla il coltello.
Tu scagli il primo pugno, ma la rabbia non si è sopita, anzi cresce quando vedi che crolla troppo presto a terra, togliendoti il gusto. Raccogli la bottiglia vuota del barbone, nessuno bada a voi mentre il treno sta per far salire i passeggeri e quelli che son scesi se ne corrono alle loro destinazioni, frenetici e rinchiusi nei loro gusci.
Gli sferri un calcio nello stomaco e ti prepari ad alzare la bottiglia, mentre il tuo amico fa scattare il serramanico.
Poi un: “Ehi voi!”. Alzi lo sguardo, furibondo, pesterai anche questa interruzione, ma poi vedi che è un poliziotto. Scatti di corsa, un attimo prima che le porte si richiudano. Ridi fragorosamente alzando il dito medio al tuo amico, che viene bloccato e portato via. “E tu che hai da guardare!” urli in faccia ad un tipo appiccicato a te nella metro. Questo non risponde stringendosi il bavero del cappotto fuori moda, quasi avesse paura che lo derubassi, non sei mica un ladro tu, sei una persona per bene.

AVARIZIA
Ti stingi nel cappotto, a proteggere la tua persona, a proteggere l’orologio antico, che tieni nel taschino, a proteggerti dal mondo che sembra impazzito.
Ti allontani sdegnato, ma in realtà soddisfatto per la lezione che quel ragazzotto ha dato a quel parassita della società.
Poco prima hai superato tre mendicanti nel corridoio della metro, inutili esseri che vivono elemosinando quel che non è loro, che rubano a chi suda faticando il proprio salario. Come te, ragionier Franzetti, che lavi in terra con la sciacquatura dei piatti, che riutilizzi i fondi di caffè fino a berti acqua calda. I soldi non crescono mica sugli alberi, bisogna risparmiare per tempi peggiori. Lo dicevi tu a tua madre, che continuava a chiederti aiuto per acquistare costose medicine, prima di morire, lo dicevi a quella sanguisuga di Luisa, che voleva sposarti e rubarti lo stipendio accasandosi da te e spendendo in insulsi abiti tutti i tuoi risparmi. Ora vivi solo, trenta metri quadri di appartamento, lindo e pulito e vuoto come le mie tasche. Le tue invece, di tasche, sono colme e scintillanti di denaro, e te la ridi alle spalle di chi spesso ti ha detto “le bare non hanno tasche”. Invidiosi, scialacquatori, spreconi, il mondo ne è pieno, per questo il mondo sta andando a rotoli, pensi.

……………
Il treno è ormai in viaggio, io vi guardo, infime creature, perse nei vostri insulsi pensieri. Oggi mi son voluta divertire, nell’agenda avevo solo quel misero barbone, con i suoi peccati di gola sulle spalle, ma ha già pagato per quelli, nella sua stessa vita mortale. La sua ora verrà comunque, presto, molto presto. L’ho scambiato con voi, caricature dei difetti umani, marionette prigioniere dei vostri stessi limiti, dei vostri ridicoli incubi. Mi sono divertita un po’ a riunirvi qui, ma ora è giunto il momento: chiusura delle danze.
Uno schianto, un sasso sui binari, una cosa da nulla, ma la prima carrozza viene sbalzata via, si fracassa contro lo stretto tunnel buio, mentre le lamiere si accartocciano imprigionandovi, confondendo, mischiando i vostri corpi in una massa sanguinolenta. Peccato duri così poco, chissà che ridere a sentire i tuoi pensieri vecchia  zitella, con le cosce della ragazza dritte sulla tua bocca, e tu, incravattato, abbracciato al rasta, stretti a mischiare profumo e puzza di sudore. L’ orologio d’oro è uscito dal tuo taschino fracassandosi, chissà se te ne sei accorto ragioniere. Infine tu, gorilla, hai esaurito la rabbia, evaporata tra le lamiere, sostituita da un attimo di intensa paura mista a vergogna: se il tuo amico t’avesse visto pisciarti sotto ti avrebbe dato della checca e t’avrebbe fracassato di botte.
Solo tu, ragazza mai soddisfatta, hai concluso in bellezza il tuo viaggio: nell’atto finale il maschione profumato è ruzzolato sopra di te, in un macabro ultimo contatto intimo. Quasi sorridi pensandoci, ma il sorriso si raggela nel tuo volto quando ti rendi conto che io, la signora in nero, l’unica da cui non si fugge, vi sto portando tutti via con me.
Fine dei giochi, fine della corsa, la mia attenzione è richiesta altrove, in un ingorgo stradale, tra le strade vischiose di pioggia, tra le corsie di un ospedale, tra i vicoli della guerriglia urbana. Non riposo mai io, ma a volte me la rido, come oggi, e mi tolgo uno sfizio.
Attento, tu che leggi, ho giusto due minuti liberi….

sabato 11 ottobre 2014

l'uomo nell'ombra







 
section 1
kiccar77
Tutto è pronto,pianificato, ripassato nella mente centinaia di volte. Cammini lesto e silenzioso come un felino, scavalcando la siepe, respiro regolare, battito tranquillo, per ora.
Le tende scure svolazzano placidamente nella notte estiva, tu ti avvicini e la fissi mentre dorme inconsapevole. Senti il tuo cuore accelerare, finalmente, un lieve velo di sudore imperla la tua fronte accaldata. Puoi già assaporare il gusto ferroso del sangue, lo senti nella bocca, nella gola e nelle narici. Ti senti vivo, ruggente, palpitante.
Sei vicino ora, tanto vicino da percepire il calore e l'inebriante odore del suo corpo assopito, bianco ed invitante. Attende solo te.
Non puoi più aspettare, alzi la lama, che scintilla alla luce della luna, piena e splendente, poi l’abbassi fulmineo e silente.
Qualcosa non va come dovrebbe, lei apre gli occhi, li sbarra. Non vuoi guardarla, rovinerà tutto, non vuoi vedere occhi accusatori, ma solo palpebre chiuse, misteriose e delicate​.
 
section 2
gancjO 1 
Scosti di lato, quel tanto che basta a far penetrare la lama tra le coperte e il materasso, in modo automatico, facendoti rapire da quegli occhi sbarrati che esprimono paura. Rimani così, con il coltello affilato nella mano destra, l'odore della paura che ti stuzzica le narici, un profumo che ti inebria ed esalta. Lei ti guarda, memorizza ogni tuo tratto del viso, imprime in modo indelebile la tua personalità nella testa. Poi un gorgoglio soffocato esce dalla sua bocca, come il vagito di un neonato.
Uccidere ad occhi chiusi, è sempre stato questo il tuo metodo, senza intoppi né problemi; un colpo netto al cuore e la vita che se ne va, senza un grido, senza dolore. Estrai la lama e ti sposti di lato, alla ricerca di quelle tenebre che ami, che ti appartengono e proteggono. Il suo nome è Sara, lo sai bene, chi ti ha chiesto di ucciderla ti ha fornito connotati ed indirizzo. Un lavoro pulito, come al solito, senza problemi, una pila di soldi che ti arriva in tasca guadagnati in pochi minuti. Il suono si trasforma in un grido soffocato, quasi una supplica, mentre ti osserva con quegli occhi che sembrano due fari pronti ad illuminarti. Senti di non potercela fare: non hai mai ucciso nessuno da sveglio, è una cosa che ti spaventa. Pensi di tramortirla, e poi di infierire su di lei, anche se sai che non sarebbe la stessa cosa. Colpirla vorrebbe dire usare violenza e tu non sei capace. Tu uccidi solo nel sonno, sei come la Signora con la falce che vola sui deboli e dormienti, strappandogli la vita. Però lei ti ha visto, sa chi sei, lasciarla in vita vorrebbe dire finire in prigione, significherebbe mettere a nudo la tua vita, scoprire la sequenza di delitti perpetrati. Alzi la lama, la guardi e poi la lasci cadere, con un rumore metallico, sul pavimento della stanza. Sei nel buio, nell'angolo della stanza e continui ad osservarla. Capisci che non potresti mai farle del male, non così. -Ti prego, addormentati...- le sussurri, con la voce roca.
 
section 3
kiccar77
Lei ti fissa ancora un attimo,gli occhi che celano una muta domanda. Poi si siede di scatto e ti afferra per le spalle. Il suo volto è rabbioso, nessuna traccia della delicatezza del suo corpo inerme, addormentato, i muscoli sono tesi, l'espressione del viso tirata deturpa la sua bellezza.
Tutta la tua sicurezza evapora, getti uno sguardo fugace all'arma che giace sul pavimento.
Lei ti scrolla forte:
"Perché? perché non mi hai ucciso? maledetto bugiardo, tu devi farlo, ora, subito, l'hai promesso!"
Singhiozza convulsamente, mentre le sue mani artigliano forte le tue spalle conficcandoti le unghie fino a ferirti. Ma non ti muovi, il fiato corto, il cuore che palpita, non l'hai mai provato, se non prima di uccidere, ed ora sei totalmente sconvolto dalla reazione del tuo corpo traditore alle lacrime di Sara.
Lei infine si accascia, piangendo tra le lenzuola candide, rimani lì immobile a fissarla mentre il tuo mondo va in pezzi. Una voce nella tua testa grida :
"Fuggi! subito!" ma esiti ancora un attimo, la tua mano si allunga a voler placare i singhiozzi della donna, ma poi si ritira tremante, ricadendo sul fianco.
Ti volti e silenzioso, raccogli il coltello e torni sui tuoi passi, mentre qualcosa si è incrinato irreparabilmente dentro il tuo animo malato.
 
section 4
gancjo
Ti costa ammetterlo, ma hai fallito. Raggiungi la porta d'ingresso e aspiri l' aria fresca della notte. In te il malessere inizia a farsi strada e lo senti, come un macigno sullo stomaco, quando realizzi che per la prima volta hai fallito. La busta con i soldi ancora sul mobile dell'ingresso; doveva essere tutto semplice, lei si addormentava grazie ai sonniferi, tu intervenivi e la uccidevi. E invece... la mente ha un flshback, ripensi alla camera, al comodino vuoto, solo sormontato da una piccola lampada. Nessuna traccia di sonniferi. Poi scrolli le spalle: forse li ha presi in bagno. Ma la reazione avuta da lei, la lucidità che non appartiene a chi dovrebbe invece essere intontito, ti fa pensare, crea dubbi e voglia di saperne di più. La mano ancora sulla maniglia, l'uscio aperto, in casa silenzio. Rientri, con in mano quella lama che ha fallito il compito assegnato, e risali al piano di sopra. Luci soffuse, il ritmo lento e costante di una pendola, la moquette che scricchiola leggermente sotto le suole mentre affronti gli scalini. Lei è ancora in camera, lo speri. Più ti avvicini e più ti rendi conto che c'è qualcosa di sbagliato. Spalanchi la porta e lei non c'è, il letto vuoto. Ti dirigi in bagno, frughi nell'armadietto in cerca di quei sonniferi che sei quasi certo non troverai. "Sara!" urli rabbioso, mentre inizi a capire che si è trattato di una trappola, anche se non capisci ancora lo scopo. Silenzio, come se la casa fosse disabitata, ma sai che lei è da qualche parte. La rabbia ti fa stringere il coltello, scatta la voglia di torturarla, farla confessare. Sul letto un oggetto che conferma la tua ipotesi: un giubbetto antiproiettile, probabilmente indossato da lei per protezione.
Ti senti un maledetto idiota, finito in un gioco strano e perverso. Chi è costei che gioca con te? Cosa vuole veramente? Tutte risposte che hai bisogno di soddisfare, prima che la notte finisca e le luci del mattino ti restituiscano alla tua falsa vita.
Procedi lentamente, sentendoti un perfetto idiota, tu che hai messo in dubbio tutta la tua esistenza per un paio di occhi che ti scrutavano nella notte, avresti dovuto ucciderla, anzi non avresti dovuto proprio accettare l'incarico. 
Eppure sei sempre così cauto: studi tutta la vita dei tuoi clienti, sai le loro abitudini, le loro amicizie, le loro più recondite paure, persino i loro gusti culinari e le allergie. E anche stavolta hai fatto scrupolose ricerche: Sara Starmari, trentadue anni, grafica pubblicitaria, single, sola a dirla tutta, troppo sola, questo avrebbe dovuto insospettirti, ma hai attribuito tutto alla malattia, ormai allo stadio terminale. Avevi anche visionato le cartelle cliniche, tre mesi di vita al massimo, tutto quadrava, una delle motivazioni classiche della richiesta dei tuoi servigi: farsi uccidere prima che la malattia ti renda un'ameba sbavante massacrata dal dolore. 
Eppure ti ha fregato, lei non è chi voleva farti credere, ti rimane solo di sapere perché, poi la farai fuori, occhi aperti o no, anzi, gioirai nel vederla soffrire, nel sentirla scongiurare di risparmiarla.
L'adrenalina sale di nuovo, sei pronto ad agire, scatti verso il bagno, verso la falce di luce che indica che lei è lì. Il cuore torna a rombare, mentre stringi forte l'arma, sogghigni pensando a quanto male le farai, la serata sarà più proficua di quel che pensavi dopo tutto.
Raggiungi la luce e agisci veloce,ma di nuovo qualcosa non va.
Le luci si accendono all'improvviso accecandoti, porti il braccio al volto a proteggerti, una voce ti intima:
"Non muovere un muscolo, bastardo!"
Taci, il cervello in panne si rifiuta di collaborare.
"Getta l'arma" dice un'altra voce, stavolta dietro di te. Apri piano gli occhi, la prima cosa che vedi è la sua camicia da notte, poi di lato il pantalone della divisa. Sì, ti ha fregato, ti ha fregato alla grande, ma perché?"
Ti lasci ammanettare, non sei un lottatore tu, nonnostante quello che fai: tocchi solo persone inermi, rubi la vita nel silenzio delle notti, nell'imobilità del sonno.
Ti trascinano brutalmente, leggendoti i diritti, poi la sua voce li blocca:
"Aspettate!" dice. Ti si avvicina, i suoi occhi sono pozzi ribollenti di rabbia
"Vigliacco, essere ignobile, marcirai in prigione per il resto della vita e dovrai pensare a questo nome in quei lunghissimi giorni: Veronica. Era splendida, ingenua, debole creatura, mia sorella, tu hai approfittato della sua debolezza, della sua disperazione, hai preso i suoi soldi e ti sei preso la sua vita. Era depressa, cazzo, solo depressa e tu ce l'hai portata via!" piange e sbraita spruzzandoti il volto si saliva. Alzi le spalle disinteressato, per te è sempre stato un mistero questo attaccamento tra parenti. Invidi la donna che avrà vissuto di vendetta per lungo tempo, ma tu non ricordi né t'interessa questa Veronica, hai cose più importanti a cui pensare: come placare la tua di sete ora, nel luogo dove stai per andare.
Le lanci un sorriso storto e le fai l'occhiolino, mentre lei non regge l'affronto e sviene.