venerdì 4 settembre 2015

risveglio...

Come avevo detto: riprendo con la scrittura.
Un racconto particolare su wattpad, che uscirà in due versioni completamente diverse.
Se vi piace andatelo a votare ;-)

https://www.wattpad.com/164369933-risveglio-parte-1-senza-titolo/page/4



Stesa sul nudo acciaio, tremo, ma non di freddo. Dalla grossa lampada intrisa di cacche di mosche e sangue d’insetti spiaccicati, vedo il mio corpo nudo, fragile, con gambe e braccia divaricate e fissate con delle cinghie. La mia femminilità mortificata, infangata dalla brutalità e dal dolore. Nessun pudore, sono un pezzo di carne steso lì sul bancone, pronto ad essere violato.Una musica allegra di sottofondo stride in modo quasi ridicolo con il mio stato d’animo.In bocca l’amaro del terrore, nella testa la confusione delle droghe che iniziano a fare effetto.Gli occhi si rifiutano di stare fissi e m’innervosisco. Vorrei continuare a guardare il mio riflesso sul metallo della lampada, ma sento scivolare lateralmente la pupilla, inesorabile movimento oscillatorio che mi fa impazzire. La stanza illuminata a neon balla insieme ai miei occhi ingovernabili. Attrezzi da meccanico si alternano a quelli da chirurgo. Sudiciume e pulizia ad aree, compartimenti ben organizzati dalla mente feroce e razionale, che è padrona di quel che resta di me.La musica continua e lo sento canticchiare.Il mio carnefice, il volto coperto tranne gli occhi, occhi gelidi, chiari, che sembrano trapassarmi senza guardarmi veramente. Questo mi ferisce più di ogni cosa:Per lui non sono nessuno. Solo un numero nel suo lungo elenco di vittime, solo un mezzo, non il fine.Canticchia e fischietta mentre prepara gli strumenti e controlla la flebo che ticchetta veloce, troppo veloce. Sento una sensazione di freddo al braccio dove il liquido penetra inesorabile. TIC, TIC, TIC, cerco di fissare le gocce che cadono, ma di nuovo la pupilla scivola di lato. Si ferma sul piattino di strumenti ben allineati, che sembrano fissarmi minacciosi.  Il bancone lucido stride con gli scaffali zeppi di martelli, chiodi e tavole grezze per il fai da te. Poi si rialza di scatto tornando alla lampada. Fisso il mio corpo, il pube rasato mi fa sentire ancora più nuda, sento le lacrime scivolare dai miei occhi impazziti.  Vedo le cicatrici vecchie, rimarginate, accanto a quelle più nuove, ancora gonfie, rosse di disinfettante. È troppo tempo che sono qui. Reprimo il disgusto e cerco di continuare a fissarmi. Tanto per confermare che sono reale. Che non sto sognando. Provo a muovere i piedi legati, vedo le mie dita flettersi, ma la sensazione riportata al mio cervello è solo di un cupo formicolio indistinto. Ho freddo, voglio andare a casa. Come sembra lontana la mia vita, la mia vita di prima. Lo studio, le uscite con le amiche di sempre e poi lui, la mia certezza e la mia felicità. Altre lacrime scivolano solleticandomi il collo, ma naturalmente non posso togliere afferrandole con le dita. Cerco di spostare la testa per schiacciare quelle depositate sulla spalla.«Non ti muovere» la voce atona, sbrigativa, mentre continua a sistemare gli attrezzi. Le mani coperte da sottili guanti di lattice.Non riesco a guardargli il volto, nemmeno quella sottile striscia che si vede dalla fronte all’attaccatura del naso. Il mio essere nuda e legata, in balia di ogni sua volontà, m’impedisce di sorreggere lo sguardo di chi ha in mano la mia vita.La musica termina e l’allegra voce dello speaker è ancor più inappropriata:«Buongiorno! Buon lunedì a tutti, qui è il vostro Mj che vi saluta e vi augura un buon inizio settimana! Lo so che è dura ragazzi, ma diamoci la carica con il prossimo brano prima di leggere le dediche di oggi»“Lunedì…” il pensiero parte a cercare di calcolare il tempo, ma sono troppo confusa, la mente non collabora. Mi arrabbio ancora. “Sta zitto, sta zitto, sta zitto” riesco solo a pensare, mentre un senso di nausea e soffocamento s’impadronisce del mio corpo.Vedo a malapena arrivare la mano al mio braccio. I miei occhi fissano quelle mani guantate, quante volte le ho viste su di me. Il ricordo riporta alla mente le mani, quelle vere, quelle che stanno sotto quella guaina: mani perfette e delicate, di una persona colta, di una persona che non le usa per guadagnarsi il pane. Quante volte ho fantasticato sulla sua vita là fuori, mentre usciva lasciandomi qui sotto a marcire al buio, in compagnia di scarafaggi e qualche topo. In quei minuti eterni, in quelle ore in cui la realtà sembrava così distante sentivo persino la sua mancanza: pregavo che tornasse prima che la solitudine mi strappasse gli ultimi lembi di sanità mentale. Una puntura diretta nel tubicino della flebo. Ancora ghiaccio nelle vene, poi un improvviso calore. Un torpore mi cattura, vorrei addirittura sorridere. Forse dopotutto non sentirò nulla. Succeda quel che succeda, è l’unica cosa che m’interessa ora.«Ciao, buon riposo»Lo sento, o lo immagino dire. E chissà come mi dispiace che la voce non esca per poter rispondere. Sembra una voce dolce ora, la sua, intrisa di passione, nel fervore di quel che sta per fare su di me, con me, a me.Le palpebre si fanno pesanti, vedo la stanza attraverso una stretta fessura: ancora neon, ancora attrezzi, e la porta di metallo dipinto di verde scuro. Conosco ogni crepa di quella vernice, ogni grumo coagulato, creato da una pennellata troppo insistente. Quella porta perennemente scura, che mi mostra solo di rado una fila di gradini di legno scuro, nient’altro. Ora ho sonno, troppo sonno e sono stranamente serena. Sia quel che sia, mi abbandono all’oblio, spero per l’ultima volta.……………………………………Un attimo dopo, un secolo dopo, mi rendo conto di essere sveglia. Non sento dolore, solo un forte senso di oppressione alla gola. Percepisco una disgustosa sensazione mentre mi sfila qualcosa dalla trachea. Improvvisamente l’aria mi manca. Si sentono sonori rantoli, i miei, mentre cerco d’ingoiare aria.
Inutile, sto soffocando.Percepisco la sua presenza. Lo sento trafficare tra gli scaffali.Attimi lunghissimi in cui annaspo, lì immobile mentre l’aria rifiuta di dissetare la mia richiesta di vita.Finalmente mi mette qualcosa sul naso e la bocca. Istantaneo sollievo. Respiro, tossisco, ma sono viva. Tracanno avidamente aria dalla mascherina riprendendo, ancora una volta, quella vita da cui non riesco a staccarmi.Sento delle voci, non solo la sua, ma molte voci che mi chiamano, sono vicine, sono proprio sopra di me e l’unica cosa che penso è:«Perché non mi lasciano dormire in pace?»«Anna? Anna!» inizia a chiamarmi sovrastando le altre voci eteree.“Voglio dormire, uccidimi, uccidimi per favore” penso stremata. Vorrei chiederglielo, supplicarlo, magari mi ascolterà. Ma scopro che non riesco proprio ad aprire gli occhi, sono incollati, restano lì, pesanti come macigni.«Non si sveglia» la sua voce, per la prima volta concitata. Percepisco una nota di preoccupazione.Poi inizia: un intenso prurito al mio sopracciglio destro. Alzo la mano per grattarmi, no, credo di alzarla, ma non ottengo nessun risultato: non si muove e non è per i lacci. La frustrazione mi afferra e cerco di dimenarmi. Nulla.«Anna!!!» la voce grida e sento un ceffone, poi un altro. Ma non fa male, solo un lieve formicolio.“Ho sonno” penso, volendogli gridare di smetterla, di lasciarmi morire.Poi una frase, la consapevolezza del rischio, qualcosa di arcaico che mi trattiene alla vita, ad ogni costo«Non ce la fa, non si sveglia!»Qualcosa scatta nella mia mente, sento il panico nella sua voce. Assurdità di una situazione senza via di scampo. Ma ormai mi è familiare: lui mi vuole far male, assaporare il mio sangue, ma in un certo senso mi ama, non vuole rinunciare a me, non ancora.
L’istinto di sopravvivenza decide per me di dare un segnale: sono viva, lo sento, sono proprio lì, solo che non posso muovermi, e quell’assurdo prurito mi tormenta. Forse quello più di tutti mi spinge a comunicargli che non ho mollato, non ancora.Trasmetto tutta la forza della rabbia alle gambe e provo a muovere, piano, piano sento sollevare un piede, batte, poi l’altro, batte.«Anna!» ancora schiaffi.Gli occhi aprono una fessura, ma è difficilissimo tenerla aperta.«Ecco, si sveglia!» Ancora quel tono pieno di emozioni. «Brava, bene» dice a me, quasi con affetto.Non vedo più lui, l’assassino, il brutale animale con gli occhi di ghiaccio. Vedo l’altro lui, l’ingegnere, l’avvocato, forse medico, la persona normale che è al di fuori di questa stanza. Mi accarezza la guancia, poi si allontana un attimo.Piano, a rallentatore, alzo la spalla per grattare quel maledetto prurito. Ecco, ci sono quasi, mancano pochi centimetri.«Ferma, non muoverti!» Di nuovo il ringhio rabbioso, la sua voce di sempre.Mi rimette giù la mano e provo odio per lui e per la sua ingannevole gentilezza di poco prima. Chiudo ancora gli occhi. Vorrei dormire e dimenticare tutto, vorrei morire finalmente.«Come ti chiami?» mi spiazza.Penso che ormai il suo cervello deve essere andato in pappa.«Mi dici come ti chiami?» Insiste la voce, si sta arrabbiando e non è un bene.Riapro gli occhi a fatica lo guardo, con lo sguardo più truce che ho, che spero di avere:«A-a…A....» esce una voce roca e stonata dalla mia bocca, e ne ho orrore. Cosa mi ha fatto stavolta?«Bene, può bastare» poi si volta e scrive sul suo taccuino, sorride, sembra sereno. Ha ottenuto quel che voleva, anche stavolta.
È tutto finito, almeno per ora, tra poco sarò sola nella mia cella. Tra poco tornerò alla vita e dovrò essere coraggiosa, perché gli attimi non passeranno mai, perché potrò solo sperare che arrivi la prossima volta e che sia l’ultima.Lo vedo drizzare le spalle prima ancora di percepire il suono. Non lo si sente quasi mai quaggiù: sembra il campanello.Mi fissa e quasi provo pena per lo sguardo terrorizzato che vedo spuntare dalla mascherina chirurgica.Si strappa via camice e cuffia.
Afferra un rotolo di garza e me lo passa frenetico intorno al capo avvolgendomi la bocca, stretta. Ma tanto è inutile, non riuscirei mai ad urlare, non ora.Ora non vedo l’ora che si allontani per poter dormire. Non mi importa del campanello, non m’interessa illudermi, non più. Voglio solo dormire.Ripenso alle prime volte, quando a quel suono si accendeva la mia speranza, quando provavo ad urlare a squarciagola, la prima volta avevo afferrato il secchio per i bisogni scagliandolo ripetutamente sulla porta della minuscola cella. Era prima che decidesse di incatenarmi, prima che iniziasse a torturarmi, prima che fossi costretta ad un letto. Ripenso a quei tempi come un secolo fa. La mia sciocca speranza continuava a ripetermi: “la polizia verrà, lo scopriranno, lo arresteranno, non può farla franca”. Povera illusa, lui è troppo furbo, troppo cauto, troppo dannatamente in gamba per tutti loro là fuori.Poi c’era stata l’altra fase, quella in cui l’altra ancor più sciocca parte della mia mente, si era messa in testa di credere alle sue carezze, di credere che se l’avessi assecondato mi avrebbe scelta, l’avrei potuto redimere e saremmo potuti essere felici. Sento le gote riscaldarsi a quell’infantile pensiero. Il mostro affascinante e l’ingenua sfregiata, saremmo stati davvero una bella coppia, bella davvero!Esce, senza fretta, sento i suoi passi rimbombare per le scale. Poi silenzio. Sorrido, ma il mio sorriso muore in una smorfia di dolore. Un dolore sordo e soffocante, che m’impedisce di deglutire. È al collo, proprio alla base. Mi domando quale altra parte di me si sia portato via stavolta.……………..Oblio senza sogni, sembra di aver dormito secoli, galleggio in un mare nero, sudo ma ho freddo.Qualcosa mi ha svegliato. Rumori. Sopra la mia testa, mobili che si spostano. Grida. D’improvviso sono perfettamente sveglia, il mio cervello galoppa: ha trovato un’altra vittima? Un’altra sprovveduta come me?Un’altra povera cretina che chiede di poter telefonare perché il cellulare non ha campo ed è rimasta senza benzina? Una povera illusa, sicura di sé solo per il fatto di trovarsi in una zona residenziale, di quelle lussuose e non nel bosco del lupo cattivo. E invece il lupo cattivo l’attendeva nella sua casa dorata, con quei quadri lussuosi e tutto quel bianco candido di pareti e divani in pelle.Sento una strana sensazione di giubilo, sono felice che qualcun'altra ci sia cascata, non vedo l’ora di urlarle contro: “brutta scema! Ti sei fatta fregare, ben ti sta!” Ma a questa sensazione un’altra si aggiunge, uno strano rimescolio delle budella: non voglio qualcun altro qui con me. E se lui si stancasse e preferisse lei? Questo pensiero mi agghiaccia più di ogni altro.Il rumore si fa più intenso, forse la porterà qui sotto. Forse invece toccherà a lei e io sarò libera, libera di dormire, per sempre senza più paura, senza più dolore.La porta si spalanca con un colpo secco. È un uomo. Resta immobile, bocca aperta e pistola spianata.«Non ci credo» dice facendosi da parte, mentre un suo collega si fa strada passandogli accanto. Viene da me, cerca di sorridere, ma il volto cinereo mostra tutto l’orrore di fronte al mio essere. Stupidamente mi vergogno. Della mia nudità, del mio dolore, del mio corpo martoriato, dell’odore che esso esala. Vorrei che se ne andassero, sparissero e mi lasciassero morire. Piango e la mia voce è roca, maschile, stonata. Piango e mi chiedo che fine abbia fatto lui. Provo la sensazione di lacerazione e distacco. Vorrei che tornasse da me, vorrei rivedere i suoi occhi di ghiaccio. Devo essere pazza, pazza come lui.
Sento che liberano i miei arti intorpiditi, mi avvolgono in un lenzuolo, ma mi lasciano lì.«Un’ambulanza, subito» riesce a riprendersi il primo, parlando alla radio.L’altro mi toglie le bende dalla bocca, mi prende la mano e sorride, questa volta di un sorriso più sincero:«Ce la farai tesoro, ora ci siamo noi»Non rispondo, penso alla mia vita fuori, come potrò cavarmela ora? Come potrò riavere quel che mi è stato tolto? Alzo gli occhi alla lampada. Il mio corpo nascosto dal lenzuolo mi conforta. Una nuova cicatrice, gialla alla base del collo. Il volto completamente arancione di disinfettante mi fa sembrare un’aliena. Distolgo lo sguardo e incontro quello del mio salvatore, che continua ad accarezzarmi la mano, calmo, sorridente. Sorrido anch’io mentre l’ululato dei medici in arrivo segna la parola fine su questa mia storia. Non la fine che mi aspettavo, non quella che osavo sperare, non quella che avevo supplicato negli ultimi giorni.Una fine che ha legata a sé la parola inizio.