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lunedì 27 giugno 2016

Recensione 18 giorni






Titolo: 18 giorni


Autore: Sara Fiore

Formato: ebook 

· Lunghezza stampa: 72 pagine

Prezzo: o,99 ebook . 6,24 cartaceo



Sinossi:

Ci sono attimi in cui la vita rallenta. Ore di lunghe attese, piene di paura e speranza. Così sono trascorsi i primi diciotto giorni della vita di mia figlia. La sua vita è iniziata difficilmente, da un ospedale all’altro per poter sopravvivere a un problema congenito. Non è stato facile affrontare quei momenti tra l’emotività e gli imprevisti post parto, quando si tira fuori una forza che non si sa neanche di avere. In queste poche parole voglio raccontarle cosa è successo in quei giorni, felice che lei non ne ricorderà mai nemmeno uno.

RECENSIONE: 

Ho pianto dalla prima all’ultima riga, come solo una mamma può fare.

Un racconto delicato, semplice e forse per questo così toccante.

È la descrizione dei 18 giorni che seguono la nascita, 18 giorni che dovrebbero essere fatti di pacata dolcezza, di coccole e sogni per il futuro, che però per alcune coppie si trasformano in giorni di terrore e sgomento, quando tutte le certezze si sgretolano davanti alla consapevolezza che si concretizza: è capitato a noi, non agli ‘altri’. Questa riflessione porta sempre alla rabbia e alla frustrazione: di chi è la colpa? Cosa ho fatto di sbagliato? Queste le domande che assillano la mente traumatizzata.

Il dialogo in seconda persona con la bambina nata è dolcissimo e rende viva la narrazione.

Ho vissuto attimo per attimo questi 18 giorni, divorando in un’ora le pagine.

Mi ha regalato forti emozioni e l’autrice mi deve un pacchetto di fazzoletti ;-) davvero una bella lettura, emozionante e scorrevole. Bravissima Sara Fiore!



Consigliatissimo.




È un racconto che scatena forti emozioni, soprattutto empatia per questi genitori spiazzati dal dolore e per la bimba così piccola e già così forte, una vera guerriera.

Una lettura che consiglio a tutti, munendosi però di fazzoletti per catturare le lacrime che scorreranno a fiumi! 










venerdì 4 settembre 2015

risveglio...

Come avevo detto: riprendo con la scrittura.
Un racconto particolare su wattpad, che uscirà in due versioni completamente diverse.
Se vi piace andatelo a votare ;-)

https://www.wattpad.com/164369933-risveglio-parte-1-senza-titolo/page/4



Stesa sul nudo acciaio, tremo, ma non di freddo. Dalla grossa lampada intrisa di cacche di mosche e sangue d’insetti spiaccicati, vedo il mio corpo nudo, fragile, con gambe e braccia divaricate e fissate con delle cinghie. La mia femminilità mortificata, infangata dalla brutalità e dal dolore. Nessun pudore, sono un pezzo di carne steso lì sul bancone, pronto ad essere violato.Una musica allegra di sottofondo stride in modo quasi ridicolo con il mio stato d’animo.In bocca l’amaro del terrore, nella testa la confusione delle droghe che iniziano a fare effetto.Gli occhi si rifiutano di stare fissi e m’innervosisco. Vorrei continuare a guardare il mio riflesso sul metallo della lampada, ma sento scivolare lateralmente la pupilla, inesorabile movimento oscillatorio che mi fa impazzire. La stanza illuminata a neon balla insieme ai miei occhi ingovernabili. Attrezzi da meccanico si alternano a quelli da chirurgo. Sudiciume e pulizia ad aree, compartimenti ben organizzati dalla mente feroce e razionale, che è padrona di quel che resta di me.La musica continua e lo sento canticchiare.Il mio carnefice, il volto coperto tranne gli occhi, occhi gelidi, chiari, che sembrano trapassarmi senza guardarmi veramente. Questo mi ferisce più di ogni cosa:Per lui non sono nessuno. Solo un numero nel suo lungo elenco di vittime, solo un mezzo, non il fine.Canticchia e fischietta mentre prepara gli strumenti e controlla la flebo che ticchetta veloce, troppo veloce. Sento una sensazione di freddo al braccio dove il liquido penetra inesorabile. TIC, TIC, TIC, cerco di fissare le gocce che cadono, ma di nuovo la pupilla scivola di lato. Si ferma sul piattino di strumenti ben allineati, che sembrano fissarmi minacciosi.  Il bancone lucido stride con gli scaffali zeppi di martelli, chiodi e tavole grezze per il fai da te. Poi si rialza di scatto tornando alla lampada. Fisso il mio corpo, il pube rasato mi fa sentire ancora più nuda, sento le lacrime scivolare dai miei occhi impazziti.  Vedo le cicatrici vecchie, rimarginate, accanto a quelle più nuove, ancora gonfie, rosse di disinfettante. È troppo tempo che sono qui. Reprimo il disgusto e cerco di continuare a fissarmi. Tanto per confermare che sono reale. Che non sto sognando. Provo a muovere i piedi legati, vedo le mie dita flettersi, ma la sensazione riportata al mio cervello è solo di un cupo formicolio indistinto. Ho freddo, voglio andare a casa. Come sembra lontana la mia vita, la mia vita di prima. Lo studio, le uscite con le amiche di sempre e poi lui, la mia certezza e la mia felicità. Altre lacrime scivolano solleticandomi il collo, ma naturalmente non posso togliere afferrandole con le dita. Cerco di spostare la testa per schiacciare quelle depositate sulla spalla.«Non ti muovere» la voce atona, sbrigativa, mentre continua a sistemare gli attrezzi. Le mani coperte da sottili guanti di lattice.Non riesco a guardargli il volto, nemmeno quella sottile striscia che si vede dalla fronte all’attaccatura del naso. Il mio essere nuda e legata, in balia di ogni sua volontà, m’impedisce di sorreggere lo sguardo di chi ha in mano la mia vita.La musica termina e l’allegra voce dello speaker è ancor più inappropriata:«Buongiorno! Buon lunedì a tutti, qui è il vostro Mj che vi saluta e vi augura un buon inizio settimana! Lo so che è dura ragazzi, ma diamoci la carica con il prossimo brano prima di leggere le dediche di oggi»“Lunedì…” il pensiero parte a cercare di calcolare il tempo, ma sono troppo confusa, la mente non collabora. Mi arrabbio ancora. “Sta zitto, sta zitto, sta zitto” riesco solo a pensare, mentre un senso di nausea e soffocamento s’impadronisce del mio corpo.Vedo a malapena arrivare la mano al mio braccio. I miei occhi fissano quelle mani guantate, quante volte le ho viste su di me. Il ricordo riporta alla mente le mani, quelle vere, quelle che stanno sotto quella guaina: mani perfette e delicate, di una persona colta, di una persona che non le usa per guadagnarsi il pane. Quante volte ho fantasticato sulla sua vita là fuori, mentre usciva lasciandomi qui sotto a marcire al buio, in compagnia di scarafaggi e qualche topo. In quei minuti eterni, in quelle ore in cui la realtà sembrava così distante sentivo persino la sua mancanza: pregavo che tornasse prima che la solitudine mi strappasse gli ultimi lembi di sanità mentale. Una puntura diretta nel tubicino della flebo. Ancora ghiaccio nelle vene, poi un improvviso calore. Un torpore mi cattura, vorrei addirittura sorridere. Forse dopotutto non sentirò nulla. Succeda quel che succeda, è l’unica cosa che m’interessa ora.«Ciao, buon riposo»Lo sento, o lo immagino dire. E chissà come mi dispiace che la voce non esca per poter rispondere. Sembra una voce dolce ora, la sua, intrisa di passione, nel fervore di quel che sta per fare su di me, con me, a me.Le palpebre si fanno pesanti, vedo la stanza attraverso una stretta fessura: ancora neon, ancora attrezzi, e la porta di metallo dipinto di verde scuro. Conosco ogni crepa di quella vernice, ogni grumo coagulato, creato da una pennellata troppo insistente. Quella porta perennemente scura, che mi mostra solo di rado una fila di gradini di legno scuro, nient’altro. Ora ho sonno, troppo sonno e sono stranamente serena. Sia quel che sia, mi abbandono all’oblio, spero per l’ultima volta.……………………………………Un attimo dopo, un secolo dopo, mi rendo conto di essere sveglia. Non sento dolore, solo un forte senso di oppressione alla gola. Percepisco una disgustosa sensazione mentre mi sfila qualcosa dalla trachea. Improvvisamente l’aria mi manca. Si sentono sonori rantoli, i miei, mentre cerco d’ingoiare aria.
Inutile, sto soffocando.Percepisco la sua presenza. Lo sento trafficare tra gli scaffali.Attimi lunghissimi in cui annaspo, lì immobile mentre l’aria rifiuta di dissetare la mia richiesta di vita.Finalmente mi mette qualcosa sul naso e la bocca. Istantaneo sollievo. Respiro, tossisco, ma sono viva. Tracanno avidamente aria dalla mascherina riprendendo, ancora una volta, quella vita da cui non riesco a staccarmi.Sento delle voci, non solo la sua, ma molte voci che mi chiamano, sono vicine, sono proprio sopra di me e l’unica cosa che penso è:«Perché non mi lasciano dormire in pace?»«Anna? Anna!» inizia a chiamarmi sovrastando le altre voci eteree.“Voglio dormire, uccidimi, uccidimi per favore” penso stremata. Vorrei chiederglielo, supplicarlo, magari mi ascolterà. Ma scopro che non riesco proprio ad aprire gli occhi, sono incollati, restano lì, pesanti come macigni.«Non si sveglia» la sua voce, per la prima volta concitata. Percepisco una nota di preoccupazione.Poi inizia: un intenso prurito al mio sopracciglio destro. Alzo la mano per grattarmi, no, credo di alzarla, ma non ottengo nessun risultato: non si muove e non è per i lacci. La frustrazione mi afferra e cerco di dimenarmi. Nulla.«Anna!!!» la voce grida e sento un ceffone, poi un altro. Ma non fa male, solo un lieve formicolio.“Ho sonno” penso, volendogli gridare di smetterla, di lasciarmi morire.Poi una frase, la consapevolezza del rischio, qualcosa di arcaico che mi trattiene alla vita, ad ogni costo«Non ce la fa, non si sveglia!»Qualcosa scatta nella mia mente, sento il panico nella sua voce. Assurdità di una situazione senza via di scampo. Ma ormai mi è familiare: lui mi vuole far male, assaporare il mio sangue, ma in un certo senso mi ama, non vuole rinunciare a me, non ancora.
L’istinto di sopravvivenza decide per me di dare un segnale: sono viva, lo sento, sono proprio lì, solo che non posso muovermi, e quell’assurdo prurito mi tormenta. Forse quello più di tutti mi spinge a comunicargli che non ho mollato, non ancora.Trasmetto tutta la forza della rabbia alle gambe e provo a muovere, piano, piano sento sollevare un piede, batte, poi l’altro, batte.«Anna!» ancora schiaffi.Gli occhi aprono una fessura, ma è difficilissimo tenerla aperta.«Ecco, si sveglia!» Ancora quel tono pieno di emozioni. «Brava, bene» dice a me, quasi con affetto.Non vedo più lui, l’assassino, il brutale animale con gli occhi di ghiaccio. Vedo l’altro lui, l’ingegnere, l’avvocato, forse medico, la persona normale che è al di fuori di questa stanza. Mi accarezza la guancia, poi si allontana un attimo.Piano, a rallentatore, alzo la spalla per grattare quel maledetto prurito. Ecco, ci sono quasi, mancano pochi centimetri.«Ferma, non muoverti!» Di nuovo il ringhio rabbioso, la sua voce di sempre.Mi rimette giù la mano e provo odio per lui e per la sua ingannevole gentilezza di poco prima. Chiudo ancora gli occhi. Vorrei dormire e dimenticare tutto, vorrei morire finalmente.«Come ti chiami?» mi spiazza.Penso che ormai il suo cervello deve essere andato in pappa.«Mi dici come ti chiami?» Insiste la voce, si sta arrabbiando e non è un bene.Riapro gli occhi a fatica lo guardo, con lo sguardo più truce che ho, che spero di avere:«A-a…A....» esce una voce roca e stonata dalla mia bocca, e ne ho orrore. Cosa mi ha fatto stavolta?«Bene, può bastare» poi si volta e scrive sul suo taccuino, sorride, sembra sereno. Ha ottenuto quel che voleva, anche stavolta.
È tutto finito, almeno per ora, tra poco sarò sola nella mia cella. Tra poco tornerò alla vita e dovrò essere coraggiosa, perché gli attimi non passeranno mai, perché potrò solo sperare che arrivi la prossima volta e che sia l’ultima.Lo vedo drizzare le spalle prima ancora di percepire il suono. Non lo si sente quasi mai quaggiù: sembra il campanello.Mi fissa e quasi provo pena per lo sguardo terrorizzato che vedo spuntare dalla mascherina chirurgica.Si strappa via camice e cuffia.
Afferra un rotolo di garza e me lo passa frenetico intorno al capo avvolgendomi la bocca, stretta. Ma tanto è inutile, non riuscirei mai ad urlare, non ora.Ora non vedo l’ora che si allontani per poter dormire. Non mi importa del campanello, non m’interessa illudermi, non più. Voglio solo dormire.Ripenso alle prime volte, quando a quel suono si accendeva la mia speranza, quando provavo ad urlare a squarciagola, la prima volta avevo afferrato il secchio per i bisogni scagliandolo ripetutamente sulla porta della minuscola cella. Era prima che decidesse di incatenarmi, prima che iniziasse a torturarmi, prima che fossi costretta ad un letto. Ripenso a quei tempi come un secolo fa. La mia sciocca speranza continuava a ripetermi: “la polizia verrà, lo scopriranno, lo arresteranno, non può farla franca”. Povera illusa, lui è troppo furbo, troppo cauto, troppo dannatamente in gamba per tutti loro là fuori.Poi c’era stata l’altra fase, quella in cui l’altra ancor più sciocca parte della mia mente, si era messa in testa di credere alle sue carezze, di credere che se l’avessi assecondato mi avrebbe scelta, l’avrei potuto redimere e saremmo potuti essere felici. Sento le gote riscaldarsi a quell’infantile pensiero. Il mostro affascinante e l’ingenua sfregiata, saremmo stati davvero una bella coppia, bella davvero!Esce, senza fretta, sento i suoi passi rimbombare per le scale. Poi silenzio. Sorrido, ma il mio sorriso muore in una smorfia di dolore. Un dolore sordo e soffocante, che m’impedisce di deglutire. È al collo, proprio alla base. Mi domando quale altra parte di me si sia portato via stavolta.……………..Oblio senza sogni, sembra di aver dormito secoli, galleggio in un mare nero, sudo ma ho freddo.Qualcosa mi ha svegliato. Rumori. Sopra la mia testa, mobili che si spostano. Grida. D’improvviso sono perfettamente sveglia, il mio cervello galoppa: ha trovato un’altra vittima? Un’altra sprovveduta come me?Un’altra povera cretina che chiede di poter telefonare perché il cellulare non ha campo ed è rimasta senza benzina? Una povera illusa, sicura di sé solo per il fatto di trovarsi in una zona residenziale, di quelle lussuose e non nel bosco del lupo cattivo. E invece il lupo cattivo l’attendeva nella sua casa dorata, con quei quadri lussuosi e tutto quel bianco candido di pareti e divani in pelle.Sento una strana sensazione di giubilo, sono felice che qualcun'altra ci sia cascata, non vedo l’ora di urlarle contro: “brutta scema! Ti sei fatta fregare, ben ti sta!” Ma a questa sensazione un’altra si aggiunge, uno strano rimescolio delle budella: non voglio qualcun altro qui con me. E se lui si stancasse e preferisse lei? Questo pensiero mi agghiaccia più di ogni altro.Il rumore si fa più intenso, forse la porterà qui sotto. Forse invece toccherà a lei e io sarò libera, libera di dormire, per sempre senza più paura, senza più dolore.La porta si spalanca con un colpo secco. È un uomo. Resta immobile, bocca aperta e pistola spianata.«Non ci credo» dice facendosi da parte, mentre un suo collega si fa strada passandogli accanto. Viene da me, cerca di sorridere, ma il volto cinereo mostra tutto l’orrore di fronte al mio essere. Stupidamente mi vergogno. Della mia nudità, del mio dolore, del mio corpo martoriato, dell’odore che esso esala. Vorrei che se ne andassero, sparissero e mi lasciassero morire. Piango e la mia voce è roca, maschile, stonata. Piango e mi chiedo che fine abbia fatto lui. Provo la sensazione di lacerazione e distacco. Vorrei che tornasse da me, vorrei rivedere i suoi occhi di ghiaccio. Devo essere pazza, pazza come lui.
Sento che liberano i miei arti intorpiditi, mi avvolgono in un lenzuolo, ma mi lasciano lì.«Un’ambulanza, subito» riesce a riprendersi il primo, parlando alla radio.L’altro mi toglie le bende dalla bocca, mi prende la mano e sorride, questa volta di un sorriso più sincero:«Ce la farai tesoro, ora ci siamo noi»Non rispondo, penso alla mia vita fuori, come potrò cavarmela ora? Come potrò riavere quel che mi è stato tolto? Alzo gli occhi alla lampada. Il mio corpo nascosto dal lenzuolo mi conforta. Una nuova cicatrice, gialla alla base del collo. Il volto completamente arancione di disinfettante mi fa sembrare un’aliena. Distolgo lo sguardo e incontro quello del mio salvatore, che continua ad accarezzarmi la mano, calmo, sorridente. Sorrido anch’io mentre l’ululato dei medici in arrivo segna la parola fine su questa mia storia. Non la fine che mi aspettavo, non quella che osavo sperare, non quella che avevo supplicato negli ultimi giorni.Una fine che ha legata a sé la parola inizio.



giovedì 19 marzo 2015

occhi indiscreti , un racconto in SPSP






Occhi indiscreti

1
Il mare ruggisce, tra scoppi improvvisi sugli scogli e schizzi di spumeggiante rabbia, mentre cammini curva con le mani sepolte nel cappotto troppo grande.
Ti fermi di scatto ed alzi il mento. Chiudi gli occhi, prendendoti gli spruzzi gelati in viso. Te ne stai lì a fissare il mare a lungo, troppo per le mie ossa infreddolite. Mi passo più volte le mani sulle braccia, cercando di scaldarmi, soffio sui palmi osservando la nuvola di vapore volare davanti al mio naso ghiacciato. Tu invece stai lì immobile, senza un tremito, senza cambiar posizione, naso all’aria e capelli al vento.
La lunga chioma, ormai scurita dall’umidità, non svolazza più, ondeggia piano sulle tue spalle gocciolando chiazze scure sul vecchio paltò.
Ti volti. Abbasso il viso e accendo una sigaretta, con noncuranza, mentre aspetto che mi passi accanto sorpassandomi.
T’incammini verso casa, come da copione: lavoro notturno alla caffetteria, poi stacchi e vieni qui aspettando che il giorno nasca. Che arrossi o meno il cielo, che il mare rifletta o no i suoi colori, tu sei sempre qui, con la stessa espressione dolente sul volto.
Ti seguo a debita distanza. La sigaretta si spegne alla pioggia che inizia a cadere copiosa, la getto via ed apro l’ombrello, ringraziando la mia previdenza: sono solo un passante anonimo, con il bavero alzato e l’ombrello calato sul volto.
Aspetto che la luce si accenda nel tuo appartamento al sesto piano.
Sospiro e apro il portone della palazzina di fronte, salgo al sottotetto e infilo la chiave nel 10b, il mio monolocale.
Apprezzo il tepore della casa, seppur vuota e silenziosa è pur sempre un gradito riparo dalle intemperie. Mi apposto alla finestra, metto l’occhio sul binocolo e la tua esile figura appare nel mio campo visivo.
Le finestre senza tende mostrano il tuo appartamento scarno, ma lindo. Il cappotto ben appeso sull’attaccapanni da muro. Le scarpe le hai lasciate fuori, sul pianerottolo.
Torni dal bagno con un asciugamano per tamponare i capelli fradici, poi entri piano nella stanza buia. Lui dorme, come ogni mattina, e come ogni mattina piangi uscendo dalla sua stanza, poche lacrime veloci, subito scacciate da una mano rabbiosa. Poggi la schiena sulla porta appena chiusa, espiri e drizzi le spalle.
Cinque minuti dopo il vapore appanna i vetri e intravedo due sagome che fanno colazione, due ombre scure, con i capi che si sfiorano.
2
La pioggia ha lavato la città, tutto riluce. Cammino a passo spedito, fischiettando. Oggi è un giorno speciale, l’unico giorno in cui ti vedo spensierata. Non so come né quando, ma mi sono affezionato al tuo sorriso, dolce, pieno di vita.
 Oggi è il giorno del ‘Niña loca’.
Immerso nei miei pensieri commetto un errore imperdonabile: Apro la porta, facendo tintinnare il campanello. Cosa mi è preso dannazione? Mi sono distratto, come un novellino. I miei occhi incontrano i tuoi, gelo e calore insieme.
“Buongiorno!” la tua voce non è distorta da interferenze o disturbata dai fruscii delle apparecchiature, ma limpida e dannatamente reale.
“Buongiorno” Sostengo lo sguardo, ma dentro tremo. Potresti riconoscermi ora, potresti ricordati di me, rovinando tutto.
“Deve ritirare?” Chiedi fissando le mie mani vuote. Di colpo ricordo dove sono:
“No, vorrei che desse una rinfrescata al mio paltò” mento sfilandolo.
“Ah, e uscirà senza, con questo freddo?” chiedi visibilmente sorpresa. Devi pensare che io sia davvero strano, ora le possibilità che ti ricordi di me aumentano, devo uscire subito di qui.
Qualcosa però mi trattiene, un’assurda curiosità che incolla le mie suole al pavimento della lavanderia.
“No, aspetterò qui se non le dispiace” subito lo stomaco si contrae per quest’idiozia farneticante, ma comunque mi siedo.
“Oh, non c’è problema, ci vorrà un po’” dici, ora sei imbarazzata e forse impaurita. Vedo lo sguardo volare da me al telefono, come a misurare lo spazio per fiondarti a chiamare soccorsi.
Me ne sto in silenzio, un sorriso docile stampato sul volto, sperando di metterti a tuo agio.
Il ragazzino disegna.
“Non sei andato a scuola?” chiedo distrattamente, ma una parte di me sa che è anche per sfidarti, per mandarti un segnale. Infatti reagisci all’istante: gli occhi scuri divengono pozzi profondi, le sopracciglia corrugate e i pugni stretti. Solo per un istante, poi sorridi, un sorriso costruito, duro come cemento:
“Non stava bene oggi” rispondi, mentre lui mi guarda con aria ottusa. Non capisce nulla della mia lingua, lo tieni segregato in una cupola di cristallo destinata ad infrangersi in mille pezzi. Presto, molto presto.
Ora sembri nervosa, e anch’io lo sono, entrambi non vediamo l’ora che io esca da quella porta. Mi alzo dalla sedia, gettandoti un’ultima fugace occhiata.
“Ci ho ripensato, passerò più tardi, arrivederci”
Esco rabbrividendo, ma il mio petto ribolle di rabbia: ore ed ore di appostamenti, che rischiano di andare in frantumi. Ed ora mi beccherò anche un raffreddore.

3
Torno a casa reprimendo pensieri dementi sul fatto che tu possa essere arrabbiata. Eppure ero preparato: freddezza, distacco, niente empatia. Ma nonostante tutte le mie precauzioni è successo lo stesso.
Eccoci al ristorante. La tua amica, abito succinto, ricoperta di bigiotteria, ha già le guance rosse per la troppa sangria. Il tuo moccioso ruba i polpi dalla paella sogghignando e tu parli e parli nella tua lingua, sfogandoti del silenzio lungo un mese.
La donna t’interrompe spesso, parla con la bocca piena e rutta. Nonostante l’abito, non ha l’eleganza di una signora, ma la rudezza della gente di strada. Tu invece, con la semplice camicia bianca, i capelli raccolti sulla nuca e nessun gioiello, hai un’eleganza naturale, che mi ha attratto fin dal primo attimo in cui ho visto il tuo volto in quella foto.
Non ho osato prendere un tavolo, ho già rischiato troppo alla lavanderia. Per questo mi devo accontentare di vederti da lontano, senza poter udire il suono delle tue risa.
Fumo due, tre, sigarette, le spengo e le intasco.
 Finalmente uscite, ridi ancora, un po’ troppo forte, sarà colpa della sangria. Il bambino è assonnato e ciondola la testa poggiandosi a te.
  “Notizie di Jacob?”
Scuoti la testa mestamente.
“Non so nemmeno più se desidero che torni o che sparisca, non ne posso più di questo limbo, vorrei iniziare a vivere” Poi guardi il bambino, improvvisamente attento, col naso alzato su di te. Sorridi:
“Saluta la zia Randy, Radu”
“Ciao” sussurra con la falsa timidezza dei bambini.
 “Sta’ attenta”
Annuisci incamminandoti verso casa.
Vi seguo piano perché i miei passi non risuonino sull’asfalto.
4
 Ti stendi sul divano, ancora sorridendo. Io ti contemplo sorseggiando caffè. Tu, il mio spettacolo del sabato sera, tu, unica mia compagnia, divenuta ossessione della mia vita solitaria.
D’improvviso il suono del cellulare ci fa sobbalzare. Da quando vivo la tua vita, l’ho sentito suonare un paio di volte, mai di notte. Sono eccitato e deluso al contempo: forse il giorno che ho atteso così tanto a lungo da perdere di vista la meta, è finalmente arrivato e sento amara la perdita che inevitabilmente ne consegue.
Inciampi sbattendo un piede, saltelli imprecando e raggiungi l’apparecchio.
“Randy?”
‘Come Randy’ penso disorientato.
Sbarri gli occhi. Parli troppo veloce, riesco a decifrare poco, ma sento la tua angoscia. Afferro la pistola. Tutto succede di colpo. La tua porta si spalanca con uno schianto, entra un uomo corpulento, calvo, dal ghigno animalesco, non è lui.
“Tu, puttana!” urla spaccando il tavolino all’ingresso con una grossa mazza. Ti butta in terra, mentre gridi alla voce che ti chiama singhiozzando dalla camera accanto:
“Resta lì Radu, non uscire per nessun motivo!”.
“Credevi che non ti avrei riacciuffata?” È sopra di te e dalla tua faccia disgustata riesco quasi a percepire il suo fetido alito. “Voglio i miei cazzo di soldi!” Ti colpisce al ventre e il tuo gemito strozzato rompe le mie indecisioni. Dovrei rimanere lì a guardare, impassibile, ma corro da te giustificandomi che se muori tutto va a puttane.
Salgo le scale a due a due, mentre i colpi sordi dal tuo salotto hanno svegliato i vicini. Si affacciano insaziabili di tragedie da raccontare, ma rimanendo al sicuro delle quattro mura.
Arrivo all’ingresso, tu sei distesa, sangue sulla mazza e sul pavimento, ma non urli, mentre l’energumeno ti ha bloccato le mani sul freddo pavimento.
Metto mano alla pistola, poi cambio idea e prendo la mazza e colpisco con tutta la rabbia che non riesco a reprimere. Mi fermo solo quando tu mi implori di farla finita, che è morto.
Mi blocco, ti guardo, capisco che mi hai riconosciuto. È andato tutto in malora, pazienza.
“Chi cazzo sei tu!” gridi e vedo più terrore per me che per l’uomo che stava per violentarti e che ha reso il tuo volto una maschera sanguinolenta.
“Io…” inizio a dire cercando le parole giuste. Mi interrompi spingendomi via con entrambe le mani:
“Vattene!”
Indietreggio fissandoti, inebetito.
Poi ci ripensi: “Portati via questo escremento!” Alzi le mani alla bocca, disgustata. “Mio dio lo hai ucciso, cazzo sei matto?”
“Io…” Le parole non vogliono uscire, le reazioni non sono immediate, la mia faccia di bronzo non viene a salvarmi, tentenno impacciato, quasi impaurito.
“Cosa sei un maniaco? Vattene subito e lasciami stare, capito? Non mi fai paura!”
Sembri isterica, afferri la mazza. Hai paura, sì, ne hai davvero molta, ma sei una leonessa che difende se stessa e il suo cucciolo, non esiterai ad avventarti contro di me, pur sapendo di non avere scampo.
Afferro l’uomo dal cranio fracassato, lunghe scie di sangue si formano sul pavimento prima che riesca a issarmelo in spalla.
Salgo le scale e arrivo sul tetto, entro nello sgabuzzino condominiale e lo ficco lì. Domani sistemerò la faccenda. Per oggi mi limito a scendere le scale con noncuranza, tornando nel mio appartamento, per un’ultima notte. Domani dovrò sparire.
5
Il bilocale è migliore del primo, ma mi è estraneo. Mi affaccio alla finestra, la visuale sul tuo appartamento è obliqua, poco soddisfacente. Sbuffo, seccato e nervoso. Vado in bagno e apro il sacchetto, mi accingo a usare la tintura scura, come le lenti, e tagliar corti i capelli mossi.
Ti vedo uscire zoppicando un po’.
Esco calcando il berretto in testa, giacca sportiva e jeans attillati.
Ti fermi davanti ad una villetta, nel quartiere bene. Ne esci, come previsto, con un paio di dalmata e un cocker al guinzaglio, per il tuo strampalato lavoro domenicale. Un sorriso di plastica costruito per l’occorrenza, che muore appena ti volti.
Anche tuo figlio sorride, accarezzando i cani latranti che gli zampettano addosso.
Destinazione parco. Mi avvio prima di voi, posizionandomi dove so che andrete. Voglio rischiare il tutto e per tutto mettendomi dove mi vedrai, provando la solidità del mio camuffamento.
Mi raggiungi, getti un’occhiata distratta verso di me e passi oltre. Istintivamente copri con la mano l’occhio pesto, pudore e timore di poter attirare l’attenzione. Ti siedi di fronte a me, lo sguardo perso nel vuoto, cupo e impenetrabile.
Tiro fuori un blocco da disegno e mi metto a scarabocchiare, prima che possa rendermene conto i tuoi tratti compaiono sul volto della donna che prende vita sul mio foglio.
La palla finisce sotto la mia panchina, tuo figlio si fionda a prenderla, si accuccia e allunga la mano, non ce la fa, mi inginocchio e afferro la sfera appiccicosa, reprimendo il disgusto.
Sento la tua voce alle mie spalle, devo rimanere calmo.
“Radu vieni via, disturbi il signore”
Mi alzo, sorridi, poi il sorriso si blocca. ‘cazzo mi ha riconosciuto’ penso. Istintivamente la mano va alla pistola, poi seguo il tuo sguardo, non guardi me, ma il foglio.
“Non volevo invadere la sua privacy, vuole che lo strappi?” chiedo con voce cantilenante dall’ accento ispanico.
Vedo il tuo volto combattere ed infine rilassarsi:
“È bellissimo” dici, e vedo un sorriso vero spuntare sulle labbra spaccate.
Rimango spiazzato quando ti siedi sulla panchina:
“Posso?” chiedi sfogliando il blocco.
“È bravo, davvero bravo” Il tuo sorriso mi paralizza. Mi siedo, il mio corpo, abituato a fingere, recita la sua parte: la gamba piegata con noncuranza sulla panchina, le mani, con i guanti dalle dita mozze, indicano un’immagine, senza alcun tremore:
“Questo passero stava lì fermo, voleva un ritratto” scherzo, mentre sento rombare il cuore nelle orecchie.
“A me piace questo” indichi il mare tempestoso.
“È suo” stacco il foglio dal blocco e te lo porgo.
“Mio? No, no, io non posso…”
“Lo prenda” insisto.
Sorridi ancora, scosti una ciocca di capelli dal volto, sistemandola dietro l’orecchio.
Dio come sei bella da vicino, mi sale un moto di rabbia per quel maiale che ti ha ridotto in questo stato. M’irrigidisco pensando che devo ancora sistemare quella questione. Ricordando d’un tratto chi sono e chi sei tu.
Devi percepire qualcosa perché non sorridi più:
“Mi scusi, l’ho importunata” ti alzi. “Ora devo andare” allunghi una mano verso di me. “Mi chiamo Sonia”
“Francisco” rispondo accarezzandoti la mano. Sento la mia voce dire:
“Resta ancora un po’ ti prego” mentre l’altra voce nella mia mente impreca: ‘imbecille’
Abbassi lo sguardo arrossendo, torni a sederti e sono sicuro che stai pensando anche tu di esser diventata matta.
“Da dove vieni?” chiedi.
“Toledo, son qui per disegnare un po’ di bellezze locali e cercare fortuna”
Ammicco. Tu rispondi a tono, civettando un po’:
“Non sono del luogo e di certo non sono una bellezza, non ora”
La butto sullo scherzo:
“Dovresti far attenzione per le strade ghiacciate con quella muta di cani che ti tira il guinzaglio, oltre a ridurti così potresti travolgere qualcuno”
Ridi, una risata cristallina, poggi con noncuranza una mano sul mio ginocchio e devo trattenermi da non coprirla con la mia.
Rimaniamo lì a lungo, il mio cervello sembra in panne, non memorizza ogni cosa succeda intorno, non registra i secondi passati né chi transita intorno a noi.
Non mi rendo conto che il tempo è volato finché tu non ti alzi di scatto:
“Oh mio Dio è tardissimo, è stato un piacere Francisco” ti chini sul blocco afferrando la matita a carboncino, scrivi dei numeri, poi alzi il capo sorridendo un po’ timida:
“Mi piacerebbe rivederti” ti giustifichi e scappi via lasciandomi lì con le narici ancora piene del tuo odore.
6
Me ne sto al freddo sull’uscio, indeciso se entrare o scappare, pochi clienti nottambuli si contano sulle dita nel locale. Sbircio dentro ancora una volta e vedo il tuo volto tirato dalla stanchezza sorridere gentile ad un acquirente. Ancora una decisione impulsiva, entro imprecando contro la mia stupidità, mentre la parte idiota che è spuntata in me mi zittisce:
“Ciao” esordisco. Spalanchi gli occhi, vi leggo un guizzo di gioia.
“Ehi, che ci fai qui?”
“Soffro d’insonnia”
“Allora decaffeinato”
…
“Si chiude, non avete sonno?”
La voce ci fa sobbalzare. La notte è trascorsa parlando, sei divertente ed intelligente, oltre che bellissima. La voce che gridava ‘non puoi! ’ è ormai messa a tacere.
“Posso accompagnarti a casa?” ti chiedo preparandomi al no: so dove vai ogni mattina.
“Sì, certo” mi sorprendi e a stento trattengo un sorriso.
“Allora…chiamami” sussurri sul portone. Rimango lì imbambolato mentre mi stampi un leggero bacio sulle labbra. Sto lì fino a che il sole salendo non riscalda la mia nuca, riscuotendomi.
7
Giro e rigiro il pezzo di carta strappato dal blocco nelle mani sudate. Non posso chiamare, non posso gettare tutto alle ortiche per un capriccio senza senso.
Vado alla finestra e ti vedo rilassata sul divano, una settimana è passata e domani è di nuovo riposo, andrai al parco ed io potrei incontrarti lì ‘per caso’, ma ho voglia di sentire la tua voce ora, un impulso che attanaglia le mie viscere e caccia via la consapevolezza che non devo farlo. Le mie dita digitano quei numeri e sento squillare libera la linea, mentre ti alzi sorpresa e timorosa allo squillo inatteso.
“Pronto” sussurri.
Devo riagganciare.
“Ciao, sono Francisco”
Il sorriso che compare sulle tue labbra mi rende completamente ebbro, dimentico il discorso che mi ero preparato.
“Vuoi uscire?” chiedo in modo infantile.
“Si” rispondi tu, in un soffio.
Sono al settimo cielo, me ne frego delle innumerevoli conseguenze, mentre mi preparo a portarti fuori, pregustando il fatto che ti starò vicino.
Un telefono suona, il tuo, lo sento gracchiare dal microfono e prima ancora di sentire chi è, il mio istinto mi dice che tutto è finito, senza che sia iniziato.
“Jacob” dice la tua voce strozzata.
8
La testa mi esplode, il cuore martella, devo essere cauto. La tua figura immobile sul molo scruta l’orizzonte, le mani artigliano la stoffa del vestito.
Alzo lo sguardo alla ricerca degli altri, non posso rischiare di fallire, non stanotte, ma non ho la calma necessaria, il mio piano ha una falla, insignificante quando è stato pianificato, ma da cui ora sta defluendo tutta l’acqua in cui annegherà la mia coscienza.
Senza controllo cerco un’alternativa. Ancora una volta metto a rischio tutto per te, una sconosciuta. Eppure tengo a te, in un modo strano e malato, che mi costringe a riflettere su cosa sarà dopo stanotte.
La luce di un’imbarcazione mi riporta alla realtà. L’addestramento ricevuto prende il sopravvento. Lo sguardo scandaglia ogni angolo del porticciolo, valutando ogni pericolo, la mano all’arma, le gambe pronte a scattare.
Interminabili momenti in cui tu ti torci le mani. Forse pensi a me? Inizi a camminare avanti e indietro, il volto corrucciato. Ti mordi il labbro inferiore. D’un tratto ti allontani tirando per un braccio il bambino. Il cuore si ferma un istante nel mio petto e freno un sorriso neonato. Ma muore all’istante, perché tu torni indietro, ti siedi su una panchina, prendi il volto tra le mani e vedo le spalle alzarsi ed abbassarsi ritmicamente. Radu si avvicina abbracciandoti alle spalle:
“Mammina, non piangere” ti sussurra piangendo lui stesso, scostandoti i capelli dal viso, cercando di aprire uno spiraglio per vedere i tuoi occhi e cancellare la sofferenza dal volto che ama.
Vorrei venire io lì, poggiare le mie mani su quelle spallucce fragili, consolarti. Ma serro la pistola con ambedue le mani, le nocche bianche, i denti che scricchiolano per la tensione.
“Tenetevi pronti” Parlo alla trasmittente. Un attimo ancora ed esplode il caos. Dovevo prendere solo lui, bloccarlo, lasciando te al tuo destino. Invece corro, ti sollevo alla vita con un braccio, nell’altro prendo Radu e corro lontano dal fuoco incrociato.
Urli, scalci, poi mi riconosci e ti blocchi spaventata e delusa.
Nell’auto schiaccio l’acceleratore, tu taci sbirciando dal finestrino la squadra che cattura il tuo uomo.
“Chi diavolo sei?” mi dici fissando il mio profilo. “Mi hai sentito? Chi sei!” urli furiosa. Appena sono certo che sei al sicuro inchiodo e mi volto. Mi fissi e vedi i miei occhi chiari, non quelli scuri che hai visto al parco.
“Francisco… sei l’uomo che mi seguiva!” provi ad aprire la portiera bloccata.
“Aspetta” ti supplico. T’abbraccio da dietro bloccandoti, stranamente non fai resistenza.
Ti poso un bacio sulla tempia, ma ti sento rigida:
“Sono un agente” ammetto.
“Mi hai seguito per arrivare a lui” comprendi. La tua voce taglia come lama e so che non c’è nulla che posso dire per farti capire come mi sento.
“Sì” dico, senza tentare di spiegare nulla.
Prendo la radio: “Ho inseguito il soggetto alfa, mi è sfuggita, la cercherò nei luoghi a lei familiari, gli altri sono al sicuro?”
“Eccoti! Ti sei perso il più bello amico: arrestati con un carico enorme di coca e dieci prostitute a bordo, non avrai tutto il merito caro mio, mi spiace, il lupo solitario dividerà gli onori!”
Scuoto la testa, quell’imbecille di Calton avrà una grossa gratifica senza aver fatto un cazzo.
Siamo sotto casa tua. “Prendi un po’ di roba al volo, starai nascosta per un po’, fintanto che non troverò documenti per voi. È tutto finito Sonia” ti dico.
Mi fissi senza accennare a muoverti, poi i tuoi occhi brillano, di slancio mi baci lasciandomi senza fiato.
Sorrido guardandoti allontanare.
“Io va a szkoła?” chiede Radu rompendo il silenzio.
Il mio sorriso si allarga, tiro fuori una sigaretta per frenare le emozioni.

“Si, ragazzo, ci andrai di sicuro”.

LE ALTRE MIE STORIE SU 20LINES


giovedì 5 marzo 2015

FINALE JONAS




Qualcosa lo fece svegliare, la riconobbe ancor prima di aprire gli occhi: era la sua mano poggiata sulla guancia. Non seppe reprimere un sorriso. Lo fissava seria, Jonas temette una sfuriata. Ritrasse la mano, ma lentamente, fissandolo.
“Mi dispiace” disse semplicemente. “Non sono sempre stato così stronzo vero?”
Finalmente lei sorrise, scosse la testa e Jonas notò che piangeva. Gli si buttò al petto e prima che potesse formulare un qualsiasi pensiero coerente lo baciò. In un attimo milioni di momenti come quello, eppure diversi, affollarono la sua mente. Baci della donna che aveva amato e perduto, sensazioni che aveva creduto perse e che ora vorticavano nel suo animo spezzettato.
L’amò con tutta la passione di una prima volta, ma con la consapevolezza e la disperazione di un’ultima.
“Non ricordo ancora tutto, ma so che ti amavo, e che provo ancora qualcosa di indelebile per te Emma” le disse più tardi, i loro corpi abbracciati in quello sgabuzzino, come clandestini.
“Lo so” commentò lei sfiorandolo di piccoli baci sul petto.
“Devo andare alla Braintec, lì ci sono le risposte” disse poi riscuotendosi e alzandosi di scatto.
“Ho qualcosa per te, qualcosa che volevo darti quando fossi tornato in te stesso”
“Non sono ancora me stesso, non del tutto”
“Lo sei molto più che negli ultimi mesi prima dell’incidente” sorrise lei alzandosi a sua volta.
Posò ancora lo sguardo avido sul suo corpo perfetto, ricordandosi solo allora delle sue gambe sintetiche. Si sbrigò a coprirsi, ma lei lo fermò.
“Nathan?”
Lui la guardò imbronciato.
“È stato bello” disse arrossendo lievemente.
Il suo sorriso rischiarò il suo umore.
“Ecco” gli porse una valigetta. Lui l’aprì evi trovò un dispositivo di memoria esterna.
“È tuo, te lo avrei dato, ma non eri pronto”
Posizionò i sensori alle tempie e si preparò a cercare qualcosa d’interessante tra i dati. Aprì la mail che aveva dimenticato di avere. Ce ne era una che attirò lo sguardo: era datata 1/9/2090 Alla stessa ora dell’incidente. Era della dottoressa Hors. Una cartina. La braintec aveva tre laboratori clandestini, poi c’erano le abitazioni del proprietario. Cinque: tre in città, una a Newmiami e l’ultima a Coldlake. Nessun testo.
Attivò istantaneamente la chiamata: “Hors ti passo a prendere tra due minuti, se c’è ancora speranza che sia viva so dove trovarla”.
Non aveva altre possibilità, se avesse fallito avrebbero diramato l’allarme e fatto sparire la Hors, sempre che fosse ancora viva
 ……
coldlake era silenzioso e isolato, i tre avanzavano, pistola alla mano tra fitte canne. Gli occhiali termici rivelarono la presenza di un unico uomo. Dopo tutto quel tempo i controlli erano scemati, cercò di convincersi Jonas. Sperò con tutto se stesso che il motivo non fosse il più ovvio: non c’era più nulla da controllare.
“Andiamo!”
Fecero irruzione: un ubriacone, una dottoressa e un invalido. L’uomo fu atterrato immediatamente dal colpo preciso dell’agente anziano, che sembrava ringiovanito.
Perquisirono la casupola, nulla, Jonas stava per dichiararsi sconfitto quando udì leggeri colpi sotto di lui. Percorse avanti e indietro il pavimento di legno, poi iniziò a dare colpi con il piede: “qui!” si accucciò e tirò fuori una lama laser, di quelle per il campeggio. Un attimo dopo la vecchia botola scattò e una luce artificiale illuminò il suo volto. Scesero e si trovarono in un laboratorio lindo, moderno e quasi accogliente. Hors crollò in ginocchio piangendo di gioia, mente la figlia lo abbracciava tra i singhiozzi. Jonas sentì il sangue colare dalle narici. Si sedette su un divanetto e aspettò che i giramenti di testa passassero.
La ragazza lo guardò riprendendosi subito:
“Non pensavo fossi ancora vivo, hai il chip?”
“No, me lo hanno tolto, ma non ricordo nulla e non mi sento molto in forma a dire il vero” come in risposta alle sue stesse parole vomitò.
“È colpa mia, gli ho inserito i mei ricordi per smuovere la memoria ed arrivare a te” piangeva ancora, come un bambino.
“Il chip corrode lentamente l’amigdala e parti delle aree associative del lobo temporale, l’idea era che si sostituisse ad esse per incrementare la capienza dei ricordi. Ma pare che il cervello si difenda rigettandoli”
“Ma io non ho più il chip”
Emma gli tamponava il naso, preoccupata.
“Andiamocene, prima che scatti qualche sistema di allarme, riuscì a dire Jonas, si alzò barcollando e seguì gli altri.
…..
Aprì gli occhi, ancora l’ospedale, ma sorrise vedendo lei al suo fianco.
 “Sembra che il chip abbia corroso anche l’ippocampo e che il processo innescato sia irreversibile: il tuo cervello sta attaccando se stesso” disse.
E Jonas si domandò cosa diavolo ci fosse da sorridere.
“Abbiamo una soluzione” disse finalmente, accarezzandogli la fronte. Lui alzò un sopracciglio in segno di domanda.
“Nostro figlio” disse in un soffio.
Jonas si alzò di scatto:
“Io, io mi dispiace”
“Lo so, l’ho perso dopo il tuo incidente: troppa paura di perderti”
 “Non ti ho chiesto io di abortire?” sembrava liberato di un peso enorme.
Lei scosse il capo, gli occhi lucidi. Non avrei potuto, eri cambiato e mi hai detto che saresti uscito dalla mia vita e dalla sua, per proteggerci. Non sapevi cosa ti sarebbe successo.
La Hors intervenne bruscamente: “Non è un’operazione semplice e dobbiamo tentare prima che la situazione peggiori”
Jonas guardò senza capire.
“L’embrione è conservato, come da procedura standard e ha il 50% del tuo DNA, ed un cervello in forma primitiva, pronto ad adattarsi e crescere legando con il tuo. Avrai ancora infiltrazioni della vita di mio padre e buchi di memoria, ma potrebbe funzionare. Potrai forse riavere i tuoi ricordi, ma soprattutto non rischierai di divenire un vegetale.
Jonas sentì stringere forte la mano e per la prima volta, da quando si era svegliato in quello stesso letto sapeva chi era e cosa voleva, era felice:

“Facciamolo”

sabato 11 ottobre 2014

l'uomo nell'ombra







 
section 1
kiccar77
Tutto è pronto,pianificato, ripassato nella mente centinaia di volte. Cammini lesto e silenzioso come un felino, scavalcando la siepe, respiro regolare, battito tranquillo, per ora.
Le tende scure svolazzano placidamente nella notte estiva, tu ti avvicini e la fissi mentre dorme inconsapevole. Senti il tuo cuore accelerare, finalmente, un lieve velo di sudore imperla la tua fronte accaldata. Puoi già assaporare il gusto ferroso del sangue, lo senti nella bocca, nella gola e nelle narici. Ti senti vivo, ruggente, palpitante.
Sei vicino ora, tanto vicino da percepire il calore e l'inebriante odore del suo corpo assopito, bianco ed invitante. Attende solo te.
Non puoi più aspettare, alzi la lama, che scintilla alla luce della luna, piena e splendente, poi l’abbassi fulmineo e silente.
Qualcosa non va come dovrebbe, lei apre gli occhi, li sbarra. Non vuoi guardarla, rovinerà tutto, non vuoi vedere occhi accusatori, ma solo palpebre chiuse, misteriose e delicate​.
 
section 2
gancjO 1 
Scosti di lato, quel tanto che basta a far penetrare la lama tra le coperte e il materasso, in modo automatico, facendoti rapire da quegli occhi sbarrati che esprimono paura. Rimani così, con il coltello affilato nella mano destra, l'odore della paura che ti stuzzica le narici, un profumo che ti inebria ed esalta. Lei ti guarda, memorizza ogni tuo tratto del viso, imprime in modo indelebile la tua personalità nella testa. Poi un gorgoglio soffocato esce dalla sua bocca, come il vagito di un neonato.
Uccidere ad occhi chiusi, è sempre stato questo il tuo metodo, senza intoppi né problemi; un colpo netto al cuore e la vita che se ne va, senza un grido, senza dolore. Estrai la lama e ti sposti di lato, alla ricerca di quelle tenebre che ami, che ti appartengono e proteggono. Il suo nome è Sara, lo sai bene, chi ti ha chiesto di ucciderla ti ha fornito connotati ed indirizzo. Un lavoro pulito, come al solito, senza problemi, una pila di soldi che ti arriva in tasca guadagnati in pochi minuti. Il suono si trasforma in un grido soffocato, quasi una supplica, mentre ti osserva con quegli occhi che sembrano due fari pronti ad illuminarti. Senti di non potercela fare: non hai mai ucciso nessuno da sveglio, è una cosa che ti spaventa. Pensi di tramortirla, e poi di infierire su di lei, anche se sai che non sarebbe la stessa cosa. Colpirla vorrebbe dire usare violenza e tu non sei capace. Tu uccidi solo nel sonno, sei come la Signora con la falce che vola sui deboli e dormienti, strappandogli la vita. Però lei ti ha visto, sa chi sei, lasciarla in vita vorrebbe dire finire in prigione, significherebbe mettere a nudo la tua vita, scoprire la sequenza di delitti perpetrati. Alzi la lama, la guardi e poi la lasci cadere, con un rumore metallico, sul pavimento della stanza. Sei nel buio, nell'angolo della stanza e continui ad osservarla. Capisci che non potresti mai farle del male, non così. -Ti prego, addormentati...- le sussurri, con la voce roca.
 
section 3
kiccar77
Lei ti fissa ancora un attimo,gli occhi che celano una muta domanda. Poi si siede di scatto e ti afferra per le spalle. Il suo volto è rabbioso, nessuna traccia della delicatezza del suo corpo inerme, addormentato, i muscoli sono tesi, l'espressione del viso tirata deturpa la sua bellezza.
Tutta la tua sicurezza evapora, getti uno sguardo fugace all'arma che giace sul pavimento.
Lei ti scrolla forte:
"Perché? perché non mi hai ucciso? maledetto bugiardo, tu devi farlo, ora, subito, l'hai promesso!"
Singhiozza convulsamente, mentre le sue mani artigliano forte le tue spalle conficcandoti le unghie fino a ferirti. Ma non ti muovi, il fiato corto, il cuore che palpita, non l'hai mai provato, se non prima di uccidere, ed ora sei totalmente sconvolto dalla reazione del tuo corpo traditore alle lacrime di Sara.
Lei infine si accascia, piangendo tra le lenzuola candide, rimani lì immobile a fissarla mentre il tuo mondo va in pezzi. Una voce nella tua testa grida :
"Fuggi! subito!" ma esiti ancora un attimo, la tua mano si allunga a voler placare i singhiozzi della donna, ma poi si ritira tremante, ricadendo sul fianco.
Ti volti e silenzioso, raccogli il coltello e torni sui tuoi passi, mentre qualcosa si è incrinato irreparabilmente dentro il tuo animo malato.
 
section 4
gancjo
Ti costa ammetterlo, ma hai fallito. Raggiungi la porta d'ingresso e aspiri l' aria fresca della notte. In te il malessere inizia a farsi strada e lo senti, come un macigno sullo stomaco, quando realizzi che per la prima volta hai fallito. La busta con i soldi ancora sul mobile dell'ingresso; doveva essere tutto semplice, lei si addormentava grazie ai sonniferi, tu intervenivi e la uccidevi. E invece... la mente ha un flshback, ripensi alla camera, al comodino vuoto, solo sormontato da una piccola lampada. Nessuna traccia di sonniferi. Poi scrolli le spalle: forse li ha presi in bagno. Ma la reazione avuta da lei, la lucidità che non appartiene a chi dovrebbe invece essere intontito, ti fa pensare, crea dubbi e voglia di saperne di più. La mano ancora sulla maniglia, l'uscio aperto, in casa silenzio. Rientri, con in mano quella lama che ha fallito il compito assegnato, e risali al piano di sopra. Luci soffuse, il ritmo lento e costante di una pendola, la moquette che scricchiola leggermente sotto le suole mentre affronti gli scalini. Lei è ancora in camera, lo speri. Più ti avvicini e più ti rendi conto che c'è qualcosa di sbagliato. Spalanchi la porta e lei non c'è, il letto vuoto. Ti dirigi in bagno, frughi nell'armadietto in cerca di quei sonniferi che sei quasi certo non troverai. "Sara!" urli rabbioso, mentre inizi a capire che si è trattato di una trappola, anche se non capisci ancora lo scopo. Silenzio, come se la casa fosse disabitata, ma sai che lei è da qualche parte. La rabbia ti fa stringere il coltello, scatta la voglia di torturarla, farla confessare. Sul letto un oggetto che conferma la tua ipotesi: un giubbetto antiproiettile, probabilmente indossato da lei per protezione.
Ti senti un maledetto idiota, finito in un gioco strano e perverso. Chi è costei che gioca con te? Cosa vuole veramente? Tutte risposte che hai bisogno di soddisfare, prima che la notte finisca e le luci del mattino ti restituiscano alla tua falsa vita.
Procedi lentamente, sentendoti un perfetto idiota, tu che hai messo in dubbio tutta la tua esistenza per un paio di occhi che ti scrutavano nella notte, avresti dovuto ucciderla, anzi non avresti dovuto proprio accettare l'incarico. 
Eppure sei sempre così cauto: studi tutta la vita dei tuoi clienti, sai le loro abitudini, le loro amicizie, le loro più recondite paure, persino i loro gusti culinari e le allergie. E anche stavolta hai fatto scrupolose ricerche: Sara Starmari, trentadue anni, grafica pubblicitaria, single, sola a dirla tutta, troppo sola, questo avrebbe dovuto insospettirti, ma hai attribuito tutto alla malattia, ormai allo stadio terminale. Avevi anche visionato le cartelle cliniche, tre mesi di vita al massimo, tutto quadrava, una delle motivazioni classiche della richiesta dei tuoi servigi: farsi uccidere prima che la malattia ti renda un'ameba sbavante massacrata dal dolore. 
Eppure ti ha fregato, lei non è chi voleva farti credere, ti rimane solo di sapere perché, poi la farai fuori, occhi aperti o no, anzi, gioirai nel vederla soffrire, nel sentirla scongiurare di risparmiarla.
L'adrenalina sale di nuovo, sei pronto ad agire, scatti verso il bagno, verso la falce di luce che indica che lei è lì. Il cuore torna a rombare, mentre stringi forte l'arma, sogghigni pensando a quanto male le farai, la serata sarà più proficua di quel che pensavi dopo tutto.
Raggiungi la luce e agisci veloce,ma di nuovo qualcosa non va.
Le luci si accendono all'improvviso accecandoti, porti il braccio al volto a proteggerti, una voce ti intima:
"Non muovere un muscolo, bastardo!"
Taci, il cervello in panne si rifiuta di collaborare.
"Getta l'arma" dice un'altra voce, stavolta dietro di te. Apri piano gli occhi, la prima cosa che vedi è la sua camicia da notte, poi di lato il pantalone della divisa. Sì, ti ha fregato, ti ha fregato alla grande, ma perché?"
Ti lasci ammanettare, non sei un lottatore tu, nonnostante quello che fai: tocchi solo persone inermi, rubi la vita nel silenzio delle notti, nell'imobilità del sonno.
Ti trascinano brutalmente, leggendoti i diritti, poi la sua voce li blocca:
"Aspettate!" dice. Ti si avvicina, i suoi occhi sono pozzi ribollenti di rabbia
"Vigliacco, essere ignobile, marcirai in prigione per il resto della vita e dovrai pensare a questo nome in quei lunghissimi giorni: Veronica. Era splendida, ingenua, debole creatura, mia sorella, tu hai approfittato della sua debolezza, della sua disperazione, hai preso i suoi soldi e ti sei preso la sua vita. Era depressa, cazzo, solo depressa e tu ce l'hai portata via!" piange e sbraita spruzzandoti il volto si saliva. Alzi le spalle disinteressato, per te è sempre stato un mistero questo attaccamento tra parenti. Invidi la donna che avrà vissuto di vendetta per lungo tempo, ma tu non ricordi né t'interessa questa Veronica, hai cose più importanti a cui pensare: come placare la tua di sete ora, nel luogo dove stai per andare.
Le lanci un sorriso storto e le fai l'occhiolino, mentre lei non regge l'affronto e sviene.