lunedì 23 marzo 2015

segnalazione

Oggi vi segnalo un libro tra i miei acquisti kindle, anzi due: i primi due volumi di una triologia:


SCHEDA LIBRO: TITOLO: SOLO UN ATTIMO (Primo volume della serie “Qualcosa è cambiato”) AUTORE: Valeria Marasco
CASA EDITRICE: LETTERE ANIMATE EDITORE
 GENERE: Romanzo Rosa FORMATO: ebook/ cartaceo ASIN: B00QG2J7VO
 PREZZO EBOOK: 2,99€
 ISBN: 978-8868823054
 PREZZO CARTACEO: 12,90€
 LUNGHEZZA STAMPA: 196 pagine
 LINK PER L’ACQUISTO:amazon http://www.amazon.it/Solo-un-Attimo-Valeria-Marascoebook/dp/B00QG2J7VO/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1417788088&sr=8- 1&keywords=solo+un+attimo kobo https://store.kobobooks.com/it-IT/ebook/solo-un-attimo 
lafeltrinelli http://www.lafeltrinelli.it/ebook/valeria-marasco/solo-un-attimo/9788868822491

SINOSSI: Sarah è una donna determinata e costantemente concentrata sul suo lavoro di grafica pubblicitaria. Nella quotidianità non c'è spazio per l'amore, i suoi progetti potrebbero decollare da un giorno all'altro e le sue due amiche e confidenti condividono con lei la voglia di affermarsi nel mondo del lavoro. Presto, però, un incidente cambierà ogni cosa stravolgendo la sua vita stabile e incolore. Christian, un uomo affascinante e irritante, entra prepotentemente nella sua vita rubandole un bacio durante il loro primissimo incontro. Sarah è sorpresa dall'emozione che quel bacio le suscita e non riesce più a mantenere la parvenza di autocontrollo che si è costruita negli anni per proteggersi dalle delusioni. Le cose sono destinate a cambiare sempre più e, un avvenimento al di fuori di ogni schema, catapulterà lei e Christian in qualcosa di assolutamente irreale che costringerà i due ad avvicinarsi e ad accantonare il loro orgoglio per cercare di ritornare alla normalità . Ma i due protagonisti vogliono davvero ritornare alla vita di prima? Il destino compirà ogni scelta al loro posto e per maledizione o per fortuna, le loro esistenze cambieranno per sempre. BIOGRAFIA AUTORE: Valeria Marasco è nata il 20 Giugno 1986 e vive a Foggia. Ha conseguito il diploma di maturità nell’anno 2005 acquisendo il titolo di Tecnico della Grafica Pubblicitaria. Ha seguito corsi di recitazione, di dizione, di disegno dal vero presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia, fino ad approdare all’ambito della musica classica. Con il massimo dei voti in canto lirico, ha acquisito la Laurea di I Livello presso il Conservatorio di Musica “Umberto Giordano” di Foggia. Si è avvicinata all’ambito della scrittura nel 2013, terminando il suo primo romanzo: “Nei tuoi occhi” (Paranormal Romance) in vendita sul sito di Amazon. Nell’Ottobre del 2014, ha iniziato una collaborazione con la casa editrice “Lettere Animate” con il quale ha pubblicato il romanzo rosa SOLO UN ATTIMO, primo volume della Trilogia “Qualcosa è cambiato” e il secondo volume TORNANDO DA TE, entrambi in vendita in formato eBook, nei maggiori store online come: Amazon, laFeltrinelli, KOBO, Mondadori, Hoepli e tanti altri… “Spero che le mie storie facciano sognare, che possano appassionare tutti quelli che come me adorano leggere ed immergersi in mondi nuovi e sempre diversi.”
ESTRATTI DAL ROMANZO: (...) Sorride in maniera quasi diabolica e io non posso fare a meno di fissare le sue labbra carnose vicinissime alle mie. «Senza la tua parlantina insopportabile a distrarmi ... sarei impazzito qui dentro!» Senza avere la possibilità di replicare, le sue labbra si poggiano sulle mie e mi bacia con dolcezza e lentezza, come se le nostre bocche avessero bramato quel momento sin dal primo sguardo. Si scosta troppo presto e quando riapro gli occhi, lo vedo sistemarsi la giacca pronto ad uscire. Le porte si riaprono all'improvviso e l'abitacolo semi buio viene inondato dalla luce esterna. Mi volto strizzando gli occhi e vedo subito Clara stringere nervosamente la spalla di un tecnico, visibilmente irritato da quel gesto troppo invadente. «Oh, meno male! Come stai!» «Emh ... tutto ok, credo!» Faccio un passo verso l'esterno e quando mi volto, vedo Christian affrettarsi verso le scale senza più guardarmi. Ma è successo davvero? Sono rimasta bloccata in ascensore con un uomo bellissimo che mi ha baciata in maniera assolutamente perfetta? E soprattutto ... lo rivedrò? (...)



SCHEDA LIBRO: TITOLO: TORNANDO DA TE (Secondo volume della serie “Qualcosa è cambiato”) 
AUTORE: Valeria Marasco CASA EDITRICE: LETTERE ANIMATE EDITORE 
GENERE: Romanzo Rosa FORMATO: ebook ASIN:B00T3RYFY8 
PREZZO: 1,99€ 
LUNGHEZZA STAMPA: 196 pagine
 SINOSSI: Lisa, è una donna di trentatré anni, con una nota azienda grafica da gestire e due amiche fidate su cui contare. Ma questo, per sua madre, non è abbastanza. Elvira Palmieri, infatti, sostiene che sia arrivato il tempo per sua figlia di trovare marito e creare una famiglia. Se poi non è l’uomo dei sogni e tra i due non ci dovesse essere amore… beh, dalla vita non si può avere tutto! Proprio mentre sembra andare tutto a rotoli, lo scontro con un uomo un po’ strano che pare, voglia seguire Lisa ovunque, darà il via ad una serie di avvenimenti assurdi. Se poi ci si mettono anche degli strani bigliettini anonimi ad impartirle lezioni di vita, le cose non possono che diventare sempre più confuse. Le coincidenze, i misteri e le domande, aumentano giorno dopo giorno: chi è davvero l’uomo bizzarro, irriverente e affascinante con cui si è scontrata? E chi è l’autore anonimo dei bigliettini? Tutto questo è solo l’inizio di un’avventura ai limiti della realtà, in cui Lisa si troverà coinvolta senza possibilità di scelta e forse… senza possibilità di ritorno! ESTRATTI DAL ROMANZO: «Ne hai accettato un altro?» «Sì.» È visibilmente delusa dal mio comportamento e io sento una stretta allo stomaco. Tutti quelli che mi stanno accanto ultimamente hanno sul viso quella stessa espressione di biasimo rivolta solo ed esclusivamente a me, in qualche modo faccio sempre qualcosa di sbagliato. «Lisa io non capisco davvero, Sarah cercava solo di difenderti.» «Lo so.» «E tua madre è la persona più dannosa per te in questo momento.» «So anche questo.» «Però hai accettato lo stesso un altro dei suoi appuntamenti.» «Già.» La dottoressa Mannelli sembra essere un po’ scoraggiata. I nostri incontri erano solamente quattro al mese, adesso sono diventati due a settimana. Non credo che questo sia positivo. Apre un altro fascicoletto sempre dedicato alla sottoscritta e prima di iniziare a scrivere incrocia il mio sguardo. «Appuntamento numero cinque. Nome?» Chiudo gli occhi incredibilmente stanca di tutto. «Andrea…Andrea Martinucci.» La vedo appuntarsi il nome sul foglio bianco. «È oggi l’appuntamento?» Annuisco con poca convinzione. «Lo sai vero che non hai una pistola puntata alla tempia e che non devi andarci per forza?» La guardo negli occhi leggermente irritata. «Sa, il sarcasmo non mi aiuta in questo momento!» «Strano, è quello che ripeto io a te dal nostro primo incontro.» Brutta strega saccente!




giovedì 19 marzo 2015

occhi indiscreti , un racconto in SPSP






Occhi indiscreti

1
Il mare ruggisce, tra scoppi improvvisi sugli scogli e schizzi di spumeggiante rabbia, mentre cammini curva con le mani sepolte nel cappotto troppo grande.
Ti fermi di scatto ed alzi il mento. Chiudi gli occhi, prendendoti gli spruzzi gelati in viso. Te ne stai lì a fissare il mare a lungo, troppo per le mie ossa infreddolite. Mi passo più volte le mani sulle braccia, cercando di scaldarmi, soffio sui palmi osservando la nuvola di vapore volare davanti al mio naso ghiacciato. Tu invece stai lì immobile, senza un tremito, senza cambiar posizione, naso all’aria e capelli al vento.
La lunga chioma, ormai scurita dall’umidità, non svolazza più, ondeggia piano sulle tue spalle gocciolando chiazze scure sul vecchio paltò.
Ti volti. Abbasso il viso e accendo una sigaretta, con noncuranza, mentre aspetto che mi passi accanto sorpassandomi.
T’incammini verso casa, come da copione: lavoro notturno alla caffetteria, poi stacchi e vieni qui aspettando che il giorno nasca. Che arrossi o meno il cielo, che il mare rifletta o no i suoi colori, tu sei sempre qui, con la stessa espressione dolente sul volto.
Ti seguo a debita distanza. La sigaretta si spegne alla pioggia che inizia a cadere copiosa, la getto via ed apro l’ombrello, ringraziando la mia previdenza: sono solo un passante anonimo, con il bavero alzato e l’ombrello calato sul volto.
Aspetto che la luce si accenda nel tuo appartamento al sesto piano.
Sospiro e apro il portone della palazzina di fronte, salgo al sottotetto e infilo la chiave nel 10b, il mio monolocale.
Apprezzo il tepore della casa, seppur vuota e silenziosa è pur sempre un gradito riparo dalle intemperie. Mi apposto alla finestra, metto l’occhio sul binocolo e la tua esile figura appare nel mio campo visivo.
Le finestre senza tende mostrano il tuo appartamento scarno, ma lindo. Il cappotto ben appeso sull’attaccapanni da muro. Le scarpe le hai lasciate fuori, sul pianerottolo.
Torni dal bagno con un asciugamano per tamponare i capelli fradici, poi entri piano nella stanza buia. Lui dorme, come ogni mattina, e come ogni mattina piangi uscendo dalla sua stanza, poche lacrime veloci, subito scacciate da una mano rabbiosa. Poggi la schiena sulla porta appena chiusa, espiri e drizzi le spalle.
Cinque minuti dopo il vapore appanna i vetri e intravedo due sagome che fanno colazione, due ombre scure, con i capi che si sfiorano.
2
La pioggia ha lavato la città, tutto riluce. Cammino a passo spedito, fischiettando. Oggi è un giorno speciale, l’unico giorno in cui ti vedo spensierata. Non so come né quando, ma mi sono affezionato al tuo sorriso, dolce, pieno di vita.
 Oggi è il giorno del ‘Niña loca’.
Immerso nei miei pensieri commetto un errore imperdonabile: Apro la porta, facendo tintinnare il campanello. Cosa mi è preso dannazione? Mi sono distratto, come un novellino. I miei occhi incontrano i tuoi, gelo e calore insieme.
“Buongiorno!” la tua voce non è distorta da interferenze o disturbata dai fruscii delle apparecchiature, ma limpida e dannatamente reale.
“Buongiorno” Sostengo lo sguardo, ma dentro tremo. Potresti riconoscermi ora, potresti ricordati di me, rovinando tutto.
“Deve ritirare?” Chiedi fissando le mie mani vuote. Di colpo ricordo dove sono:
“No, vorrei che desse una rinfrescata al mio paltò” mento sfilandolo.
“Ah, e uscirà senza, con questo freddo?” chiedi visibilmente sorpresa. Devi pensare che io sia davvero strano, ora le possibilità che ti ricordi di me aumentano, devo uscire subito di qui.
Qualcosa però mi trattiene, un’assurda curiosità che incolla le mie suole al pavimento della lavanderia.
“No, aspetterò qui se non le dispiace” subito lo stomaco si contrae per quest’idiozia farneticante, ma comunque mi siedo.
“Oh, non c’è problema, ci vorrà un po’” dici, ora sei imbarazzata e forse impaurita. Vedo lo sguardo volare da me al telefono, come a misurare lo spazio per fiondarti a chiamare soccorsi.
Me ne sto in silenzio, un sorriso docile stampato sul volto, sperando di metterti a tuo agio.
Il ragazzino disegna.
“Non sei andato a scuola?” chiedo distrattamente, ma una parte di me sa che è anche per sfidarti, per mandarti un segnale. Infatti reagisci all’istante: gli occhi scuri divengono pozzi profondi, le sopracciglia corrugate e i pugni stretti. Solo per un istante, poi sorridi, un sorriso costruito, duro come cemento:
“Non stava bene oggi” rispondi, mentre lui mi guarda con aria ottusa. Non capisce nulla della mia lingua, lo tieni segregato in una cupola di cristallo destinata ad infrangersi in mille pezzi. Presto, molto presto.
Ora sembri nervosa, e anch’io lo sono, entrambi non vediamo l’ora che io esca da quella porta. Mi alzo dalla sedia, gettandoti un’ultima fugace occhiata.
“Ci ho ripensato, passerò più tardi, arrivederci”
Esco rabbrividendo, ma il mio petto ribolle di rabbia: ore ed ore di appostamenti, che rischiano di andare in frantumi. Ed ora mi beccherò anche un raffreddore.

3
Torno a casa reprimendo pensieri dementi sul fatto che tu possa essere arrabbiata. Eppure ero preparato: freddezza, distacco, niente empatia. Ma nonostante tutte le mie precauzioni è successo lo stesso.
Eccoci al ristorante. La tua amica, abito succinto, ricoperta di bigiotteria, ha già le guance rosse per la troppa sangria. Il tuo moccioso ruba i polpi dalla paella sogghignando e tu parli e parli nella tua lingua, sfogandoti del silenzio lungo un mese.
La donna t’interrompe spesso, parla con la bocca piena e rutta. Nonostante l’abito, non ha l’eleganza di una signora, ma la rudezza della gente di strada. Tu invece, con la semplice camicia bianca, i capelli raccolti sulla nuca e nessun gioiello, hai un’eleganza naturale, che mi ha attratto fin dal primo attimo in cui ho visto il tuo volto in quella foto.
Non ho osato prendere un tavolo, ho già rischiato troppo alla lavanderia. Per questo mi devo accontentare di vederti da lontano, senza poter udire il suono delle tue risa.
Fumo due, tre, sigarette, le spengo e le intasco.
 Finalmente uscite, ridi ancora, un po’ troppo forte, sarà colpa della sangria. Il bambino è assonnato e ciondola la testa poggiandosi a te.
  “Notizie di Jacob?”
Scuoti la testa mestamente.
“Non so nemmeno più se desidero che torni o che sparisca, non ne posso più di questo limbo, vorrei iniziare a vivere” Poi guardi il bambino, improvvisamente attento, col naso alzato su di te. Sorridi:
“Saluta la zia Randy, Radu”
“Ciao” sussurra con la falsa timidezza dei bambini.
 “Sta’ attenta”
Annuisci incamminandoti verso casa.
Vi seguo piano perché i miei passi non risuonino sull’asfalto.
4
 Ti stendi sul divano, ancora sorridendo. Io ti contemplo sorseggiando caffè. Tu, il mio spettacolo del sabato sera, tu, unica mia compagnia, divenuta ossessione della mia vita solitaria.
D’improvviso il suono del cellulare ci fa sobbalzare. Da quando vivo la tua vita, l’ho sentito suonare un paio di volte, mai di notte. Sono eccitato e deluso al contempo: forse il giorno che ho atteso così tanto a lungo da perdere di vista la meta, è finalmente arrivato e sento amara la perdita che inevitabilmente ne consegue.
Inciampi sbattendo un piede, saltelli imprecando e raggiungi l’apparecchio.
“Randy?”
‘Come Randy’ penso disorientato.
Sbarri gli occhi. Parli troppo veloce, riesco a decifrare poco, ma sento la tua angoscia. Afferro la pistola. Tutto succede di colpo. La tua porta si spalanca con uno schianto, entra un uomo corpulento, calvo, dal ghigno animalesco, non è lui.
“Tu, puttana!” urla spaccando il tavolino all’ingresso con una grossa mazza. Ti butta in terra, mentre gridi alla voce che ti chiama singhiozzando dalla camera accanto:
“Resta lì Radu, non uscire per nessun motivo!”.
“Credevi che non ti avrei riacciuffata?” È sopra di te e dalla tua faccia disgustata riesco quasi a percepire il suo fetido alito. “Voglio i miei cazzo di soldi!” Ti colpisce al ventre e il tuo gemito strozzato rompe le mie indecisioni. Dovrei rimanere lì a guardare, impassibile, ma corro da te giustificandomi che se muori tutto va a puttane.
Salgo le scale a due a due, mentre i colpi sordi dal tuo salotto hanno svegliato i vicini. Si affacciano insaziabili di tragedie da raccontare, ma rimanendo al sicuro delle quattro mura.
Arrivo all’ingresso, tu sei distesa, sangue sulla mazza e sul pavimento, ma non urli, mentre l’energumeno ti ha bloccato le mani sul freddo pavimento.
Metto mano alla pistola, poi cambio idea e prendo la mazza e colpisco con tutta la rabbia che non riesco a reprimere. Mi fermo solo quando tu mi implori di farla finita, che è morto.
Mi blocco, ti guardo, capisco che mi hai riconosciuto. È andato tutto in malora, pazienza.
“Chi cazzo sei tu!” gridi e vedo più terrore per me che per l’uomo che stava per violentarti e che ha reso il tuo volto una maschera sanguinolenta.
“Io…” inizio a dire cercando le parole giuste. Mi interrompi spingendomi via con entrambe le mani:
“Vattene!”
Indietreggio fissandoti, inebetito.
Poi ci ripensi: “Portati via questo escremento!” Alzi le mani alla bocca, disgustata. “Mio dio lo hai ucciso, cazzo sei matto?”
“Io…” Le parole non vogliono uscire, le reazioni non sono immediate, la mia faccia di bronzo non viene a salvarmi, tentenno impacciato, quasi impaurito.
“Cosa sei un maniaco? Vattene subito e lasciami stare, capito? Non mi fai paura!”
Sembri isterica, afferri la mazza. Hai paura, sì, ne hai davvero molta, ma sei una leonessa che difende se stessa e il suo cucciolo, non esiterai ad avventarti contro di me, pur sapendo di non avere scampo.
Afferro l’uomo dal cranio fracassato, lunghe scie di sangue si formano sul pavimento prima che riesca a issarmelo in spalla.
Salgo le scale e arrivo sul tetto, entro nello sgabuzzino condominiale e lo ficco lì. Domani sistemerò la faccenda. Per oggi mi limito a scendere le scale con noncuranza, tornando nel mio appartamento, per un’ultima notte. Domani dovrò sparire.
5
Il bilocale è migliore del primo, ma mi è estraneo. Mi affaccio alla finestra, la visuale sul tuo appartamento è obliqua, poco soddisfacente. Sbuffo, seccato e nervoso. Vado in bagno e apro il sacchetto, mi accingo a usare la tintura scura, come le lenti, e tagliar corti i capelli mossi.
Ti vedo uscire zoppicando un po’.
Esco calcando il berretto in testa, giacca sportiva e jeans attillati.
Ti fermi davanti ad una villetta, nel quartiere bene. Ne esci, come previsto, con un paio di dalmata e un cocker al guinzaglio, per il tuo strampalato lavoro domenicale. Un sorriso di plastica costruito per l’occorrenza, che muore appena ti volti.
Anche tuo figlio sorride, accarezzando i cani latranti che gli zampettano addosso.
Destinazione parco. Mi avvio prima di voi, posizionandomi dove so che andrete. Voglio rischiare il tutto e per tutto mettendomi dove mi vedrai, provando la solidità del mio camuffamento.
Mi raggiungi, getti un’occhiata distratta verso di me e passi oltre. Istintivamente copri con la mano l’occhio pesto, pudore e timore di poter attirare l’attenzione. Ti siedi di fronte a me, lo sguardo perso nel vuoto, cupo e impenetrabile.
Tiro fuori un blocco da disegno e mi metto a scarabocchiare, prima che possa rendermene conto i tuoi tratti compaiono sul volto della donna che prende vita sul mio foglio.
La palla finisce sotto la mia panchina, tuo figlio si fionda a prenderla, si accuccia e allunga la mano, non ce la fa, mi inginocchio e afferro la sfera appiccicosa, reprimendo il disgusto.
Sento la tua voce alle mie spalle, devo rimanere calmo.
“Radu vieni via, disturbi il signore”
Mi alzo, sorridi, poi il sorriso si blocca. ‘cazzo mi ha riconosciuto’ penso. Istintivamente la mano va alla pistola, poi seguo il tuo sguardo, non guardi me, ma il foglio.
“Non volevo invadere la sua privacy, vuole che lo strappi?” chiedo con voce cantilenante dall’ accento ispanico.
Vedo il tuo volto combattere ed infine rilassarsi:
“È bellissimo” dici, e vedo un sorriso vero spuntare sulle labbra spaccate.
Rimango spiazzato quando ti siedi sulla panchina:
“Posso?” chiedi sfogliando il blocco.
“È bravo, davvero bravo” Il tuo sorriso mi paralizza. Mi siedo, il mio corpo, abituato a fingere, recita la sua parte: la gamba piegata con noncuranza sulla panchina, le mani, con i guanti dalle dita mozze, indicano un’immagine, senza alcun tremore:
“Questo passero stava lì fermo, voleva un ritratto” scherzo, mentre sento rombare il cuore nelle orecchie.
“A me piace questo” indichi il mare tempestoso.
“È suo” stacco il foglio dal blocco e te lo porgo.
“Mio? No, no, io non posso…”
“Lo prenda” insisto.
Sorridi ancora, scosti una ciocca di capelli dal volto, sistemandola dietro l’orecchio.
Dio come sei bella da vicino, mi sale un moto di rabbia per quel maiale che ti ha ridotto in questo stato. M’irrigidisco pensando che devo ancora sistemare quella questione. Ricordando d’un tratto chi sono e chi sei tu.
Devi percepire qualcosa perché non sorridi più:
“Mi scusi, l’ho importunata” ti alzi. “Ora devo andare” allunghi una mano verso di me. “Mi chiamo Sonia”
“Francisco” rispondo accarezzandoti la mano. Sento la mia voce dire:
“Resta ancora un po’ ti prego” mentre l’altra voce nella mia mente impreca: ‘imbecille’
Abbassi lo sguardo arrossendo, torni a sederti e sono sicuro che stai pensando anche tu di esser diventata matta.
“Da dove vieni?” chiedi.
“Toledo, son qui per disegnare un po’ di bellezze locali e cercare fortuna”
Ammicco. Tu rispondi a tono, civettando un po’:
“Non sono del luogo e di certo non sono una bellezza, non ora”
La butto sullo scherzo:
“Dovresti far attenzione per le strade ghiacciate con quella muta di cani che ti tira il guinzaglio, oltre a ridurti così potresti travolgere qualcuno”
Ridi, una risata cristallina, poggi con noncuranza una mano sul mio ginocchio e devo trattenermi da non coprirla con la mia.
Rimaniamo lì a lungo, il mio cervello sembra in panne, non memorizza ogni cosa succeda intorno, non registra i secondi passati né chi transita intorno a noi.
Non mi rendo conto che il tempo è volato finché tu non ti alzi di scatto:
“Oh mio Dio è tardissimo, è stato un piacere Francisco” ti chini sul blocco afferrando la matita a carboncino, scrivi dei numeri, poi alzi il capo sorridendo un po’ timida:
“Mi piacerebbe rivederti” ti giustifichi e scappi via lasciandomi lì con le narici ancora piene del tuo odore.
6
Me ne sto al freddo sull’uscio, indeciso se entrare o scappare, pochi clienti nottambuli si contano sulle dita nel locale. Sbircio dentro ancora una volta e vedo il tuo volto tirato dalla stanchezza sorridere gentile ad un acquirente. Ancora una decisione impulsiva, entro imprecando contro la mia stupidità, mentre la parte idiota che è spuntata in me mi zittisce:
“Ciao” esordisco. Spalanchi gli occhi, vi leggo un guizzo di gioia.
“Ehi, che ci fai qui?”
“Soffro d’insonnia”
“Allora decaffeinato”
“Si chiude, non avete sonno?”
La voce ci fa sobbalzare. La notte è trascorsa parlando, sei divertente ed intelligente, oltre che bellissima. La voce che gridava ‘non puoi! ’ è ormai messa a tacere.
“Posso accompagnarti a casa?” ti chiedo preparandomi al no: so dove vai ogni mattina.
“Sì, certo” mi sorprendi e a stento trattengo un sorriso.
“Allora…chiamami” sussurri sul portone. Rimango lì imbambolato mentre mi stampi un leggero bacio sulle labbra. Sto lì fino a che il sole salendo non riscalda la mia nuca, riscuotendomi.
7
Giro e rigiro il pezzo di carta strappato dal blocco nelle mani sudate. Non posso chiamare, non posso gettare tutto alle ortiche per un capriccio senza senso.
Vado alla finestra e ti vedo rilassata sul divano, una settimana è passata e domani è di nuovo riposo, andrai al parco ed io potrei incontrarti lì ‘per caso’, ma ho voglia di sentire la tua voce ora, un impulso che attanaglia le mie viscere e caccia via la consapevolezza che non devo farlo. Le mie dita digitano quei numeri e sento squillare libera la linea, mentre ti alzi sorpresa e timorosa allo squillo inatteso.
“Pronto” sussurri.
Devo riagganciare.
“Ciao, sono Francisco”
Il sorriso che compare sulle tue labbra mi rende completamente ebbro, dimentico il discorso che mi ero preparato.
“Vuoi uscire?” chiedo in modo infantile.
“Si” rispondi tu, in un soffio.
Sono al settimo cielo, me ne frego delle innumerevoli conseguenze, mentre mi preparo a portarti fuori, pregustando il fatto che ti starò vicino.
Un telefono suona, il tuo, lo sento gracchiare dal microfono e prima ancora di sentire chi è, il mio istinto mi dice che tutto è finito, senza che sia iniziato.
“Jacob” dice la tua voce strozzata.
8
La testa mi esplode, il cuore martella, devo essere cauto. La tua figura immobile sul molo scruta l’orizzonte, le mani artigliano la stoffa del vestito.
Alzo lo sguardo alla ricerca degli altri, non posso rischiare di fallire, non stanotte, ma non ho la calma necessaria, il mio piano ha una falla, insignificante quando è stato pianificato, ma da cui ora sta defluendo tutta l’acqua in cui annegherà la mia coscienza.
Senza controllo cerco un’alternativa. Ancora una volta metto a rischio tutto per te, una sconosciuta. Eppure tengo a te, in un modo strano e malato, che mi costringe a riflettere su cosa sarà dopo stanotte.
La luce di un’imbarcazione mi riporta alla realtà. L’addestramento ricevuto prende il sopravvento. Lo sguardo scandaglia ogni angolo del porticciolo, valutando ogni pericolo, la mano all’arma, le gambe pronte a scattare.
Interminabili momenti in cui tu ti torci le mani. Forse pensi a me? Inizi a camminare avanti e indietro, il volto corrucciato. Ti mordi il labbro inferiore. D’un tratto ti allontani tirando per un braccio il bambino. Il cuore si ferma un istante nel mio petto e freno un sorriso neonato. Ma muore all’istante, perché tu torni indietro, ti siedi su una panchina, prendi il volto tra le mani e vedo le spalle alzarsi ed abbassarsi ritmicamente. Radu si avvicina abbracciandoti alle spalle:
“Mammina, non piangere” ti sussurra piangendo lui stesso, scostandoti i capelli dal viso, cercando di aprire uno spiraglio per vedere i tuoi occhi e cancellare la sofferenza dal volto che ama.
Vorrei venire io lì, poggiare le mie mani su quelle spallucce fragili, consolarti. Ma serro la pistola con ambedue le mani, le nocche bianche, i denti che scricchiolano per la tensione.
“Tenetevi pronti” Parlo alla trasmittente. Un attimo ancora ed esplode il caos. Dovevo prendere solo lui, bloccarlo, lasciando te al tuo destino. Invece corro, ti sollevo alla vita con un braccio, nell’altro prendo Radu e corro lontano dal fuoco incrociato.
Urli, scalci, poi mi riconosci e ti blocchi spaventata e delusa.
Nell’auto schiaccio l’acceleratore, tu taci sbirciando dal finestrino la squadra che cattura il tuo uomo.
“Chi diavolo sei?” mi dici fissando il mio profilo. “Mi hai sentito? Chi sei!” urli furiosa. Appena sono certo che sei al sicuro inchiodo e mi volto. Mi fissi e vedi i miei occhi chiari, non quelli scuri che hai visto al parco.
“Francisco… sei l’uomo che mi seguiva!” provi ad aprire la portiera bloccata.
“Aspetta” ti supplico. T’abbraccio da dietro bloccandoti, stranamente non fai resistenza.
Ti poso un bacio sulla tempia, ma ti sento rigida:
“Sono un agente” ammetto.
“Mi hai seguito per arrivare a lui” comprendi. La tua voce taglia come lama e so che non c’è nulla che posso dire per farti capire come mi sento.
“Sì” dico, senza tentare di spiegare nulla.
Prendo la radio: “Ho inseguito il soggetto alfa, mi è sfuggita, la cercherò nei luoghi a lei familiari, gli altri sono al sicuro?”
“Eccoti! Ti sei perso il più bello amico: arrestati con un carico enorme di coca e dieci prostitute a bordo, non avrai tutto il merito caro mio, mi spiace, il lupo solitario dividerà gli onori!”
Scuoto la testa, quell’imbecille di Calton avrà una grossa gratifica senza aver fatto un cazzo.
Siamo sotto casa tua. “Prendi un po’ di roba al volo, starai nascosta per un po’, fintanto che non troverò documenti per voi. È tutto finito Sonia” ti dico.
Mi fissi senza accennare a muoverti, poi i tuoi occhi brillano, di slancio mi baci lasciandomi senza fiato.
Sorrido guardandoti allontanare.
“Io va a szkoła?” chiede Radu rompendo il silenzio.
Il mio sorriso si allarga, tiro fuori una sigaretta per frenare le emozioni.

“Si, ragazzo, ci andrai di sicuro”.

LE ALTRE MIE STORIE SU 20LINES


ultimo acquisto

Ecco un altro libro molto promettente, appena comprato e nnon vedo l'ora di leggerlo!




 http://www.amazon.it/Legoismo-del-respiro-Gia…/…/ref=sr_1_1…





SiSinossi

Cuoco in una tavola calda a Sacramento, ottimo amico per i colleghi e quasi un figlio per i titolari. Una vita normale e soddisfacente se non fosse per l'innato istinto omicida e un personale senso di giustizia: Colton Miller è un'anima selvaggia, che ama uccidere i peccatori e che si diverte a cercare lo sgomento negli occhi delle sue vittime, decifrandone gli ultimi inutili pensieri; un'ombra tormentata dagli orribili e confusi ricordi d'infanzia, in cui la violenza tocca gli apici dell'inconscio e si mischia all'angoscia più profonda. Ma il passato non è l'unica cosa da cui scappare. C'è qualcos'altro, lì fuori: una minaccia. Un'entità che inizia a tormentarlo; qualcuno disposto a schiacciare chiunque si metta sulla propria strada. In tutto questo chi è la vittima e chi il carnefice? Ma sopratutto, dove finisce l'agonia e inizia il piacere?!

domenica 15 marzo 2015

tenere a bada la propria fantasia


Scrittori, quanto galoppa la vostra fantasia?   Quanto faticate a stargli dietro? Quanto incide nella vostra vita privata? Non so se sono io o è una cosa comune tra gli 'scrittori' Le idee arrivano a valanga, quando sono meno attese e spesso collegate in modo talmente marginale a quel che sto facendo che mi fanno sorridere: Sto guardando un film, un personaggio attira la mia attenzione per un particolare modo di parlare o vestire: zak... nasce nella mia testa un personaggio pronto per una storia. In fila al supermercato due tipi litigano per il posto in coda alla cassa zak... ecco che creo una trama alternativa in cui ci sia la stessa dinamica di litigio. E' divertente ed esaltante, non faccio che scrivere appunti da tutte le parti, ma c'è un ma: Mi dimentico le chiavi dentro casa chiudendomi fuori, dimentico che c'è una scadenza importante al lavoro, dimentico di comprare proprio la cosa per cui ero uscita a far la spesa, sbaglio strada per tornare a casa dal lavoro perché stavo fantasticando su un pezzo da includere nel mio romanzo. Insomma sono diventata una distratta cronica. Esiste la cura per questo male? :-) la mia esasperante fantasia mi lascerà stare? voi come vi regolate a tal proposito? Qual è il trucco per rimanere con i piedi per terra?

giovedì 12 marzo 2015

Non pensavo che la promozione fosse così faticosa.... sinceramente sono un po' stanca di correr dietro a classifiche, gruppi facebook pubblicitari e robe simili. UN attimo di scoraggiamento, di solito sono molto positiva, ma... beh, capita no?
Uno pensa che pubblicando il più sia fatto, lo scopo raggiunto, invece no, la salita è appena iniziata: una guerra a suon di spam, di lambiccamenti del cervello per escogitare un modo carino e non invasivo per farsi conoscere.
E poi arriva la sequela d'imbroglioni, che ti propone di tutto, a pagamento, giocando sull'ingenuità dell'autore in erba. Ormai ho il disgusto per tutto e tutti e per la prima volta in vita mia sono diventata diffidente. é davvero un mondo ostico quello editoriale ed io credo di aver bisogno di una pausa. Il mio desiderio principale, la mia gioia, è scrivere e penso che mi dedicherò principalmente a questo in questi giorni. Ho voglia di staccare la spina, via dalla classifica amazon-kobo, dalle recensioni che magicamente spariscono senza alcun motivo, via da chi rompe in ogni modo che la fantasia possa suggerire... tutti pretendono, pretendono e nessuno si ferma ad ascoltarti veramente.
VOGLIO SCRIVEREEEEE!!!
Scusate lo sfogo, oggi è una giornata no, e almeno sul mio blog posso gridarlo ai quattro venti , senza che qualcuno giudichi o critichi, scrivendo cattiverie solo per il gusto di 'metter becco' 
buon pomeriggio gente, vado a scrivere un po' del seguito di Phoenix.
:-)

mercoledì 11 marzo 2015

Book chef

http://ilmomentodiscrivere.org/2015/02/02/pubblica-il-tuo-racconto-con-bookchef-il-web-talent-di-scrittura-creativa-de-il-momento-di-scrivere/


Partecipa  a BookChef e diventa uno scrittore!

Sei ancora in tempo a partecipare, aspettiamo il tuo racconto !!!!!!




Il momento di scrivere è orgoglioso di presentare la prima edizione del web talent di scrittura creativa BookChef. In palio per i partecipanti lapubblicazione delle proprie opere con importanti editori e una scheda di valutazione per una propria opera completa.


Ci piace definire BookChef un
 web talent di scrittura creativa. Se invece volete una spiegazione classica, è un concorso letterario online.

Cos’è BookChef?

BookChef nasce dalle menti di Giuseppe Monea e Francesca Rossini (li conoscete, vero?). I due autori del blog hanno deciso di organizzare una gara tra aspiranti scrittori e mettere in palio la pubblicazione delle loro storie grazie a due importanti editori: Infinito Edizioni e Genesis Publishing. Inoltre, gli amici di Nativi Digitali Edizioni offriranno una scheda di valutazione per un’opera completa.

giovedì 5 marzo 2015

le mie letture 2

Ecco la seconda parte. Ora non mi resta che leggere quelli che mi mancano....
ecco i link:



l'attimo eterno


dodici posti dove non volevo andare


a un passo dalla vita




VI SEGNALO ANCHE QUESTI, NELLE MIE PROSSIME LETTURE:


carne umana


la piscina delle mamme



Solo un Attimo

solo un attimo

un po' di libri appena letti o da leggere nel mio pc :-)


squarcio
 quando cala il buio
prima che sia buio
verso carola
 rosso angelo
le tre lune di panopticon

FINALE JONAS




Qualcosa lo fece svegliare, la riconobbe ancor prima di aprire gli occhi: era la sua mano poggiata sulla guancia. Non seppe reprimere un sorriso. Lo fissava seria, Jonas temette una sfuriata. Ritrasse la mano, ma lentamente, fissandolo.
“Mi dispiace” disse semplicemente. “Non sono sempre stato così stronzo vero?”
Finalmente lei sorrise, scosse la testa e Jonas notò che piangeva. Gli si buttò al petto e prima che potesse formulare un qualsiasi pensiero coerente lo baciò. In un attimo milioni di momenti come quello, eppure diversi, affollarono la sua mente. Baci della donna che aveva amato e perduto, sensazioni che aveva creduto perse e che ora vorticavano nel suo animo spezzettato.
L’amò con tutta la passione di una prima volta, ma con la consapevolezza e la disperazione di un’ultima.
“Non ricordo ancora tutto, ma so che ti amavo, e che provo ancora qualcosa di indelebile per te Emma” le disse più tardi, i loro corpi abbracciati in quello sgabuzzino, come clandestini.
“Lo so” commentò lei sfiorandolo di piccoli baci sul petto.
“Devo andare alla Braintec, lì ci sono le risposte” disse poi riscuotendosi e alzandosi di scatto.
“Ho qualcosa per te, qualcosa che volevo darti quando fossi tornato in te stesso”
“Non sono ancora me stesso, non del tutto”
“Lo sei molto più che negli ultimi mesi prima dell’incidente” sorrise lei alzandosi a sua volta.
Posò ancora lo sguardo avido sul suo corpo perfetto, ricordandosi solo allora delle sue gambe sintetiche. Si sbrigò a coprirsi, ma lei lo fermò.
“Nathan?”
Lui la guardò imbronciato.
“È stato bello” disse arrossendo lievemente.
Il suo sorriso rischiarò il suo umore.
“Ecco” gli porse una valigetta. Lui l’aprì evi trovò un dispositivo di memoria esterna.
“È tuo, te lo avrei dato, ma non eri pronto”
Posizionò i sensori alle tempie e si preparò a cercare qualcosa d’interessante tra i dati. Aprì la mail che aveva dimenticato di avere. Ce ne era una che attirò lo sguardo: era datata 1/9/2090 Alla stessa ora dell’incidente. Era della dottoressa Hors. Una cartina. La braintec aveva tre laboratori clandestini, poi c’erano le abitazioni del proprietario. Cinque: tre in città, una a Newmiami e l’ultima a Coldlake. Nessun testo.
Attivò istantaneamente la chiamata: “Hors ti passo a prendere tra due minuti, se c’è ancora speranza che sia viva so dove trovarla”.
Non aveva altre possibilità, se avesse fallito avrebbero diramato l’allarme e fatto sparire la Hors, sempre che fosse ancora viva
 ……
coldlake era silenzioso e isolato, i tre avanzavano, pistola alla mano tra fitte canne. Gli occhiali termici rivelarono la presenza di un unico uomo. Dopo tutto quel tempo i controlli erano scemati, cercò di convincersi Jonas. Sperò con tutto se stesso che il motivo non fosse il più ovvio: non c’era più nulla da controllare.
“Andiamo!”
Fecero irruzione: un ubriacone, una dottoressa e un invalido. L’uomo fu atterrato immediatamente dal colpo preciso dell’agente anziano, che sembrava ringiovanito.
Perquisirono la casupola, nulla, Jonas stava per dichiararsi sconfitto quando udì leggeri colpi sotto di lui. Percorse avanti e indietro il pavimento di legno, poi iniziò a dare colpi con il piede: “qui!” si accucciò e tirò fuori una lama laser, di quelle per il campeggio. Un attimo dopo la vecchia botola scattò e una luce artificiale illuminò il suo volto. Scesero e si trovarono in un laboratorio lindo, moderno e quasi accogliente. Hors crollò in ginocchio piangendo di gioia, mente la figlia lo abbracciava tra i singhiozzi. Jonas sentì il sangue colare dalle narici. Si sedette su un divanetto e aspettò che i giramenti di testa passassero.
La ragazza lo guardò riprendendosi subito:
“Non pensavo fossi ancora vivo, hai il chip?”
“No, me lo hanno tolto, ma non ricordo nulla e non mi sento molto in forma a dire il vero” come in risposta alle sue stesse parole vomitò.
“È colpa mia, gli ho inserito i mei ricordi per smuovere la memoria ed arrivare a te” piangeva ancora, come un bambino.
“Il chip corrode lentamente l’amigdala e parti delle aree associative del lobo temporale, l’idea era che si sostituisse ad esse per incrementare la capienza dei ricordi. Ma pare che il cervello si difenda rigettandoli”
“Ma io non ho più il chip”
Emma gli tamponava il naso, preoccupata.
“Andiamocene, prima che scatti qualche sistema di allarme, riuscì a dire Jonas, si alzò barcollando e seguì gli altri.
…..
Aprì gli occhi, ancora l’ospedale, ma sorrise vedendo lei al suo fianco.
 “Sembra che il chip abbia corroso anche l’ippocampo e che il processo innescato sia irreversibile: il tuo cervello sta attaccando se stesso” disse.
E Jonas si domandò cosa diavolo ci fosse da sorridere.
“Abbiamo una soluzione” disse finalmente, accarezzandogli la fronte. Lui alzò un sopracciglio in segno di domanda.
“Nostro figlio” disse in un soffio.
Jonas si alzò di scatto:
“Io, io mi dispiace”
“Lo so, l’ho perso dopo il tuo incidente: troppa paura di perderti”
 “Non ti ho chiesto io di abortire?” sembrava liberato di un peso enorme.
Lei scosse il capo, gli occhi lucidi. Non avrei potuto, eri cambiato e mi hai detto che saresti uscito dalla mia vita e dalla sua, per proteggerci. Non sapevi cosa ti sarebbe successo.
La Hors intervenne bruscamente: “Non è un’operazione semplice e dobbiamo tentare prima che la situazione peggiori”
Jonas guardò senza capire.
“L’embrione è conservato, come da procedura standard e ha il 50% del tuo DNA, ed un cervello in forma primitiva, pronto ad adattarsi e crescere legando con il tuo. Avrai ancora infiltrazioni della vita di mio padre e buchi di memoria, ma potrebbe funzionare. Potrai forse riavere i tuoi ricordi, ma soprattutto non rischierai di divenire un vegetale.
Jonas sentì stringere forte la mano e per la prima volta, da quando si era svegliato in quello stesso letto sapeva chi era e cosa voleva, era felice:

“Facciamolo”