giovedì 22 gennaio 2015

5 capitolo jonas

libertà


L’armadietto si chiuse con uno scatto secco. Indossare abiti veri lo faceva sentire bene, ma un po’ a disagio. Abbassò lo sguardo sulle scarpe sportive che spuntavano dai pantaloni della tuta dal tessuto liscio. Non si era ancora abituato a quel prolungamento di sé, che gli rendeva possibile muoversi, ma che non riusciva a sentire proprio. Si girò e sentì i circuiti reagire al comando della sua mente. Sorrise amaramente, era per molti versi simile a quei robot che tanto odiava. Sospirò, finalmente era libero, dopo oltre un mese d’inferno poteva ricominciare a vivere. Era stato il mese più frustante della sua esistenza, non che ricordasse poi molto della sua vita per esserne assolutamente certo.

“Toc toc” mimò la dottoressa.

“Oh, ancora lei, ho già firmato, non sono più sotto le sue grinfie”

Rispose brusco, ma sotto la maschera da burbero nascondeva una crescente simpatia per la donna che gli era stata accanto, sopportando stoicamente tutti i suoi momenti no, ed erano stati davvero tanti.

“Non ci sperare troppo, ha i controlli settimanali Jonas, la voglio qui ogni lunedì alle sette”

“Ed eccola lì pronta a smorzare il mio entusiasmo” ribatté lui, infilando la felpa della tuta e sollevando la leggerissima sacca con i suoi miseri effetti personali.

“Sicuro di non voler cercare un appartamento? Ce ne sono di carini vicino all’ospedale così potrà…”

“L’albergo andrà bene, l’assicurazione ha sganciato un bel gruzzolo”

“Già” disse lei rassegnata.

“Buongiorno” l’uomo dai baffi comparve sulla soglia e i due sobbalzarono di sorpresa. Aveva ceduto, dopo i fallimenti di Jonas nel ricordare, aveva dato di matto. Jonas era riuscito a sapere che c’era di mezzo sua figlia, rapita durante l’operazione in cui lui era stato ferito. E piano, piano si era rassegnato, distrutto dal dolore aveva dato le dimissioni. L’ispettore Hors non c’era più, rimaneva un vecchio distrutto dal dolore, che beveva troppo e si piangeva addosso. Tutto questo per colpa sua. Jonas provò una fitta di dolore nel vederlo, smagrito e dalle gote arrossate dall’alcol.

“Che ci fa qui?” chiese distaccato, per non mostrare il suo dispiacere.

“Ti accompagno” disse solamente. Jonas non fece domande, si avviò con lui facendo un saluto militare scherzoso alla dottoressa: “Adios bellezza”

“A lunedì detective” sorrise lei. Jonas non poté evitare di sorridere di rimando. Aveva smesso di chiedersi cosa le ricordasse quella donna, godendosi invece le sensazioni piacevoli che gli procurava la sua vicinanza.

L’uomo taceva mentre l’accompagnava a destinazione, l’auto sbandava vistosamente nel traffico, sorvolando all’ultimo momento persone e cose sollevandosi di scatto verso l’alto, Jonas aveva voglia di vomitare.

“È ubriaco” disse. Non era una domanda e l’uomo non rispose.

Imboccò i vicoli di Vivaldi Street. Lo splendore della città antica rimaneva un ricordo protetto dal plexiglass.

“Non è questa la strada” disse dopo un po’. I suoi ricordi erano lacunosi, per molte cose inerenti al suo passato, ma chissà come ricordava quelle zone, doveva averle pattugliate più e più volte. A conferma di ciò un lampo e il volto scuro del suo collega comparve a ricordargli il completo fallimento: Non aveva ricordato, non poteva vendicare la sua morte e soprattutto la figlia dell’ispettore a quest’ora giaceva sicuramente morta nel fondo di qualche putrido fiume.

L’ex poliziotto continuava a tacere, il fianco del veicolo colpì più volte le protezioni poste sulle mura antiche.

“Attenzione, infrazione, alla prossima anomalia contatto centrale. Vuole segnalare un guasto?” la voce meccanica avvisava che stavano per essere nei guai.

“Sì, lieve guasto alla propulsione, ci stiamo per fermare”

“Ha bisogno di assistenza tecnica?”

“No, il mio drone è un m55, in grado di riparare il danno” Poi tacque.

“Il suo drone eh?” disse Jonas, ma l’uomo sembrava assente. La puzza di alcol stava divenendo insopportabile e l’ispettore sembrava concentrato nell’intento di non andare ancora a sbattere. Poi di colpo frenò.

Jonas osservò l’asfalto pieno di crepe, non era stato sostituito dai mastici anti urto delle zone bene. Si vedevano gruppetti di bambini giocare con un rottame, cercando di farlo resuscitare per giocare. L’uomo scese e disse: “Seguimi”

Jonas non si mosse, fissando quel misero robot, che doveva essere la carcassa di un cane o un gatto, uno di queglireal pets, che facevano persino la pupù. Scosse il capo disgustato.

“Allora?” lo incitò l’altro dall’esterno.

“Non scendo se non mi dice dove andiamo!”

“A recuperare quei ricordi in un modo o nell’altro”

Jonas si bloccò, guardò i caseggiati dalle finestre con le inferriate, l’insegna penzolante di un negozietto informatico da quattro soldi, di quelli in cui porti a rottamare la tua caffettiera quando ne esce un modello più nuovo. Sbuffò e sentì il sottile fruscio delle protesi che ricevevano l’ordine di alzarsi. Lo seguì all’interno di un palazzo cadente, mentre i ragazzini si accalcavano vicino al veicolo lussuoso di Hors.

 Cosa accadrà ora a Jonas?
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