mercoledì 14 gennaio 2015

Accettando la sfida di un mio amico mi cimento nel mio stesso esercizio assegnato nella rubrica ESERCITANDO. ed ora chi vuole provare? queste le linee guida:
Scrivete un brano, massimo 8000 battute, in prima persona singolare, tempopassato ( sono ammessi tratti al presente, ma la predominanza deve essere al passato remoto) genere a scelta tra: Rosa, Horror e Thriller.
Le parole da inserire e scrivere interamente in maiuscolo sono: MANICOMIO, CICATRICE, EREDITÀ, IMBELLETTATO, BORIOSO, CONTINUAMENTE, VICENDEVOLMENTE



Reclusa
horror
La persiana aveva battuto continuamente in quella notte ventosa, ma non potevo fissarla al gancio. La cicatrice bruciava, la vescica gonfia, minacciava di esplodere. Decisi che era giunto il momento di alzarmi.
Arrancai alla ricerca di un appiglio, cercando mille posizioni per non sentire il dolore che mi procurava ogni singolo movimento.
Poggiai entrambe le mani al letto, cercando di riprendere fiato, mentre odiose lacrime scivolavano sul volto, accartocciato in una smorfia di dolore.
Passarono almeno cinque minuti, cinque minuti lunghissimi in cui maledicevo il fatto di essere viva e in cui il mio cervello si ostinava a trovare una via d’uscita alla sofferenza.
Cinque minuti in cui i miei gemiti si fondevano col gocciolio insistente del lavandino rotto. Mi tenni stretta la fasciatura all’addome, di solito premere forte attutiva il dolore durante i momenti. Mi drizzai guardandomi intorno alla ricerca di appigli per arrivare alla meta. Una seggiola ai piedi del letto era l’unico strumento che potevo usare, mi spostai di lato trascinando piano i piedi, lo sguardo puntato verso l’oggetto del mio desiderio: il water.
 Il gocciolio! Sembrava mi dovessero esplodere i timpani ad ogni cadenzata caduta del liquido.
Iniziai a contare mentalmente, illudendomi che il tempo scorresse più veloce. Dopo un’eternità arrivai alla seggiola. L’avrei usata per trascinarmi alla meta. Un sorriso amaro spuntò sulle mie labbra spaccate. Ma il mio peso era troppo e il mio passo instabile, la gamba della seggiola s’inceppò sul bordo di una mattonella, nel pavimento sconnesso e precipitai a terra.
Non so quanto tempo passò, credo di essere svenuta. Mi svegliai in una pozza di sangue e urina. La ferita riaperta per i miei inutili sforzi di andare a fare ciò che ora giaceva sul pavimento mischiato al mio sangue. Imprecai e piansi, la stanza girava in una giostra che cambiava verso in continuazione, disorientandomi.
Passi per il corridoio. D’un tratto lucida cercai con le forze rimaste di trascinarmi sotto al letto, come se servisse a qualcosa, come se potesse salvarmi dall’arrivo di LUI.
La serratura scattò, mentre i miei denti calavano in uno spasmo sulle labbra, lacerandole in profondità. Ferite sopra le ferite.
Non disse nulla, non lo faceva mai. Mi acchiappò per le braccia, poi cambiò presa sotto le ascelle, per tenermi più saldamente, mi gettò sulla branda, mentre un grido straziante usciva dalla mia bocca, talmente forte da sembrare disumano, stupendo persino me che fosse uscito dalla mia gola.
Giacevo supina aspettando l’inevitabile trattamento. Mi controllò frettolosamente la ferita, poi strinse forte le cinghie alle braccia e alle gambe.
“Ti prego, ti prego, farò tutto quello che vuoi, lasciami libera, lasciami andare, farò tutto quello che vuoi”  sentii la mia voce dimessa e supplicante, patetica! Faceva ribrezzo alle mie stesse orecchie.
I nostri sguardi si scrutarono in un brevissimo attimo, vicendevolmente impegnati a mandare il proprio messaggio. Di supplica il mio, di desiderio misto a disgusto il suo, che avevo imparato a conoscere, dopo lunghe giornate impegnate a cercare una spiegazione a tutto quel che stava accadendo.
Poi gli occhi si strinsero in due fessure, mentre mi si scioglievano le budella dalla paura per ciò che sapevo sarebbe successo.
Il volto appena coperto da un’ispida peluria si trasformò sotto i miei occhi, a nulla valsero le mie grida, le mie suppliche soffocate tra le lacrime che colavano miste a muco nella gola secca e dolorante.
La carnagione scura divenne cinerea, quasi il suo volto fosse stato imbellettato per bene con cipria chiara o correttore. La mascella si serrò, le mani si alzarono come al rallentatore e mi scostarono i capelli madidi dal volto.
“No, no ti prego, no!” supplicavo ancora, pur sapendo che le mie suppliche lo eccitavano ancor di più.
Un ghigno animalesco spuntò mentre le mani calavano sul mio collo inerme. Strinse, strinse sempre con più foga, mentre gli occhi divenivano lucidi di piacere e i miei strabuzzavano fuori dalle orbite. Strinse finché non persi i sensi. Quanto avrei desiderato morire soffocata, dar fine alle mie sofferenze. Invece il gocciolio delle tubature mi destò. Non volevo aprire gli occhi. “No, no, noooo!” gridava la mia mente, mentre il sapore ferroso colava nella gola. Tossii, una, più volte. Rimasi ad occhi chiusi, sperando che per magia tutto sparisse. Mi crogiolai nell’assurda fantasia di aprire gli occhi nella mia camera. La prima cosa che avrei visto sarebbe stata la mensola con i miei libri preferiti, come mi mancava sfogliare quelle pagine amate, sentirne l’odore, la sensazione che procura il frusciare dei fogli tra le dita. Il più amato Robinson crusoe, avuto in eredità da mio nonno, o meglio, sottratto alla spazzatura durante la ripulitura del garage, dopo che lo avevamo sbattuto in ospizio e affittato il suo appartamento. Lo sguardo borioso di mio zio Gianni che mi dice: “Fa vedere che hai preso” e mi strappa il libro dalle mani per restituirmelo subito dopo, constatando che non valeva che pochi centesimi, riusciva ancora a farmi innervosire, nonostante tutto. ‘È già qualcosa’ pensai, ‘la vita reale è ancora in grado di tornarmi alla mente e darmi emozioni’.
La sete mi attanagliava, la ferita pulsava in modo insopportabile, dovevo ancora urinare, ma non mi feci problemi a farlo nel letto. Aspettavo la morte e pregai che arrivasse presto.
I miei sogni ultimamente erano popolati da scene in cui il lo facevo infuriare in ogni modo, per provocarlo, per farlo andare oltre le mani sulla gola, per farmi uccidere. Ma poi quando sentivo i passi avvicinarsi iniziavo a tremare e già sapevo che avrei scongiurato in modo patetico di non farmi male.
Trattenni il fiato, speravo assurdamente di soffocarmi, ma dopo i primi bruciori, dopo che provai a battere i piedi per resistere, la bocca si spalancò annaspando, inalando freneticamente l’amara aria, tra le lacrime che riprendevano a scivolare sulle mie guance smunte.
“Che abbiamo qui, signorina, ancora problemi?”
La voce mi arrivò distorta, per un attimo pensai ancora fosse lui, poi riaffiorò, tra la nebbia del mio cervello, il volto occhialuto del dottore.
Piansi, mi scusai, come se servisse a qualcosa: ero lì, ferita da un killer da cui non potevo scappare: me stessa!
“Ancora gli incubi?” chiese iniziando a visitarmi. Io fisso inebetita l’infermiere, LUI, che popolava i miei deliri e giocava a scacchi con me nei momenti buoni. Piansi e continuai a fissarlo in una muta richiesta di perdono, avevo il terrore di perdere la sua amicizia. Ero sola…sono sola e non posso far altro che starmene qui legata al letto, tra le strette mura della stanza d’isolamento del manicomio.