lunedì 2 febbraio 2015

7 capitolo Jonas.




Un po’ di luce nell’oblio

Jonas sudava e continuava a scuotere il capo violentemente, gli occhi spalancati roteavano impazziti, mentre un rivolo di saliva colava dalla bocca spalancata, da cui provenivano gemiti e lamenti inarticolati.
Hors non se la passava meglio: il volto paonazzo, completamente ricoperto di sudore, gocciolava copiosamente, innaffiando il colletto della camicia, fin sul petto. Ansimava, sibilando in un respiro asmatico, serrando la mano al petto.
Jonas provò a ribellarsi a quei ricordi assurdi, ma dopo una breve pausa d’immagini per lui insignificanti, il flusso ricominciò:
Di nuovo lei, di nuovo il suo corpo reagì tendendosi e pompando sangue a ritmo frenetico. Stavolta era in camice, i suoi magnifici occhi sembravano stanchi, cerchiati, forse da un lungo turno di lavoro.
“Come va?” sentì la voce di Hors.
“Oh, si tira avanti, ehm, scusami, non ho più chiamato, appena avrò un momento passerò a trovare Martha” rispose con voce atona, poi si voltò e sbarrò gli occhi:
“Devo andare, scusami”
La visuale si spostò un po’ lateralmente e Jonas si rivide, anche lui non molto ben ridotto: cravatta allentata, camicia sgualcita e barba lunga.
“Toh, chi si rivede, una settimana di malattia scade domani figliolo, ti aspetto alle sette, sbarbato e pulito, puzzi come una distilleria!” disse la voce.
“Oh, non iniziare!” sua di voce era impastata e roca: “Dov’è andata? Ha paura che sia contagioso? Potrebbe anche fermarsi a salutare” un tono rabbioso smosse qualcosa in lui, una sorta di empatia più che di ricordo, ma d’altronde chi non provava empatia per se stesso?
“Ragazzo, non iniziare, lo sai che è meglio non vi incontriate prima del processo, dimmi piuttosto, novità per il caso?”
“Molte più novità di quanto credi, se quel che ho scoperto è vero correrò a rimuovere il mio chip immediatamente”
“Bene, perché lo sai che se sbagli oltre al tuo matrimonio ci rimetterò io stesso il culo e non posso permettermelo!”
D’un tratto tutto scomparve in un vortice, si rivide a correre in un sotterraneo, le tubature del sogno tornarono più vivide.
“Nat, cazzo aspettiamo i rinforzi, ti rendi conto di quel che abbiamo scoperto? Qui ci fanno il culo all’istante!” era il suo compagno, un moto d’affetto per quel giovane volto amico e due lacrime scivolarono inconsapevoli sul volto distrutto di Jonas.
“Non possiamo, c’è la figlia di Hors lì dentro, glielo devo!”
A quelle parole Jonas percepì un grido lontano, comprese che non era solo Hors a dare ricordi, ma proprio ora stava ricevendo i suoi.
Ciò lo spaventò a morte e in un attimo gli salirono in mente tutti quei ricordi che avrebbe voluto difendere, ottenendo l’effetto contrario, richiamandoli:
Un bacio di passione, labbra morbide e pelle vellutata, mani delicate sulla sua schiena nuda. Poi cambio scena: schiaffo violento e grida, la sua roba che vola in aria per l’appartamento e quegli occhi splendidi che piangono, lei, la dottoressa, sua moglie, a terra in camicia da notte, i lunghi capelli che le ricadono su un volto distrutto e lui che corre via, valigia alla mano e sguardo impassibile, ma animo svuotato.
Poi bottiglie, appartamento nuovo e tacchi a spillo, tanti, di tutti i tipi, come i tipi di pelle che aveva assaggiato.
“Basta!!!” urlò con tutto il fiato che aveva nei polmoni. Girò il capo convulsamente e un tubicino gli sfiorò il labbro, si girò ancora, senza esitare e lo strappò via con un morso, sperando di non rimanerci secco.
Nausea istantanea e poi buio, ancora nella sua testa risuonavano voci: le grida della dottoressa, le risate di Malcom durante le lunghe ore di pattuglia e infine il boato dell’esplosione.
Vomitò violentemente sulle proprie ginocchia, impossibilitato ad alzarsi. Poi iniziò a distinguere la luce verdastra.
Per prima cosa si voltò a guardare Hors, Lo stavano slegando e tossiva violentemente, mentre un patetico drone, vecchio di decenni, faceva lo scanner corporeo per rilevare danni fisici.
“Tachicardia ventricolare, pressione 210 su 95 paziente a rischio arresto” diceva la voce a singhiozzi.
“Ma funziona quel coso?” chiese Jonas preoccupato “Hors, ti porto in ospedale, fammi slegare!” Jonas non sapeva perché non imprecava o inveiva contro il suo ex capo, quel mescolare ricordi lo aveva reso debole e stordito, in un attimo riacquistò il suo atteggiamento: “Liberami seduta stante babbuino o ti farò crepare in modo talmente doloroso che mi supplicherai di farla finita” ruggì. Ma l’uomo era impegnato ad impedire che Hors morisse nel suo appartamento, gli stava iniettando una fiala, mentre il drone esaminava ancora la situazione.
La donna che aveva aperto loro entrò, storse il naso inveendo contro l’uomo, indicando il vomito, che evidentemente avrebbe dovuto pulire lei.
Gli si avvicinò e lo liberò, nello stesso istante il volto di Hors riprese colore e l’uomo disse piano:
“Mi dispiace ragazzo, davvero”
“La Savini é…lei è mia moglie?” chiese Jonas.
“lo era” rispose Hors mestamente.
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