sabato 29 novembre 2014

Ed ora voglio il vostro parere!!!

Sto preparando un racconto per un'antologia.
Il racconto deve rappresentare il mio modo di scrivere , per farmi conoscere e dare un'idea di quel che ci si può aspettare dal mio romanzo appena uscito.
Ora pubblicherò due incipit, due racconti, mi date parere su quale dei due vi piacerebbe veder continuato? Oppure nessuno dei due, così mi rimetto all'opera
:-)


INCIPIT 1

L’uomo ticchettava furiosamente sul suo portatile. Odiava la parte burocratica del suo lavoro, odiava render conto a qualcuno, soprattutto in forma scritta. Doveva muoversi se non voleva far tardi all’incontro, ma Dinuli voleva quel rapporto subito e ormai sapeva quanto il capo non amasse attendere. Occhi puntati sulla sua nuca lo stavano facendo impazzire da minuti, sperava la smettesse, invece la novellina era più insistente delle altre.
Continuavano ad affibbiargli gente che lo innervosiva e intralciava nel lavoro e questa zanzarina nuova di corso, fresca di laurea, capelli lisciati di piastra e il tailleur blu troppo formale, gli pesava particolarmente sullo stomaco.
“Falla finita” bofonchiò senza voltarsi.
“Prego?” chiese la ragazza con voce troppo debole per chi fa questo lavoro.
“Ho detto di mollarmi, mi stai fissando da dieci minuti, non hai nulla da fare? Perché non vai a casa?”
“Il signor Dinuli si è raccomandato che leggessi il suo rapporto prima di consegnarglielo e di non lasciarla andar via se non era più che decente, ha detto proprio così: ‘più che decente’”
Nick finalmente si girò a guardare la ragazza:
Era lì impalata, che si torceva le mani davanti al grembo, i denti mordevano il labbro inferiore e un leggero rossore colorava il volto minuto.
‘oh per l’amor del cielo’ pensò. Un’improvvisa ilarità lo colse:
“E come vorresti impedirmi di andarmene esattamente?” chiese alzando un sopracciglio castano dorato.
La donna arrossì ancora, violentemente, e balbettò:
“Beh, ecco, io pensavo fosse una frase fatta, non credevo dovessi… ecco, spero di non dover… insomma, non dovrò mica trascinarlo vero?” sembrava terrorizzata, Nick le dava al massimo un paio di giorni prima di fuggire in lacrime nell’ufficio di Ben chiedendo le dimissioni o di essere assegnata a qualcun altro.
Un sorriso beffardo comparve sul volto dell’agente.
“Ho finito” si alzò mentre la stampante si metteva in funzione “Ho un appuntamento importante” afferrò la giacca “Fammi un fischio quando hai finito di leggere” si diresse a grandi falcate verso la porta a vetri e Laura guardò sparire la sua ombra, frustrata.
Prese i fogli dalla stampante e si mise a leggere con un broncio di disappunto dipinto sul viso.

………….
“Nicholas Garret?” lo fermò una donna proprio appena uscito dall’ascensore.
Le diede una rapida occhiata :una donna sulla quarantina, dalla bellezza sofisticata di chi sa prendersi cura di se stesso e abiti studiati per esaltare un corpo perfettamente scolpito. Gettò una fugace occhiata alla sua auto sportiva, come a calcolare il tempo che gli ci sarebbe voluto a recuperare il ritardo.
“Sì sono io, come conosce il mio nome?” chiese senza convenevoli.
“Possiamo allontanarci un momento a parlare?”
Altra occhiata all’auto:
“Se è disposta a parlare mentre guido e a tornarsene con un taxi, ho un appuntamento urgente” rispose tirando fuori il telecomando ed azionandolo, disattivando l’allarme della sua porsche 911.
“Oh, sì, sì certo” rispose un po’ interdetta la donna, ma non intenzionata a cedere.
“Si muova” la incitò brusco.
Il motore si avviò con un rombo potente e Garret fece scattare il bolide incollando la schiena della donna al costoso sedile in pelle.
Dopo qualche minuto, in cui l’uomo sfrecciava nel caotico traffico della capitale e la donna stringeva spasmodicamente la borsetta in pelle nera, lui ruppe il silenzio:
“Allora?”
“Oh, già ecco mi chiamo Susanna Marconi e avrei bisogno di ingaggiarla”
Sogghignò: aveva già la storia davanti. Con una così c’erano di mezzo corna e grossi patrimoni da intascare.
“Non scelgo io i casi, deve parlare con il proprietario della Dinuli investigazioni
“No, voglio proprio lei, so che è il migliore e la cosa è… delicata, non vorrei pubblicità”
“Mi sta chiedendo di fare un lavoro extra? In nero?”
“Se la vuole mettere in questi termini sì, ma il compenso sarà molto alto”
Garret tacque svoltando per una stradina incastonata tra vecchie mura.
“È contromano!” gridò la donna aggrappandosi alla maniglia della portiera con ambedue le mani, mentre la borsetta rotolava ai suoi piedi.
Nico stava valutando l’offerta, non era mai stato uno che rispettava le regole, che stava negli schemi, che si faceva troppi problemi a guadagnare sugli affarucci sporchi dei ricconi che si rivolgevano all’agenzia.
“Siamo arrivati” rispose pacatamente, inchiodando mentre una fiat cinquecento, di vecchia data, strombazzava un insulto sbandando e finendo su un piccolo marciapiede. “Scenda, chiami un taxi e mi contatti stasera a questo numero”. Le porse un biglietto da visita, poi scese a gran velocità dall’auto, mentre la donna tentava di chiedere: “Ma dove siamo? Non conosco la zona!”
 Nessuna risposta, L’uomo parlava già con un tizio dall’apparenza poco raccomandabile. La donna scese dall’auto traballando con i tacchi alti sui sanpietrini, mentre lui spingeva il bottone per inserire l’allarme all’auto, dandole ormai le spalle.
“Gran maleducato!” gli gridò dietro la voce femminile, ma già l’aveva dimenticata.

……………
Laura bussò titubante all’ufficio del signor Salvatore Dinuli, sperò non gli chiedesse notizie del collega: aveva corretto di sua mano i numerosi errori di battitura di Garret ed inserito varie parti mancanti, dovendo scartabellare nei fascicoli che le erano vietati. Non sapeva nulla di lui, pensò che gli errori fossero dovuti al fatto che non fosse Italiano, lo supponeva dal nome, ma non ne era certa, si ripropose di indagare sul suo conto, non appena Giovanni le avesse riparato il catorcio di computer che giaceva derelitto da una settimana sulla scrivania del suo appartamento in via Costantino Sabbati.
“Buongiorno, posso disturbarla?” chiese, cercando di sembrare professionale.
“Oh, venga, venga pure signorina Paris”
“Ho qui il rapporto di Garret” poggiò delicatamente la cartellina sulla scrivania e rimase in attesa.
Dinuli aprì il fascicolo e iniziò a leggere, Laura stava immobile, i nervi tesi e le scarpe che le facevano un male del diavolo.
Era una settimana che lavorava lì, il suo primo impiego vero dopo la laurea, ma non faceva che sentirsi fuori posto, Dinuli le era piaciuto subito: un omone dalle spalle larghe e il sorriso altrettanto ampio, anche Caterina la segretaria che non faceva che rispondere al telefono all’ingresso, le aveva ispirato fiducia, dopo il colloquio era tornata a casa euforica, non vedendo l’ora di entrare a far parte della famiglia, come le aveva detto il capo salutandola. Poi aveva conosciuto i colleghi e grossi groppi alla gola erano iniziati a comparire:
Per prima aveva conosciuto Betty, che di simpatico sembrava avere solo il nome. Una donna dura, vestiva solo abiti maschili e allo stesso modo portava capelli cortissimi, se ne era rimasta lì al computer senza alzare mai lo sguardo a guardarla mentre Caterina la presentava, era stato così imbarazzante, ma la segretaria aveva alzato le spalle come a dire ‘non ci badare è fatta così’
Poi aveva conosciuto Sante, un ometto occhialuto con i capelli unti e il golf di lana imbiancato dalla forfora, aveva stretto le mani sudaticce con un timido sorriso, pensando che almeno sarebbe stato gentile. Ma lo era stato anche troppo: tempestandola di inviti a cena e complimenti mielosi, oltre a soffiarle un alito speziato di aglio e cipolla dritto in faccia lasciandola letteralmente senza fiato. Poi era toccato a lui, Caterina aveva aperto la porta con fare deciso esordendo:
“Ehi Nick ti presento una persona!” Laura si era rilassata immaginando un tipo affabile, ma la sensazione era durata veramente il tempo di un sospiro.
“Non mi dire che è un altro novellino che Dinuli mi vuole propinare” alzò lo sguardo e la prima cosa che l’aveva inchiodata al pavimento intimorita era quel sorriso beffardo e di ironica superiorità.
Aveva provato un’istintiva antipatia inquadrando il classico belloccio borioso.
Prima che potesse presentarsi con fare più professionale possibile, l’uomo l’aveva bloccata lasciandola interdetta:
“Oh, no, no, non ci credo, non dirmi che è questa ragazzina, che fa li prende direttamente dall’asilo ora?” era scoppiato a ridere, mentre Caterina la guardava imbarazzata e divertita al contempo, era palese che adorava quel manichino pieno di sé.
Ed ora era lì a coprirgli le spalle mentre se ne era sparito, come ogni sera, prima dell’orario lavorativo per spassarsela con una delle infinite donne che popolavano la sua rubrica telefonica, ma non voleva certo perdere l’impiego per i capricci di quell’irresponsabile, sapeva che lo voleva più di ogni altra cosa e forsanche per questo si era decisa a non mollare… beh, questo e il fatto che era in arretrato con l’affitto di due mensilità.
Dinuli alzò più volte il sopracciglio, mentre il suo volto dalla carnagione scura accartocciava le guance in un sorrisetto.
“L’ha fatta lui?” chiese a bruciapelo
Laura strinse le mani a pugno:
“Certo signore” mentì spudoratamente e inevitabilmente si maledisse iniziando a sentire il calore familiare irrorargli le guance. Iniziò a muoversi sul posto, abbassando lo sguardo a fissarsi i piedi che iniziavano a gonfiarsi vistosamente.
“Il sospettato è stato più volte individuato in via Garibaldi 51 ad intrattenersi con la sopracitata Loretta Marcelli ed è stato più volte immortalato dal sottoscritto in pose inequivocabili…” la fissò scrutandola dopo aver letto un pezzo “L’ha scritto Nick?”
“Ehm, sì certo” mentì un po’ più insicura
Dinuli poggiò il fascio di carte sulla scrivania. “Si sieda”
‘ecco ora mi licenzia, verrò a cercarti a casa maledetto Nicholas Garret! ’ pensò furiosa Laura
“Ottimo lavoro” la stupì il capo. Lei deglutì stropicciando la gonna con mani tremanti “ma d’ora in avanti se vuoi coprire quello sfaticato ti conviene studiare il suo modo di scrivere i rapporti” sorrise benevolo e Laura espirò rilassandosi vistosamente “Ora vada a casa che il suo orario di lavoro è finito da un pezzo e non intendo pagarle gli straordinari per fare un favore a quel figlio di buona donna!”
“Sì signore, certo signore”
“Oh, Signorina Paris?”
“Sì?”
“Non siamo in caserma, può chiamarmi Dinuli”
“Oh, mi scusi signor Dinuli, lo farò, a domani”
“A domani” scosse la testa indulgente, a laura sembrò di vedere sul suo volto un’espressione gongolante. Si votò esasperata: un’idea malsana l’aveva colpita: Dinuli la stava usando per stuzzicare il suo dipendente più indisciplinato, che la considerava evidentemente una palla al piede?
…………………………………



INCIPIT 2

Correva cercando di non scivolare sui sampietrini bagnati di pioggia.
“Taxi!” alzò la mano cercando inutilmente di fermare l’ennesimo veicolo giallo, che sfrecciava schizzandola e alzando la mano mandandola a quel paese.
“Maledizione!” imprecò quando sentì cedere l’alto tacco della scarpa elegante. Afferrò il palo di un cartello stradale evitando di precipitare e ringraziando i suoi riflessi pronti.
“Giornata di merda!” imprecò ancora, mentre una donna anziana la fulminava con un’occhiataccia da sotto il suo enorme ombrello, poi si allontanò scuotendo il capo.
“Che ha da guardare vecchia befana!” le urlò dietro, la donna non si voltò ed accelerò il passo, sicuramente prendendola per una psicopatica.
“Bisogno d’aiuto bellezza?” un incravattato occhialuto gentleman aveva deciso di distribuire il suo charme proprio ora, e questo la mandò su tutte le furie
“E cosa te lo fa pensare scusa? Solo perché non ho un ombrello e mi si è rotto un tacco pensi non sia in grado di andare dove diavolo devo andare?”
Il sorriso morì sul volto dell’uomo che bofonchiò una scusa allontanandosi.
“Giornata del cazzo, maledetto diluvio, maledetta città” imprecò ancora avviandosi zoppicando, mentre la pioggia inzuppava il suo tailleur e la sua acconciatura fresca di parrucchiere.
Arrivò trafelata al dipartimento. Un’ampia chiazza d’acqua si andava formando ai suoi piedi nell’ascensore, mentre lei sistemava il trucco colato specchiandosi. ‘che disastro’ pensò sistemando una ciocca scurita dall’acqua dietro l’orecchio.
L’ascensore si aprì sulla fila di computer semideserti, erano tutti in sala riunioni.
Odiava essere in ritardo, odiava essere in disordine, l’umore si andava incupendo di momento in momento.
Cercò di sistemare la giacca, diede una lisciata alla gonna scura e varcò la soglia.
“Oh ecco la Evans”
L’accolse il capo.
Sentì qualche occhiata indagatrice puntarsi su di lei, fulminò i malcapitati con uno sguardo eloquente, gli occhi tornarono sui fogli di appunti, mentre lei si accomodava accanto alla lavagna
“Prego, a te la parola”
In un attimo gettò alle spalle l’odiosa mattinata, lo sguardo concentrato, la mente snebbiata.
“Come sapete si sono verificati una serie di omicidi nel territorio di Chelsea, la squadra che se ne è occupata ha messo insieme dati delle sette vittime, in apparenza nessun riscontro dall’incrocio dei dati: le vittime sono differenti per età, sesso, condizione economica, inclinazione sessuale, insomma per ogni aspetto che si a stato preso in considerazione. Anche i luoghi sono distanti.” Pausa d’effetto, ormai sapeva come catturare l’attenzione, era come un copione da seguire e lei era dannatamente brava ad applicarlo.
“Allora perché questa riunione direte voi? Ovvio, perché crediamo che il collegamento ci sia e dobbiamo scoprirlo al più presto, io per prima ritengo che abbiamo a che fare con un serial killer, il marchio, il segnale distintivo non è evidente come di solito ci si aspetta, ma la posizione dei cadaveri è per tutti i casi la stessa. Nessuno lo aveva notato, prima che le foto arrivassero in mano alla nostra Evans, che ha notato la stranezza.”
Il detective Evans mostrò sul grosso schermo foto di uomini e donne, composti con un braccio piegato sotto la testa e l’altro infilato in mezzo, di fianco, gamba sotto distesa, gamba sopra piegata, come a dormire
Mormorio sommesso degli agenti, che presagivano un aumento di ore lavorative.
Si schiarì la voce, tornato il completo silenzio continuò: “dicevo che dobbiamo scovare un serial killer, l’indagine passa in mano a me e la mia squadra” altri mormorii di disappunto da parte della squadra di Morrison. Le sembrava di sentirlo: ‘ogni volta che un caso si fa interessante ce lo soffiate!’ Sentiva nelle orecchie la sua voce stridula e piagnucolante, soppresse un sorrisetto e continuò: “Ciò non significa che non rimanga una priorità: aumenteremo il controllo e i turni di pattuglia nelle zone indicate” si girò e indicò i puntini rossi sulla cartina proiettata “Qui, qui e qui, qualunque cosa scopriate, qualunque sospetto, qualunque pulce che salti, dovete riferirla a me in persona. Vi ho mandato via mail i nuovi turni e le zone da pattugliare, domande?”
Samson alzò la mano, non ne fu sorpresa, la moglie aveva appena partorito e un aumento di turni per lui sarebbe stato molto difficoltoso, gli fece cenno di parlare
“Cosa esattamente cerchiamo, abbiamo un qualche identikit? Una qualche descrizione?”
Sorrise apprezzando il fatto che non fossero le previste e giustificate lamentele, l’energumeno nero era uno dei suoi agenti preferiti. “Ora ci arriviamo Samson, ma vi anticipo che abbiamo davvero poco in mano”
Un improvviso aprirsi della porta distrasse tutti, lei compresa, di solito non erano ammesse interruzioni e le porte venivano chiuse dall’interno.
Amber Fissò irritata l’uomo con la barba mal rasata e il collo della camicia abbottonato male, non indossava la divisa, d’altronde conosceva tutti i poliziotti del dipartimento e lui non era tra questi, chi diavolo era?
“Oh, Philip, vieni, vieni pure, ti aspettavo!” esordì Montgomery, Amber rimase di sasso, il capo non chiamava mai nessuno per nome, spesso giravano barzellette in cui chiama la moglie per cognome durante approcci di carattere sessuale. Gli sguardi puntati e il silenzio degli altri mostrava quanto ciò fosse suonato strano un po’ a tutti.
“Ragazzi” iniziò Montgomery stranamente di buonumore “Vi presento Philip Dromp, agente operativo nella centrale da… beh da oggi, nonché mio unico nipote”
“Salve gente” salutò molto poco professionalmente l’uomo, mentre appendeva una giacca grondante di pioggia sullo schienale di una seggiola, arrotolando subito le maniche della camicia, sbottonando il primo bottone del colletto e mettendosi rumorosamente a sedere.
Amber vide guai in vista: l’uomo avrebbe dato una valanga di problemi, fortuna la sua squadra era al completo, non la riguardava.
“Oh Evans, visto il bisogno di aiuto per questo caso, ho messo Philip con la tua squadra, vedrai che sarà un prezioso aiuto”
Amber si morse l’interno della guancia per tenere a freno la lingua, gli occhi di tutti puntati su di lei, si aspettavano una scenata. Prese un lungo respiro.
“Preferirei parlarne in privato” disse, mentre guardava quel Dromp fare l’occhiolino a Tess seduta al suo fianco. No, decisamente non avrebbe permesso che un tale imbecille fosse inserito nella sua squadra.
……………………….
Pilip scrutava, con finta noncuranza, i presenti nella stanza. Non era facile essere quello nuovo, non era facile essere il nipote del capo, ma ormai aveva imparato a nasconder talmente bene l’imbarazzo dietro la strafottenza, che aveva convinto anche se stesso che non gli importasse di nulla fuor che del baseball e del cinema horror.
Quella poi era una massa di gente da seratina in relax, non perché si rilassassero, ma perché erano le classiche persone che sfotteva quando organizzava serate con gli amici: c’era il poliziotto che tirava a campare per lo stipendio, sperando di non beccarsi una pallottola, di quelle fatte bene, prima di andare in pensione, figli e moglie a carico e niente palle per dire: io me ne vado a casa dalla mia famiglia.
Poi c’era il novellino, per giunta rosso di capelli, che non faceva che prendere appunti, il gran capo borioso, con ascelle pezzate, nonché suo amatissimo zio, ma ciò non contava, ed infine lei, la stronza di turno, la donna in carriera col cuore di ghiaccio e lo sguardo tagliente. Ne aveva viste fin troppe di quelle come lei, avrebbe scommesso ad occhi chiusi la sua storia: prima del suo corso, poliziotto dal curriculum impeccabile, con un appartamento costoso altrettanto impeccabile e inesorabilmente vuoto. Di quelle che dicono di odiare i social network perché la sua lista di amici sarebbe vergognosamente corta. Bella, bella da mozzare il fiato, ma di certo senza qualcuno che sciogliesse quel ghiaccio che la ricopriva da testa a piedi.
Però la camicia bagnata faceva intravvedere un panorama davvero meritevole, sogghignò, spostò lo sguardo su una brunetta del tutto insipida, le fece comunque l’occhiolino, perché sembrava una che gradiva le attenzioni.
……………………
“So che è tuo parente, non discuto che sia un ottimo agente, ma no, non lo voglio, la mia squadra è al completo e funziona benissimo, perché non lo metti con Maddon?”
“Perché la squadra a capo delle indagini è la vostra e un serial killer è quel tipo di arresti che fa decollare le carriere e lui lo merita, davvero”
Amber alzò un sopracciglio ad esprimere i suoi più convinti dubbi, ma sapeva che era più saggio non esprimerli.
“potrebbero rompersi gli equilibri della squadra e con questa pressione del serial killer non mi sembra proficuo”
“Non romperà nessun equilibrio, nella tua squadra tu comandi e gli altri eseguono, non c’è parità, non ci sono fragili equilibri, verrà da voi, questo è quanto”
Amber sbuffò, strinse i pugni e girò sui tacchi:
“Se combinerà pasticci verrò da te e li risolverai tu, e non mi importa se mi metterai a far multe!” uscì sbattendo la porta a vetri che tremò visibilmente nell’impatto.
“tu, con me e più tieni la bocca chiusa meglio sarà per tutti” disse all’uomo che chiacchierava animatamente con Tess, la quale continuava a sistemare i capelli dietro l’orecchio, con fare civettuolo.
“Ehi piacere!” si lamentò lui afferrando il casco e seguendola. Amber odiava già quel sorrisetto compiaciuto e pieno di sé.
Samson sedeva alla scrivania sicuramente cercando notizie sugli incidenti nella zona segnalata, mentre Vessali telefonava ai parenti delle vittime per farli venire per un ulteriore interrogatorio.
Tess sgattaiolò veloce dietro di loro e si mise subito al lavoro, sembrava davvero imbarazzata.
“allora ragazzi questo è Philip Dromp, il nipote del capo” sottolineò con studiata enfasi la parentela, l’uomo non parve badarci.
L’interruppe, maleducato e inopportuno:
“Ciao, lavorerò con voi, dov’è la mia scrivania?”
Un secondo di glaciale imbarazzo, poi Samson si offrì di chiamare chi se ne sarebbe occupato. Ognuno tornò al proprio lavoro, lei compresa, mentre il nuovo arrivato prendeva una manciata di caramelle dalla ciotola sulla sua scrivania e iniziava a scartare la prima.
“Sono per gli interrogati, per metterli a proprio agio, tu mi sembra lo sia già fin troppo”
“Sotto interrogatorio? No, nessuno mi ha chiesto nulla a dire il vero”
Vide un sorrisetto comparire sulle labbra di Vessali.
“Davvero spiritoso” replicò Amber senz’ombra di sorriso sulle labbra tirate. Alzò gli occhi castano scuro e li tenne fermi sui suoi, nocciola, per niente imbarazzati. Lo sguardo andò avanti come un tacito braccio di ferro, fino a che Samson, da solo, entrò sollevando una scrivania tra le enormi braccia.
Amber si riscosse e nonostante fosse riluttante a spostare per prima lo sguardo, come fosse indice di debolezza, dovette dare direttive su dove posizionare il tavolo.


“Lì Kosay” indicò all’uomo il punto più lontano da lei, in fondo alla stanza, vicino al distributore dell’acqua e alla distruggi documenti.