domenica 7 dicembre 2014

L'ultimo della classe. finale



Il ragazzo strinse la lettera, una lacrima rabbiosa scivolava tra le guance, appena scurite dalla prima barba. L’accartocciò reprimendo i singhiozzi. Era forte lui, non aveva mai pianto, “è da deboli”, gli ripeteva colui che in realtà non era affatto suo padre. Un uomo tutto di un pezzo, che aveva rinunciato al suo sogno di diventare avvocato per crescere lui, incidente di giovinezza, che aveva sempre amato sua madre con devozione quasi maniacale, e non era mai stato ricambiato con lo stesso ardore.
Ora sapeva, capiva tutto, proprio quando era troppo tardi per prendere a calci quel burattino senza cuore, quell’impostore e traditore che aveva vissuto d’inganni. Se ne era andato alla fine, quando lui, Pietro, era abbastanza adulto da capire aveva scritto. Invece no, non capiva, non capiva il perché di tutto quel dolore, di tutti quegli inganni.
Suo padre, quello vero… vecchie immagini di foto e racconti si accavallarono nella sua mente confusa. Si ritrovò a pensare all’amore per l’arte, alla creatività che l’aveva sempre contraddistinto, era la sua quella creatività, non del prozio Vincenzo, come gli dicevano tutti. Era di quel ragazzo pallido e misterioso di cui sempre più spesso il padre malinconico si ritrovava a raccontare. Era stato incastrato, gli aveva detto Salvatore, per proteggere sua madre, e una società ottusa non aveva saputo guardare al di là della sua diversità, condannandolo senza equo processo, mettendolo in manicomio, senza che realmente fosse fatta nessuna indagine. ‘Ai tempi d’ oggi non sarebbe successo’, farfugliava Salvatore ubriaco, proprio poche sere addietro, ‘ai tempi moderni ci sono psicologi, psichiatri, diritti e leggi, ma prima un matto era un matto, non c’erano disagi, disturbi, cause più o meno superabili’.
“Ahhhhhhhhhhh!” gridò improvvisamente, volendo esser pazzo, volendo vendicare suo padre, sfogandosi come non aveva mai fatto “Mio padre è un pazzo! Vigliacchi mentitori” pigliava a calci tutto, buttava all’aria coppe e medaglie del nuoto, della box, di tutti gli sport in cui aveva voluto eccellere per compiacere il suo falso padre.
“Ahhhhhhhhhhhhhh” gridava Pietro, lo voleva ammazzare, strangolare, ferire nell’anima e nel corpo, ma lui ormai era lontano, partito, sparito, fregandolo ancora una volta.
“La cassettina di latta sopra il mio armadio” gli aveva detto la sera prima, “Prendila domani c’è una cosa per te” Aveva pensato ad un regalo per gli studi appena terminati, per il suo massimo dei voti, oppure un anticipo del compleanno quasi alle porte. Sarebbero stati diciotto, era un uomo ormai. Ma la mattina dopo il padre era sparito frantumando ogni sua aspettativa, ogni suo sogno, ogni sua certezza. Nella cassetta una maledetta lettera e qualche foto stropicciata e usurata, dopo che aveva avuto una vita per confidargli tutto, non l’aveva fatto.
“fanculo!” gridò lanciando quella scatola. Sarebbe corso da sua madre, a dire tutto, a dirle che razza di uomo aveva sposato.
Una foto sbiadita volò via e chissà come quel casuale svolazzare lo calmò. Cadde in ginocchio afferrandola, accarezzò il volto imberbe di un ragazzetto, che sembrava proprio lui.
“Papà” sussurrò, ora veramente consapevole.
“Pietro?”
Sentì la voce di sua madre al piano di sotto.
Non aveva mai amato Salvatore, aveva stirato, lavato, cucinato e sorriso, aveva fatto anche sesso di sicuro, ma di altri figli non ne arano mai arrivati. Pietro pensò a Salvatore, un uomo che beveva troppo e parlava poco, con una moglie che non lo ricambiava, partito con il rimorso nel cuore. Dopo tutto alla fine aveva pagato, non nel modo giusto, ma lo aveva fatto per diciotto anni ed ora forse scappava per concedersi una possibilità, quello che lo feriva era che non voleva includerlo in questa sua nuova vita, capiva la madre, ma lui...
Suo padre, quello vero, era morto pochi anni dopo il fattaccio, di polmonite. Salvatore avrebbe anche potuto tirarsi indietro e rifarsi una vita, ma non lo aveva fatto, aveva portato la sua croce, portando il ricordo di Luca con sé e lo avrebbe fatto fino alla tomba.
“Pietro?” chiamò ancora la madre.
No, non avrebbe detto niente, ora sapeva chi era, il passato non poteva essere cambiato, poteva essere solo accettato.
Afferrò la scatola dei colori ed una tela e iniziò a dipingere con foga, azzerando i pensieri e calmandosi pian piano.
“Arrivo” disse infine alla madre che lo chiamava per l’ennesima volta.
Aveva pianto a lungo in quella stanza, senza vergognarsene, aveva pianto per Luca e per sua madre, ora avrebbe voltato pagina, sperando che suo padre avesse ricominciato a vivere anche se lontano da lui. Sarebbe stato forte sì, avrebbe lottato per cambiare le cose, per cancellare le ingiustizie, sarebbe stato un uomo Grande, ma avrebbe accarezzato la parte di anima che apparteneva a Luca, avrebbe creato con le mani, amato incondizionatamente e vissuto come era giusto, onorandolo.
Corse verso la primavera che esplodeva fuori, si arrampicò su un albero, un ragazzotto di diciassette anni troppo cresciuto per quei giochi di bimbetto, guardava l’orizzonte con gli occhi indaco di Luca.

32 anni dopo
Pietro teneva per mano la figlia, emozionato come non era stato dal giorno in cui l’aveva tenuta per la prima volta tra le braccia ventisei anni prima.

Chissà come, gli venne in mente suo padre, i suoi padri, sarebbero stati orgogliosi di lui, di come aveva saputo prendere dalle esperienze e dai modi di vita di tutti e due. Aveva cercato di essere un uomo sincero prima di tutto, perché le menzogne, lo sapeva bene, non portavano la felicità. Lavoratore, ma anche sognatore, aveva dato spazio alla creatività, al fanciullo che era in lui. Dipingeva, suonava e scriveva, assaporando la vita nel miglior modo possibile. Come in questo momento, mentre saliva piano i gradini dell’altare con il cuore palpitante. Gettò lo sguardo di lato verso sua moglie Monica. Sì, aveva fatto del suo meglio e la vita era stata gentile con lui, era felice e sperò che Salvatore lo fosse almeno la metà di lui. Aveva ricevuto sporadiche lettere, soprattutto dopo la morte di sua madre. Era in giro per il mondo con una onlus chiamata l’Abbraccio, che aiutava bambini disabili e le loro famiglie, aveva finalmente trovato il suo scopo nella vita. Tornò verso il suo posto e lo vide: un vecchio canuto, ma non poteva dimenticare i suoi occhi, era Salvatore, che gli sorrideva commosso, il tempo delle sofferenze era forse finito, la vita aveva rimarginato le cicatrici ed ora forse anche Salvatore si era concesso un po’ di pace.