lunedì 8 dicembre 2014

Nuova storia!!! Jonas


Detective chi?

Rumore ritmico, martellante, sibili ovattati di sottofondo, formicolio diffuso.
Questo sentiva, mentre cercava di capire dove fosse, mentre cercava di ricordare CHI fosse.
Improvvisamente consapevole di un tubo infilato nella sua gola, sentì l’impellenza di tossire, ma non vi fu risposta dal suo corpo. Poi gli occhi si socchiusero e i rumori si fecero assordanti.
“Mmm” mugolò frustrato, in preda al panico del non sapere.
“Si calmi detective” sentì una voce metallica. Aprì ancora un po’ cli occhi, ma le palpebre continuavano a calare inesorabili, non volendone sapere. Un viso umano, eppure non umano lo fissò in quell’attimo in cui si era aperto uno spiraglio. Poi le parole toccarono la sua mente:detective, quella parola gli era familiare eppure non ricordava, non ricordava nulla. Cercò di sforzarsi, ma la sensazione del tubo in gola e del corpo costretto all’immobilità avevano la precedenza, catturando ogni suo pensiero.
“MMMMMM” fece più forte.
“Paziente 5977 risveglio, richiesta di un medico, ripeto paziente 5977…”
La voce metallica di quel ‘coso’ accanto a lui lo terrorizzava.
“Buongiorno!” finalmente il calore di una voce, una voce vera, umana”
Sentì mani leggere su di lui, poi la sgradevole sensazione del tubo che veniva sfilato dalla sua gola. Finalmente tossì, più volte, il capo si alzava, ma il resto del corpo rimaneva immobile.
“Non si sforzi detective Jonas, a breve starà molto meglio, mi lasci fare alcuni esami di rutine”
Ancora quella voce femminile, ancora quella parola ‘detective’
Si sforzò di ricordare, un lampo di luce, flash di fumo e umidità, tubature esposte, tutto qui, nebbia, nebbia fitta nella sua mente disorientata.
Ancora le mani delicate sul suo corpo, fu felice di sentire che la sua pelle le percepiva.
“La pressione è nella norma e anche i battiti, HSA fai lo scanner completo e inviami i dati”
Sentì un leggero Calore e una luce passare per un attimo sui suoi occhi stanchi. Di colpo li sbarrò.
“Ahh cazzo!” gridò alla improvvisa e inaspettata puntura sul suo collo. Quel surrogato umano stava iniettandosi sul dito il suo sangue, era disgustoso ed inquietante. Gli occhi troppo chiari divennero opachi, all’uomo ricordarono i film di zombie, poi tornarono normali.
“Tutto nella norma dottoressa Savini” esordì l’androide.
“Bene, molto bene, iniziavo a pensare che preferisse restarsene a dormire detective”
Vide un sorriso comparire sul volto attraente della donna, sentì muoversi di rimando le labbra in risposta.
“Riesce a parlare?”
“S-si” gracchiò terribilmente la sua voce.
“Perfetto, ora la tiriamo fuori di qui” sorrise ancora, e quel sorriso in qualche modo lo calmava, occhi scuri e luminosi della dottoressa lo scrutavano in cerca di risposte. Pensò che aveva già visto quegli occhi, ma non se ne ricordava, non ricordava nemmeno il suo nome, figuriamoci degli occhi estranei.
Il giaciglio iniziò a sollevarsi alzandogli il capo e le spalle, vide che non era un letto, non proprio, una di quelle capsule riabilitative, gli suggerì il cervello, che forse iniziava a riattivarsi.
Il capo iniziò a girare appena raggiunse la posizione seduta. Ma riuscì almeno ad alzare un braccio e portarlo alla fronte.
“C-chi… chi sono? Io n-non…” balbettò.
“Non ricorda il suo nome?” il volto della dottoressa, seppur impercettibilmente cambiato, mostrava preoccupazione.
“No, non so… non so nulla”
La donna tentò un sorriso, ma l’uomo percepì all’istante che non era lo stesso di poco prima, era un sorriso di circostanza
“Può capitare al risveglio, potrebbe essere una cosa temporanea, faremo altri test, per ora la trasferiremo nella sua stanza di degenza”
L’androide sparì tornando a velocità incredibile con un altro della sua ‘razza’ manovravano una barella
La lasciarono galleggiare a mezzaria mentre si avvicinavano a lui. D’istinto si ritrasse, non gli piacevano quei cosi, sembravano zombie robotici. I suoi pensieri furono troncati all’istante, l’uomo fissava con occhi colmi di raccapriccio e terrore lo spazio vuoto nella capsula, lo spazio che avrebbe dovuto contenere le sue gambe ridotte invece a due vergognosi monconi.
“Cazzo, cazzo, cazzo fanculooooo!!! Voglio andare a casa, voglio le mie gambe!” iniziò a gridare, un istante dopo ancora un ago nel collo e le palpebre tornarono pesanti, mentre un’artificiale sensazione di calma lo colpiva “B-b-bastardi, figli di…” provò ad inveire, mentre la mente iniziava a domandarsi come potessero essere perfettamente guariti quei monconi, da quanto fottuto tempo era lì?
Lo misero sulla barella nella sua perfetta impotenza. Si sentì galleggiare leggero a mezz’aria mentre passavano per gli ampi e lindi corridoi. Entrarono in una stanza, c’era già un letto occupato. L’uomo sbuffò, non voleva condividere l’imbarazzo di un corpo martoriato con qualcun altro, ma non era nelle condizioni di protestare, voleva solo dormire, tornare in quel limbo in cui non era consapevole di nulla, tanto meno della sua menomazione.
2

La luce del traffico fuori dalla finestra filtrava nella stanza buia, l’uomo nel letto accanto russava rumorosamente e Jonas l’aveva mandato talmente tante volte a quel paese che non aveva più la forza di gridargli contro. D’altronde non aveva la minima voglia di dormire, la seduta terapeutica della mattina aveva scosso dei ricordi che lo tormentavano, ma non riusciva ad arrivare al dunque: Lunghe gambe setose, nude, mani dalle dita affusolate e persino un perfetto decolleté, ma ogni volta che provava a concentrarsi sul volto, la donna misteriosa svaniva in modo repentino e frustrante. Lo stesso accadeva per l’uomo che moriva tra le sue braccia, a parte i tubi e il rumore dei passi, non riusciva a focalizzarsi su nulla. Scaraventò la bottiglietta dell’acqua in un impeto di rabbia: non sarebbe migliorato mai, tanto valeva che quei fantasmi abbandonassero definitivamente la sua mente:
“Infermiera!” gracchiò.
La ragazza si affacciò titubante all’uscio, gli avevano affibbiato una novellina, impacciata e timida in modo nauseante, ma almeno era carina, profumava di shampoo e sangue vero scorreva nelle sue giovani vene.
“Mi dica detective” sussurrò la ragazza, il volto in fiamme e le mani che si torcevano in grembo.
“Dammi qualcosa per dormire, questo zombie russa come un facocero!”
L’infermiera gli si avvicinò, sistemando meglio i cuscini dietro la testa.
“Puzza di morto, non sente? Voglio cambiare stanza!”
“Purtroppo non è possibile, gliel’ho già detto prima e… prima ancora” rispose fin troppo gentilmente. Gli diede una pillolina rossa porgendogli la bottiglietta, raccolta con pazienza da terra. Jonas bevve, nemmeno un minuto dopo le palpebre si chiusero quasi di schianto sotto l’effetto del potente sedativo.
Gocciolio di tubi, Jonas avanza cauto nel tunnel male illuminato, dietro di lui percepisce una presenza, non minacciosa.
“Ci siamo quasi Jackson, ora piano, non fiatare” sente la sua voce dire.
“Mi scappa da scoraggiare, ma tranquillo, non è una di quelle col botto” sussurra la voce. Conosce quella voce, la conosce bene.
“Fottiti Jackson!” sghignazza. Poi un boato da rompere i timpani e una luce abbagliante. Un attimo dopo l’uomo, giace tra le sue braccia:
“Prendi quei figli di puttana Jonas, me lo devi” rantola, mentre i denti rossi di sangue lasciano uscire schiuma disgustosa dalle labbra piene, che già iniziano a contrarsi in una smorfia mortale.
“Cazzo!” urlò sedendosi di scatto “Jackson! Malcom Jackson” il ricordo bruciava, scolpito chiaramente nella sua mente dolorante. “No” sussurrò afferrandosi il capo.
“Buongiorno!” La dottoressa Savini era comparsa come dal nulla, seguita dall’ormai onnipresente poliziotto baffuto. Sorrideva e a lui venne voglia di strangolarla e cancellare quel sorrisetto dal volto perfettamente truccato.
“Era la mia spalla”
“Prego?” chiese la donna.
“L’uomo morto, nel mio incidente, ero in servizio vero? Voglio i fascicoli, voglio sapere che è successo e a che caso lavoravamo”
L’uomo con i baffi si sfregò le mani, visibilmente soddisfatto. Ma la dottoressa scosse il capo:
“A suo tempo, deve ricordarsi da solo, non le fa bene sovraccaricarsi di informazioni, che possono generare falsi ricordi”
“Voglio un altro dottore, un uomo, lei non mi sa guarire, anzi, lei è una perfetta imbecille, mi mandi un suo superiore, subito!” era tornato a gridare, ma la dottoressa non sembrava impressionata, incrociò le braccia al petto:
“Quando avrà finito con questi farneticamenti potremmo iniziare la terapia, poi verranno a visitarla per le protesi” il tono era deciso e severo.
“Gliel’ho già detto dove può ficcarsi le sue protesi” replicò, ma un pensiero insistente lo distraeva e non riuscì ad inveire come avrebbe voluto.
Lunghe gambe, snelle e tornite, scarpe rosse, tacchi vertiginosi, bottiglie, una cravatta buttata in terra accanto a una borsetta di pelle nera lucida.
D’un tratto ebbe voglia di un drink, qualcosa di forte, si prese ancora la testa tra le mani, mentre un paio di labbra rosse di rossetto gli sorridevano nella mente.
Alzò gli occhi e vide delle labbra altrettanto sensuali, ma tese in una smorfia. Cercò di trattenere il ricordo, che scappò via veloce, mentre la donna lo fissava in uno strano modo. I loro occhi rimasero incollati per alcuni istanti, poi Jonas si riscosse:
“Voglio sapere di Jackson” chiese.
Si fece avanti il poliziotto:
“Era il tuo compagno, eravate una squadra… la mia squadra” tirò fuori dalla tasca interna della giacca una foto. Jonas sentì il corpo sussultare alla vista di occhi luminosi, un sorriso gentile, un ragazzotto pieno di vita. In un attimo flash di gomitate e battute, di serate nei bar e di lunghi appostamenti per lavoro. Era suo amico, se lo ricordò e una rabbia sorda lo afferrò ancora:
“Lo sapevo! Che cazzo mi fate ricordare a fare questa merda! Lasciatemi in pace, voglio tornare a casa mia!”
Il poliziotto sembrò imbarazzato, la dottoressa si fecce avanti, ma prima che riuscisse a bloccarlo l’uomo disse:
“Tu non hai una casa, non più”

L’armadietto si chiuse con uno scatto secco. Indossare abiti veri lo faceva sentire bene, ma un po’ a disagio. Abbassò lo sguardo sulle scarpe sportive che spuntavano dai pantaloni della tuta dal tessuto liscio. Non si era ancora abituato a quel prolungamento di sé, che gli rendeva possibile muoversi, ma che non riusciva a sentire proprio. Si girò e sentì i circuiti reagire al comando della sua mente. Sorrise amaramente, era per molti versi simile a quei robot che tanto odiava. Sospirò, finalmente era libero, dopo oltre un mese d’inferno poteva ricominciare a vivere. Era stato il mese più frustante della sua esistenza, non che ricordasse poi molto della sua vita per esserne assolutamente certo.
“Toc toc” mimò la dottoressa.
“Oh, ancora lei, ho già firmato, non sono più sotto le sue grinfie”
Rispose brusco, ma sotto la maschera da burbero nascondeva una crescente simpatia per la donna che gli era stata accanto, sopportando stoicamente tutti i suoi momenti no, ed erano stati davvero tanti.
“Non ci sperare troppo, ha i controlli settimanali Jonas, la voglio qui ogni lunedì alle sette”
“Ed eccola lì pronta a smorzare il mio entusiasmo” ribatté lui, infilando la felpa della tuta e sollevando la leggerissima sacca con i suoi miseri effetti personali.
“Sicuro di non voler cercare un appartamento? Ce ne sono di carini vicino all’ospedale così potrà...”
“L’albergo andrà bene, l’assicurazione ha sganciato un bel gruzzolo”
“Già” disse lei rassegnata.
“Buongiorno” l’uomo dai baffi comparve sulla soglia e i due sobbalzarono di sorpresa. Aveva ceduto, dopo i fallimenti di Jonas nel ricordare, aveva dato di matto. Jonas era riuscito a sapere che c’era di mezzo sua figlia, rapita durante l’operazione in cui lui era stato ferito. E piano, piano si era rassegnato, distrutto dal dolore aveva dato le dimissioni. L’ispettore Hors non c’era più, rimaneva un vecchio distrutto dal dolore, che beveva troppo e si piangeva addosso. Tutto questo per colpa sua. Jonas provò una fitta di dolore nel vederlo, smagrito e dalle gote arrossate dall’alcol.
“Che ci fa qui?” chiese distaccato, per non mostrare il suo dispiacere.
“Ti accompagno” disse solamente. Jonas non fece domande, si avviò con lui facendo un saluto militare scherzoso alla dottoressa: “Adios bellezza”
“A lunedì detective” sorrise lei. Jonas non poté evitare di sorridere di rimando. Aveva smesso di chiedersi cosa le ricordasse quella donna, godendosi invece le sensazioni piacevoli che gli procurava la sua vicinanza.
L’uomo taceva mentre l’accompagnava a destinazione, l’auto sbandava vistosamente nel traffico, sorvolando all’ultimo momento persone e cose sollevandosi di scatto verso l’alto, Jonas aveva voglia di vomitare.
“È ubriaco” disse. Non era una domanda e l’uomo non rispose.
Imboccò i vicoli di Vivaldi Street. Lo splendore della città antica rimaneva un ricordo protetto dal plexiglass.
“Non è questa la strada” disse dopo un po’. I suoi ricordi erano lacunosi, per molte cose inerenti al suo passato, ma chissà come ricordava quelle zone, doveva averle pattugliate più e più volte. A conferma di ciò un lampo e il volto scuro del suo collega comparve a ricordargli il completo fallimento: Non aveva ricordato, non poteva vendicare la sua morte e soprattutto la figlia dell’ispettore a quest’ora giaceva sicuramente morta nel fondo di qualche putrido fiume.
L’ex poliziotto continuava a tacere, il fianco del veicolo colpì più volte le protezioni poste sulle mura antiche.
Attenzione, infrazione, alla prossima anomalia contatto centrale. Vuole segnalare un guasto?” la voce meccanica avvisava che stavano per essere nei guai.
“Sì, lieve guasto alla propulsione, ci stiamo per fermare”
“Ha bisogno di assistenza tecnica?”
“No, il mio drone è un m55, in grado di riparare il danno” Poi tacque.
“Il suo drone eh?” disse Jonas, ma l’uomo sembrava assente. La puzza di alcol stava divenendo insopportabile e l’ispettore sembrava concentrato nell’intento di non andare ancora a sbattere. Poi di colpo frenò.
Jonas osservò l’asfalto pieno di crepe, non era stato sostituito dai mastici anti urto delle zone bene. Si vedevano gruppetti di bambini giocare con un rottame, cercando di farlo resuscitare per giocare. L’uomo scese e disse: “Seguimi”
Jonas non si mosse, fissando quel misero robot, che doveva essere la carcassa di un cane o un gatto, uno di quegli anima pets, che facevano persino la pupù. Scosse il capo disgustato.
“Allora?” lo incitò l’altro dall’esterno.
“Non scendo se non mi dice dove andiamo!”
“A recuperare quei ricordi in un modo o nell’altro”
Jonas si bloccò, guardò i caseggiati dalle finestre con le inferriate, l’insegna penzolante di un negozietto informatico da quattro soldi, di quelli in cui porti a rottamare la tua caffettiera quando ne esce un modello più nuovo. Sbuffò e sentì il sottile fruscio delle protesi che ricevevano l’ordine di alzarsi. Lo seguì all’interno di un palazzo cadente, mentre i ragazzini si accalcavano vicino al veicolo lussuoso di Hors.

Cosa accadrà ora a Jonas?
Hors lo fa sottoporre a tecniche illegali per recuperare la memoria, iniziano le indagini
Hors ha una stanza in cui tiene tutti i dati che ha reperito sul caso, iniziano le indagini
Hors lo porta da uno strano tipo per ipnotizzarlo e tornare con la mente a prima dell’incidente, iniziano le indagini


Il palazzo non aveva ascensore, Jonas imprecò mettendo a dura prova il suo corpo, non ancora abituato alle nuove gambe. Il tanfo di urina non facilitava il compito. Finalmente giunsero al decimo piano, una donnetta orientale venne ad aprire, si fece subito da parte senza mai alzare lo sguardo dal pavimento.
All’interno un giapponese in canotta, impianto oculare vecchio di decenni all’occhio sinistro, lo scrutò. Si soffermò a lungo sulle sue gambe, Jonas sospettò che quell’impianto malandato nascondesse trucchetti non approvati dalla legge.
Hors si sedette su una poltroncina, presa da qualche cinema di infima categoria.
“Siediti” gli disse indicandone un’altra accanto alla sua.
“Scordatelo!”
Un attimo dopo sentì il freddo metallo di una pistola sulla nuca, mentre il puzzo di alcol e sudore di un nuovo arrivato si era materializzato dal nulla.
“Ok, ok, calmo amico!”
Si sedette e subito fu legato con strette cinghie.
“Sei in grossi guai Hors, ti ammazzerò lo sai? Se ne uscirò vivo ti ammazzerò!” ringhiò.
 “procediamo!” disse  Hors impassibile.
“Dimmi almeno che diavoleria è!”
“Scambio di ricordi Jonas, solo un aiutino a ricordare”
“Scambio di ricordi? E che ne sai tu di me o del caso che ti serve”
“Di te so quel che basta fidati, per il caso… spero che i miei ricordi diano un bel calcio nel culo ai tuoi, che saltino fuori in fretta, sempre che non ci rimani secco. Promettimi una cosa”
“Io dovrei promettere a te una cosa? Te lo ripeto: sei fuori!”
Srotolò lo schermo di un portable world “non hai una casa giusto?”
Jonas vide una villa, affacciava sull’oceano e sembrava molto lussuosa, sotto, un contratto già siglato: quella casa gli apparteneva!
 “Se a lasciarci le penne sarò io voglio che tu continui ad indagare, che cerchi mia figlia”
“Tua figlia è morta!” ribatté.
“Una casa per un’indagine, penso che me lo puoi concedere!”
Silenzio.
“Allora, ho la tua parola?”
“Potrei dirti di sì e poi non farlo”
“Te l’ho detto Jonas, ti conosco meglio di quanto credi e so che la tua parola vale”
Silenzio.
Infine Jonas esplose “ok, hai la mia parola!”
Hors annuì e l’orientale si avvicinò, rasò una piccola zona di cranio e infilò un ago
“Aaah “ gridò Jonas “ringrazia Dio che sono legato babbuino!” l’uomo non reagì, infilò l’ago nel cuoio capelluto di Hors, poi applicò degli elettrodi alle tempie, sul collo e sul petto di entrambi. Infine iniettò un prodotto non identificato in endovena. Jonas sentì le palpebre crollare istantaneamente.
Buio, freddo, nausea, Jonas non capiva cosa stesse succedendo, poi un flash e delle voci.
“Abbiamo portato il dessert, i migliori cannoli della città”
Jonas vide subito le scarpe rosse, lucide, così familiari, così eccitanti. Ma la donna era sfocata.
“Sì, mi ha portato dall’altro capo della città per fare una fila di mezzora e siamo in ritardo, lo dicevo io che una torta sarebbe andata bene lo stesso!”
Un uomo, la sua voce… Jonas sentì il rumore assordante del proprio cuore che galoppava imbizzarrito, quella era la sua stessa voce, quello era lui!
“Nathan, non fare il guastafeste, andiamo a salutare Martha”
La donna si avvicinò a quell’altro lui ed ora poté vederli bene, il cuore frenò la corsa e perse un colpo.
Quel lui era vestito come si vede, si reggeva sulle sue gambe e soprattutto cingeva alla vita una donna assolutamente deliziosa, avvolta in una abito rosso ciliegia, che lo fissava con scintillanti occhi scuri, quella donna era la dottoressa Savini!
Sentì i conati di vomito crescere, cercò di ribellarsi a quelle immagini, la testa sembrava esplodere, Jonas si sentì pervadere da una forza estranea e infine cedette alla valanga di ricordi non suoi e non voluti.
Vide Hors che baciava sua moglie, che festeggiava Natali con la sua bambina, che teneva la mano a Martha sul letto di ospedale e poi che la spingeva nella poltrona per disabili. Vide la figlia cresciuta che aiutava la mamma ad usare il programma di spostamento oggetti a comando cerebrale, vide con quanto stucchevole amore questa sfortunata famiglia continuava ad andare avanti e poi vide quel che non avrebbe mai voluto vedere: la donna malata con il volto contorto da una smorfia di dolore e la casa trasformata, sudicia e trascurata, bottiglie ovunque e Martha sporca delle sue stesse feci.
“Noo!” provò a gridare con tutto il fiato che aveva in gola, come in risposta lo scenario cambiò, gli sembrò di sentire un mugolio proveniente da lontano, per un attimo pensò a come dovesse sentirsi quell’uomo a condividere con lui i suoi più intimi ricordi e quanto doveva costargli.
Ora luce e calore, un prato fiorito. Vide subito i suoi lunghi capelli castani e si rivide. La baciava, la baciava sull’erba con passione, una mano ad insinuarsi sotto il leggero vestito estivo.
“Ehi voi, ci sono i bambini!” sentì di nuovo la voce di Hors, subito la donna si staccò, con un sorrisetto imbarazzato, si sistemò la gonna e gettò un’ultima occhiata piena di desiderio all’altro fortunato se stesso:
“Nathan non ha avuto il permesso per la luna di miele” si giustificò imbarazzata. Risero e Jonas inorridì notando le fedi nuove brillare sulle loro mani, sulla sua mano!


7
Un po’ di luce nell’oblio
Jonas sudava e continuava a scuotere il capo violentemente, gli occhi spalancati roteavano impazziti, mentre un rivolo di saliva colava dalla bocca spalancata, da cui provenivano gemiti e lamenti inarticolati.
Hors non se la passava meglio: il volto paonazzo, completamente ricoperto di sudore, gocciolava copiosamente, innaffiando il colletto della camicia, fin sul petto. Ansimava, sibilando in un respiro asmatico, serrando la mano al petto.
Jonas provò a ribellarsi a quei ricordi assurdi, ma dopo una breve pausa d’immagini per lui insignificanti, il flusso ricominciò:
Di nuovo lei, di nuovo il suo corpo reagì tendendosi e pompando sangue a ritmo frenetico. Stavolta era in camice, i suoi magnifici occhi sembravano stanchi, cerchiati, forse da un lungo turno di lavoro.
“Come va?” sentì la voce di Hors.
“Oh, si tira avanti, ehm, scusami, non ho più chiamato, appena avrò un momento passerò a trovare Martha” rispose con voce atona, poi si voltò e sbarrò gli occhi:
“Devo andare, scusami”
La visuale si spostò un po’ lateralmente e Jonas si rivide, anche lui non molto ben ridotto: cravatta allentata, camicia sgualcita e barba lunga.
“Toh, chi si rivede, una settimana di malattia scade domani figliolo, ti aspetto alle sette, sbarbato e pulito, puzzi come una distilleria!” disse la voce.
“Oh, non iniziare!” sua di voce era impastata e roca: “Dov’è andata? Ha paura che sia contagioso? Potrebbe anche fermarsi a salutare” un tono rabbioso smosse qualcosa in lui, una sorta di empatia più che di ricordo, ma d’altronde chi non provava empatia per se stesso?
“Ragazzo, non iniziare, lo sai che è meglio non vi incontriate prima del processo, dimmi piuttosto, novità per il caso?”
“Molte più novità di quanto credi, se quel che ho scoperto è vero correrò a rimuovere il mio chip immediatamente”
“Bene, perché lo sai che se sbagli oltre al tuo matrimonio ci rimetterò io stesso il culo e non posso permettermelo!”
D’un tratto tutto scomparve in un vortice, si rivide a correre in un sotterraneo, le tubature del sogno tornarono più vivide.
“Nat, cazzo aspettiamo i rinforzi, ti rendi conto di quel che abbiamo scoperto? Qui ci fanno il culo all’istante!” era il suo compagno, un moto d’affetto per quel giovane volto amico e due lacrime scivolarono inconsapevoli sul volto distrutto di Jonas.
“Non possiamo, c’è la figlia di Hors lì dentro, glielo devo!”
A quelle parole Jonas percepì un grido lontano, comprese che non era solo Hors a dare ricordi, ma proprio ora stava ricevendo i suoi.
Ciò lo spaventò a morte e in un attimo gli salirono in mente tutti quei ricordi che avrebbe voluto difendere, ottenendo l’effetto contrario, richiamandoli:
Un bacio di passione, labbra morbide e pelle vellutata, mani delicate sulla sua schiena nuda. Poi cambio scena: schiaffo violento e grida, la sua roba che vola in aria per l’appartamento e quegli occhi splendidi che piangono, lei, la dottoressa, sua moglie, a terra in camicia da notte, i lunghi capelli che le ricadono su un volto distrutto e lui che corre via, valigia alla mano e sguardo impassibile, ma animo svuotato.
Poi bottiglie, appartamento nuovo e tacchi a spillo, tanti, di tutti i tipi, come i tipi di pelle che aveva assaggiato.
“Basta!!!” urlò con tutto il fiato che aveva nei polmoni. Girò il capo convulsamente e un tubicino gli sfiorò il labbro, si girò ancora, senza esitare e lo strappò via con un morso, sperando di non rimanerci secco.
Nausea istantanea e poi buio, ancora nella sua testa risuonavano voci: le grida della dottoressa, le risate di Malcom nel mezzo di pattuglia e infine il boato dell’esplosione.
Vomitò violentemente sulle proprie ginocchia, impossibilitato ad alzarsi. Poi iniziò a distinguere la luce.
Per prima cosa si voltò a guardare Hors, Lo stavano slegando e tossiva violentemente, mentre un patetico drone vecchio di decenni faceva lo scanner corporeo per rilevare danni fisici.
“Tachicardia ventricolare, pressione 210 su 95 paziente a rischio arresto” diceva la voce a singhiozzi.
“Ma funziona quel coso?” chiese Jonas preoccupato “Hors, ti posto in ospedale, fammi slegare!” Jonas non sapeva perché non imprecava o inveiva contro il suo ex capo, quel mescolare ricordi lo aveva reso debole e stordito, in un attimo riprese il suo atteggiamento “Liberami seduta stante babbuino o ti farò crepare in modo talmente doloroso che mi supplicherai di farla finita” ruggì. Ma l’uomo era impegnato ad impedire che hors morisse nel suo appartamento, gli stava iniettando una fiala, mentre il drone esaminava ancora la situazione.
La donna che gli aveva aperto entrò, storse il naso inveendo contro l’uomo, indicando il vomito che evidentemente avrebbe dovuto pulire lei
Gli si avvicinò e lo liberò, nello stesso istante Hors riprese i colori e disse piano:
“Mi dispiace ragazzo, davvero”
“é…lei è mia moglie?” chiese Jonas.
“lo era” rispose Hors mestamente.

Quel maledetto chip

Tornò in salotto, con quella sensazione d’intrusione sempre nella mente. Martha era ancora lì, al centro del salotto, sulla sua poltrona avvolgente, silenziosa e immobile.
D’impulso chiese: “Perché è finita?”
La voce rispose attraverso la stanza:
“L’amavi molto, poi sei cambiato, qualcosa ti ha cambiato”
Non aggiunse altro e lui non chiese altro. Si alzò risoluto e uscì.
L’ospedale gli diede subito un senso di claustrofobia, ma lo ignorò:
“La dottoressa Savini” chiese alla reception “Le dica che suo marito vuole parlarle”
Poco dopo l’ascensore si aprì mostrando il volto stupefatto della donna. Jonas poteva leggervi, oltre alla sorpresa, la soddisfazione come medico e qualcos’altro: delusione? Rammarico? Forse avrebbe preferito che lui la dimenticasse per sempre.
“Perché non me lo hai detto?”
“Non volevo interferire, sai i ricordi devono..”
“Stronzate!”
Lei abbassò lo sguardo, lo prese per mano “Non qui” lo trascinò verso l’uscita.
“Perché abbiamo rotto?” lei parve stupita.
“Non ricordi?”
“Non ancora”
Lei si fece cupa, immersa nei ricordi: “hai voluto impiantare il chip, per potenziare la memoria, non sopportavi che i droni venissero in missione e l’unico modo era registrare tu stesso i dati. Io non volevo, ti avvisai delle possibili conseguenze di un corpo estraneo non ancora sufficientemente sperimentato. Non mi ascoltasti” abbassò il capo, per camuffare il dolore che provava. “Poi diventasti sempre più lunatico, irascibile e infine totalmente instabile, io, io… avevo paura di te”
“Per quel che vale, mi dispiace” Voltò le spalle e se ne andò, non riusciva a leggere oltre quella conversazione, non riusciva a porre la domanda che più di tutte lo terrorizzava. Se ne andò afferrando al volo laflyviache passava in quell’attimo. L’aria sferzava il suo volto mentre l’andirivieni della città si snodava sotto i suoi piedi. L’aveva persa per un capriccio? Era divenuto un mostro per rifiutare quegli altri mostri robotici? Non ricordava neppure da cosa scaturisse quest’odio. Era un uomo svuotato, riempito in parte di ricordi non suoi, senza meta né origine, alla deriva. Andò nell’unico posto che gli venne in mente. Pigiò il bottone dello stop e il sedile si abbassò fino a che i piedi non toccarono terra. Scese. Rimase col naso all’insù guardando la sua vecchia casa, la casa di lei ormai, quella che non gli apparteneva più. Era esausto e aveva la nausea. Si avvicinò. Lo scanner corporeo si attivò, il portone principale si aprì riconoscendolo. Non aveva intenzione di entrare, ma all’apertura della porta non seppe resistere. Salì al ventesimo piano, come in trance. La porta era chiusa, si avvicinò, lo scanner si attivò, ma un segnale sonoro decretò che non era autorizzato. Fissò le scale che portavano alla soffitta, d’un tratto un ricordo, sorrise e iniziò a salire. Il vecchio divano era lì dove si era ricordato di averlo spostato, dopo aver comprato il nuovo modello fluttuante. Si sdraiò sentendosi a casa, come non accadeva da secoli. S’addormentò subito.
Mal di testa, pulsante, feroce, non vuole dirlo a lei, non vuol farla preoccupare. Bussa alla porta. Hors apre. “Devo parlarti” le dice. La ragazza si volta, lo guarda, comprende. Lo fa accomodare nello studio. “Lasciaci soli papà”
Poi flash:ancora quello studio. La ragazza seria, sempre più stanca, sempre più provata. Lui le racconta dei sogni, dell’umore nero, della rabbia che sente salire incontenibile.
“Mi spiace Nathan. Sembra che la tua mente si stia ribellando, ma queste apparecchiature non bastano, dovresti venire con me alla Braintec”
“Come pensi di portarmi, nascosto nel tuo camice?”
“Non fare lo scemo, domani Klaus mi riceverà di nuovo, proverò a convincerlo: deve ritirare i chip, con le buone o con le cattive”
“Che hai in mente?”
“Diffusione dei dati su tutti i social e addio credibilità della Braintec”
“Promettimi di stare attenta”
“Lo farò”
…………
La squadra è pronta, senti l’adrenalina scorrere nelle vene, oltre al pulsare della testa marcia. Non hai più tempo, la bomba ad orologeria che hai nel cervello ti ucciderà, ma prima devi salvare la ragazza.
“Alle 15” le avevi detto “mandami un messaggio dopo la riunione” sapevi che non si poteva minacciare  Morgan Klaus senza rischiare. E ora sono le 17:00, nessun segnale. Hai raccattato la tua squadra senza permesso, sei sotto i sotterranei e preghi che il tuo cervello non impazzisca prima di averla salvata. Lo devi a lei e a Hors.
“Squadra in posizione” dice Jackson, annuisci col capo e procedi. Senti il gocciolio delle tubature, ci sei quasi, la rampa d’accesso per la manutenzione è sopra la tua testa. Poi un forte rumore alla tua destra.
“UNITÀ DUE ALLARME, RIPETO ALLARME SIGNORE: UNA VENTINA DI DRONI CI HA AVVISTATI” l’unità che hai raccattato dalla sala ricarica fa rapporto, gli spari successivi ti dicono che lui e gli altri tre, posti di guardia, sono fottuti.
Con la coda dell’occhio vedi il movimento, ma è già troppo tardi. Jackson prima di te si lancia, ti butta a terra, poi boato e buio.
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Affacciandosi alla vecchia vita
Jonas non riusciva a crederci: era stato a contatto con quella donna giorno dopo giorno, aveva provato simpatia ed interesse per lei ed ora scopriva che era sua moglie, anzi, la sua ex moglie e probabilmente aveva riso di lui. Fu tentato di chiederle cosa fosse successo, ma poi decise che non voleva sapere, voleva solo una bella doccia, un buon caffè e ricominciare una nuova vita.
Hors era taciturno, il volto cinereo mostrava che non aveva gradito lo scambio di ricordi, almeno quanto lui.
“Guida tu” chiese con un filo di voce “63 esima strada”
Il cancello si spalancò riconoscendo la scansione corporea di Hors. Un drone dall’aspetto femminile venne ad aprire, Jonas ne fu stupito, non ricordava molto, ma non gli sembrava tipo da droni.
“Buona sera” salutò “Il suo ospite si fermerà a cena?”
“Prepara la stanza degli ospiti, Questo è il detective Jonas, si fermerà per alcuni giorni”
Jonas tacque, ignorando il robot, entrò e subito si bloccò, un altro consistente flusso di ricordi lo colpì come un pugno, non sapeva se provenissero da lui o da un residuo di quelli di Hors.
Dovette sorreggersi ad un mobile, mentre la testa girava.
“Papà!Finalmente, su corri!” una ragazzina sui tredici anni tirava la mano ai proprietario dei ricordi “Piano, piano” disse la voce non sua.
Lo trascinò in salotto, corse a sedersi ad un antico piano forte a coda e iniziò a suonare. Jonas percepì un amore profondo, un amore non suo, che pulsava violentemente in tutto il suo essere.
Poi risate, ancora quel salotto e mani lisce tra le sue. All’istante seppe di chi era quella risata e provò un profondo senso di soddisfazione e felicità, come non ricordava di averne mai provata. Lei aveva i capelli raccolti, due piccoli orecchini brillanti e un sorriso sensuale diretto solo a lui. I suoi occhi penetranti lo facevano rabbrividire, mentre accarezzava piano il dorso della mano, compiendo piccoli cerchi con il pollice. Lei si chinò su di lui e gli sussurrò: “Ti amo” lo stomaco si serrò all’istante e la sua mente rispose: “Anch’io” ma non la voce del ricordo, che tacque in modo imbarazzante.
“Jonas stai bene?” sentì la voce lontano anni luce.
“BATTITO IRREGOLARE…” iniziò il drone.
“Sì” disse, spingendo via la cameriera, che con un tonfo batté contro il mobile.
Hors lo rimproverò con lo sguardo
“Che c’è?non provano dolore” si giustificò.
La sala era arredata in vecchio stile: niente poltrone ad elio o capsule massaggianti, un vecchio divano in tessuto e un pianoforte. Al centro della sala però una modernissima poltrona per disabili avvolgeva Martha, che intenta a rimirare un movie, non si accorse di loro, immersa in quella che in gergo veniva chiamata seconda realtà.
“Disattivati” disse piano Hors, gli attori, che si struggevano nel loro salotto, sparirono, così come il vecchio treno dietro alle loro spalle. Martha girò lo sguardo un po’ disorientata poi la sua voce parlò dall’impianto audio della casa:
“Nathan!” lo salutò senza muovere le labbra, e Jonas rabbrividì al ghigno che comparve su metà del suo viso, mentre l’altra metà rimaneva inespressiva, floscia. “Siediti un attimo caro” disse ancora la voce. Era così alienante vedere lei immobile in quella poltrona e la sua voce aleggiare nell’aria, lontana dal proprio corpo.
 “Ho bisogno di sdraiarmi” Hors baciò sua moglie sulla fronte, poi fece cenno al drone di seguirlo e a Jonas non rimase che rimanere lì impacciato a guardarsi intorno.
“Ti vedo meno nervoso, meno rabbioso dell’ultima volta. Pannello A2 per favore”
Dal basso tavolino di resina opalescente fuoriuscirono dei pasticcini e un tè fumante. Jonas, improvvisamente grato per il ristoro, si fiondò sul cibo.
“Lei non è più venuta a trovarmi” disse poi la donna.
Un boccone andò di traverso e Jonas si fermò a fissarla, istantaneamente un’immagine, ancora quel salotto, ancora loro, ma l’aria tesa si percepiva da ogni respiro.
“Non voglio discuterne, tantomeno qui” la sua voce era dura e scocciata, non poteva vedere il proprio volto, quelli erano ricordi suoi, almeno credeva.
Lei tacque, scossa.
“Emma” disse, e di colpo quel nome tornò alla mente, come fosse sempre stato sulla punta della lingua. “non ne voglio sapere”
La scena cambiò, ma era al contempo la stessa: vide se stesso venirgli incontro, ora dalla visuale di Hors, gli diede una forte spallata ed uscì sbattendo la porta.
Ora Emma piangeva, il volto nascosto tra le mani. La sua finestra sulla scena si avvicinò senza parlare, vide comparire un fazzoletto sulla mano, la mano di Hors.
“Non ti manca?”
La voce di Martha sembrava insinuarsi nei meandri del suo animo.  “È tutta colpa di quel chip” aggiunse la voce. Ma Jonas la guardava senza capire più nulla:
“Cosa dicevano? Cosa stavano dicendo?” chiese, come se potesse leggergli nel pensiero. Silenzio. Nathan non osò chiedere di più.
“Vorrei fare una doccia, trovo l’occorrente da solo” disse. Socchiuse gli occhi alla ricerca dei ricordi giusti, stava imparando a gestire questa nuova cosa. Si diresse deciso alla seconda porta nel corridoio, salendo le scale.
Qualcosa lo fece svegliare, la riconobbe ancor prima di aprire gli occhi: era la sua mano poggiata sulla guancia. Non seppe reprimere un sorriso. Lo fissava seria, Jonas temette una sfuriata. Ritrasse la mano, ma lentamente, fissandolo.
“Mi dispiace” disse semplicemente. “Non sono sempre stato così stronzo vero?”
Finalmente lei sorrise, scosse la testa e Jonas notò che piangeva. Gli si buttò al petto e prima che potesse formulare un qualsiasi pensiero coerente lo baciò. In un attimo milioni di momenti come quello, eppure diversi, affollarono la sua mente. Baci della donna che aveva amato e perduto, sensazioni che aveva creduto perse e che ora vorticavano nel suo animo spezzettato.
L’amò con tutta la passione di una prima volta, ma con la consapevolezza e la disperazione di un’ultima.
“Non ricordo ancora tutto, ma so che ti amavo, e che provo ancora qualcosa di indelebile per te Emma” le disse più tardi, i loro corpi abbracciati in quello sgabuzzino, come clandestini.
“Lo so” commentò lei sfiorandolo di piccoli baci sul petto.
“Devo andare alla Braintec, lì ci sono le risposte” disse poi riscuotendosi e alzandosi di scatto.
“Ho qualcosa per te, qualcosa che volevo darti quando fossi tornato in te stesso”
“Non sono ancora me stesso, non del tutto”
“Lo sei molto più che negli ultimi mesi prima dell’incidente” sorrise lei alzandosi a sua volta.
Posò ancora lo sguardo avido sul suo corpo perfetto, ricordandosi solo allora delle sue gambe sintetiche. Si sbrigò a coprirsi, ma lei lo fermò.
“Nathan?”
Lui la guardò imbronciato.
“È stato bello” disse arrossendo lievemente.
Il suo sorriso rischiarò il suo umore.
“Ecco” gli porse una valigetta. Lui l’aprì evi trovò un dispositivo di memoria esterna.
“È tuo, te lo avrei dato, ma non eri pronto”
Posizionò i sensori alle tempie e si preparò a cercare qualcosa d’interessante tra i dati. Aprì la mail che aveva dimenticato di avere. Ce ne era una che attirò lo sguardo: era datata 1/9/2090 Alla stessa ora dell’incidente. Era della dottoressa Hors. Una cartina. La braintec aveva tre laboratori clandestini, poi c’erano le abitazioni del proprietario. Cinque: tre in città, una a Newmiami e l’ultima a Coldlake. Nessun testo.
Attivò istantaneamente la chiamata: “Hors ti passo a prendere tra due minuti, se c’è ancora speranza che sia viva so dove trovarla”.
Non aveva altre possibilità, se avesse fallito avrebbero diramato l’allarme e fatto sparire la Hors, sempre che fosse ancora viva
 ……
coldlake era silenzioso e isolato, i tre avanzavano, pistola alla mano tra fitte canne. Gli occhiali termici rivelarono la presenza di un unico uomo. Dopo tutto quel tempo i controlli erano scemati, cercò di convincersi Jonas. Sperò con tutto se stesso che il motivo non fosse il più ovvio: non c’era più nulla da controllare.
“Andiamo!”
Fecero irruzione: un ubriacone, una dottoressa e un invalido. L’uomo fu atterrato immediatamente dal colpo preciso dell’agente anziano, che sembrava ringiovanito.
Perquisirono la casupola, nulla, Jonas stava per dichiararsi sconfitto quando udì leggeri colpi sotto di lui. Percorse avanti e indietro il pavimento di legno, poi iniziò a dare colpi con il piede: “qui!” si accucciò e tirò fuori una lama laser, di quelle per il campeggio. Un attimo dopo la vecchia botola scattò e una luce artificiale illuminò il suo volto. Scesero e si trovarono in un laboratorio lindo, moderno e quasi accogliente. Hors crollò in ginocchio piangendo di gioia, mente la figlia lo abbracciava tra i singhiozzi. Jonas sentì il sangue colare dalle narici. Si sedette su un divanetto e aspettò che i giramenti di testa passassero.
La ragazza lo guardò riprendendosi subito:
“Non pensavo fossi ancora vivo, hai il chip?”
“No, me lo hanno tolto, ma non ricordo nulla e non mi sento molto in forma a dire il vero” come in risposta alle sue stesse parole vomitò.
“È colpa mia, gli ho inserito i mei ricordi per smuovere la memoria ed arrivare a te” piangeva ancora, come un bambino.
“Il chip corrode lentamente l’amigdala e parti delle aree associative del lobo temporale, l’idea era che si sostituisse ad esse per incrementare la capienza dei ricordi. Ma pare che il cervello si difenda rigettandoli”
“Ma io non ho più il chip”
Emma gli tamponava il naso, preoccupata.
“Andiamocene, prima che scatti qualche sistema di allarme, riuscì a dire Jonas, si alzò barcollando e seguì gli altri.
…..
Aprì gli occhi, ancora l’ospedale, ma sorrise vedendo lei al suo fianco.
 “Sembra che il chip abbia corroso anche l’ippocampo e che il processo innescato sia irreversibile: il tuo cervello sta attaccando se stesso” disse.
E Jonas si domandò cosa diavolo ci fosse da sorridere.
“Abbiamo una soluzione” disse finalmente, accarezzandogli la fronte. Lui alzò un sopracciglio in segno di domanda.
“Nostro figlio” disse in un soffio.
Jonas si alzò di scatto:
“Io, io mi dispiace”
“Lo so, l’ho perso dopo il tuo incidente: troppa paura di perderti”
 “Non ti ho chiesto io di abortire?” sembrava liberato di un peso enorme.
Lei scosse il capo, gli occhi lucidi. Non avrei potuto, eri cambiato e mi hai detto che saresti uscito dalla mia vita e dalla sua, per proteggerci. Non sapevi cosa ti sarebbe successo.
La Hors intervenne bruscamente: “Non è un’operazione semplice e dobbiamo tentare prima che la situazione peggiori”
Jonas guardò senza capire.
“L’embrione è conservato, come da procedura standard e ha il 50% del tuo DNA, ed un cervello in forma primitiva, pronto ad adattarsi e crescere legando con il tuo. Avrai ancora infiltrazioni della vita di mio padre e buchi di memoria, ma potrebbe funzionare. Potrai forse riavere i tuoi ricordi, ma soprattutto non rischierai di divenire un vegetale.
Jonas sentì stringere forte la mano e per la prima volta, da quando si era svegliato in quello stesso letto sapeva chi era e cosa voleva, era felice: